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I paradossi di una crisi

La solitudine di Conte e la sfiducia di Renzi
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Un paio di paradossi si impongono a chi voglia riflettere sulla politica italiana. Il primo è lo spostamento del potere verso il presidente del Consiglio. Non vi è dubbio che Conte sia il perno del sistema, e non solo perché è stato in grado di formare due governi di orientamento opposto, ma perché ha occupato la scena con i Dpcm, e perché si prepara ad avere un peso preponderante nella gestione del Recovery fund. Questa sua posizione lo ha reso diverso da quel primus inter pares che è, secondo la Costituzione, il presidente del Consiglio dei ministri. Il paradosso è che questa sua forza nasce dal fatto che non ha un partito dietro le spalle – oltre che da una esigenza di stabilità che la pandemia ha enfatizzato –. Conte dovrebbe quindi essere debole – secondo le logiche classiche dell’analisi politica –. Ma lo sarebbe se i partiti della sua maggioranza fossero forti: il che, invece, non &egra…
Un paio di paradossi si impongono a chi voglia riflettere sulla politica italiana. Il primo è lo spostamento del potere verso il presidente del Consiglio. Non vi è dubbio che Conte sia il perno del sistema, e non solo perché è stato in grado di formare due governi di orientamento opposto, ma perché ha occupato la scena con i Dpcm, e perché si prepara ad avere un peso preponderante nella gestione del Recovery fund. Questa sua posizione lo ha reso diverso da quel primus inter pares che è, secondo la Costituzione, il presidente del Consiglio dei ministri. Il paradosso è che questa sua forza nasce dal fatto che non ha un partito dietro le spalle – oltre che da una esigenza di stabilità che la pandemia ha enfatizzato –. Conte dovrebbe quindi essere debole – secondo le logiche classiche dell’analisi politica –. Ma lo sarebbe se i partiti della sua maggioranza fossero forti: il che, invece, non è, per ragioni diverse, ma tutte cogenti e non rimediabili nel breve periodo.

Quella dei partiti di maggioranza è una debolezza politica di fondo, rispetto alla quale chi di fatto non proviene da loro – come appunto Conte – è avvantaggiato. La sua posizione centrale gli consente di riempire, almeno parzialmente, quel vuoto politico, gli permette se non altro di sottrarsi al confronto diretto, di rinviare le decisioni, di prenderne di autonome; la presidenza in quanto istituzione esercita una funzione vicaria rispetto alla politica. Conte può quindi porsi come l’avvocato degli italiani, realizzando così la sua originaria promessa di tono populistico: il populismo nasce come un movimento vasto, ma spesso produce leader solitari. Non a caso, il protagonismo di Conte – per quanto a volte eccessivo – è premiato dai cittadini, che nei sondaggi gli attribuiscono un alto gradimento. Il diffuso riflesso anti-partitico gioca a suo favore, lo fa percepire come il primo interlocutore degli italiani, in cerca di sicurezza. Gli errori, le lentezze, le difficoltà nella gestione della pandemia, le incertezze della prospettiva economica, spingono molti ad allontanarsi dalle forze politiche – sentite come ininfluenti o dannose – e a vedere in Conte meno un corresponsabile dei problemi e più un’autonoma risorsa del Paese.

I partiti di maggioranza stanno cercando di ribaltare questo schema, di riprendere se non forza almeno potere. Sia nella gestione del Recovery fund, sia chiedendo a Conte di cedere non il controllo (che è impossibile, per legge) ma la delega ai Servizi. E il secondo paradosso sta qui: non tanto in questa reazione, che è ovvia; quanto nel fatto che alla testa della “ribellione” ci sia Renzi, il cui partito non vale più del tre per cento, e che quindi, sovra-rappresentato com’è ora, dovrebbe temere moltissimo le elezioni anticipate, che Mattarella ha minacciato in caso di una crisi senza sbocco. Eppure, Renzi si comporta come chi non ha nulla da perdere: non è chiaro se per calcolo, per disperazione, per bluff. Certo, può contare su alcune circostanze: ad agosto inizia il semestre bianco e il Capo dello Stato non potrà sciogliere le Camere; votare prima sarebbe difficile (ma non impossibile) a causa del Covid; nessuno dell’area di governo vuole correre il rischio che il prossimo presidente della Repubblica venga eletto da un parlamento che veda una destra più forte di oggi.

In ogni caso, la forza di Conte sta per essere sfidata dalla debolezza di Renzi, e più in generale dei partiti. Qualunque cosa ne esca – rimpasto, nuova maggioranza estesa a “responsabili”, nuovo governo (tecnico o politico), elezioni anticipate, nulla di fatto –, sarà interessante vedere che cosa ne penseranno gli italiani, quando potranno esprimersi.