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(ansa)

Sinistra, i valori da recuperare

Per sconfiggere demagoghi e populismi
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La crisi della sinistra nel mondo è una crisi di funzione storica: la perdita della capacità di contenere e battere le disuguaglianze. Crisi aggravata dall'incapacità di leggere le nuove disparità, legate solo in parte a concentrazione della ricchezza e divari salariali. Di fronte a questa crisi profonda di ruolo storico è rimasta in campo la "sinistra evocativa" a cui basta pronunciare alcune parole chiave per essere a posto: disuguaglianze, precariato, povertà, impoverimento del ceto medio, etc. Comunità che si autoriconoscono in questi mantra, totalmente innocue sui processi di cambiamento. Eppure proprio "le disuguaglianze" sono il tic, con cui si risponde ad ogni quesito. Nel 2013, quando un criminale sparò a un carabiniere a pochi passi dal Parlamento, Laura Boldrini diede colpa alla crisi. Qualche giorno dopo si capì che il criminale aveva sì perso il lavoro ma per il vizio delle slot …
La crisi della sinistra nel mondo è una crisi di funzione storica: la perdita della capacità di contenere e battere le disuguaglianze. Crisi aggravata dall'incapacità di leggere le nuove disparità, legate solo in parte a concentrazione della ricchezza e divari salariali. Di fronte a questa crisi profonda di ruolo storico è rimasta in campo la "sinistra evocativa" a cui basta pronunciare alcune parole chiave per essere a posto: disuguaglianze, precariato, povertà, impoverimento del ceto medio, etc. Comunità che si autoriconoscono in questi mantra, totalmente innocue sui processi di cambiamento. Eppure proprio "le disuguaglianze" sono il tic, con cui si risponde ad ogni quesito. Nel 2013, quando un criminale sparò a un carabiniere a pochi passi dal Parlamento, Laura Boldrini diede colpa alla crisi. Qualche giorno dopo si capì che il criminale aveva sì perso il lavoro ma per il vizio delle slot machine e "campava" grazie alla povera moglie che lavorava in nero nei campi. Bisogna pur capire i gesti insensati dei "povery", dietro c'è sempre qualche falla del "modello di sviluppo" e mai la responsabilità personale.

Perfino un uomo in gamba come Fabrizio Barca ha raccontato i rivoltosi attraverso le lenti che vogliono "questo popolo di invisibili" presentato come inevitabile "vittima" delle disuguaglianze. Le sue parole hanno scatenato reazioni spesso aggressive, che vanno respinte e contro le quali esprimo la mia solidarietà a Barca. Eppure, all'assalto a Capitol Hill ha preso parte tutt'altro che il popolo dimenticato degli invisibili. È proprio l'abbassamento trasversale della qualità della politica a far emergere simili gruppuscoli, con dignità di "popolo". L'atteggiamento giustificazionista non aiuta a capire e regala rappresentanza a squilibrati come Trump e alle sue versioni nostrane. Innanzitutto vanno separati i suoi tantissimi voti dall'avanguardia delirante di QAnon. La setta, presente anche in Italia, predica l'accelerazionismo per portare il sistema al collasso e ripristinare la supremazia bianca. Affermazione che è anche il segno della decadenza di alcuni ambienti comunitari che hanno spalancato le porte a quelle culture, regalando a settori popolari il culto di "valori tradizionali". Della Chiesa americana, solo i gesuiti hanno preso posizione. Ci sono troppe complicità nell'ascesa delle figure come Trump. La fotografia dell'elettore di Trump è chiara dagli exit poll di Abc News: bianco, over 50, benestante ma poco istruito. Sulle identità-rifugio protettive va, invece, portata avanti la riflessione. Non è ininfluente aver lasciato ai sovranisti il monopolio della comunicazione nella sfera emozionale e spesso identitaria e valoriale delle persone. Dopo la vittoria di Trump nel 2016 a Detroit parlai con i metalmeccanici della Uaw, il principale sindacato americano dell'automotive. I lavoratori dell'auto mediamente sono ben pagati, non si erano impoveriti, si era rallentata la crescita progressiva della loro "scheda dei consumi" dopo anni in cui avevano visto da vicino il default delle fabbriche. Trump indicò i responsabili di quell'incertezza: cinesi, democratici, messicani, etc. Il disagio non era impoverimento ma la fermata della loro "soglia di slancio".

Cortocircuiti che non abbiamo evitato neanche in Italia: bisogna evitare che chi ha il sacrosanto diritto ad un piano di sicurezza pubblica anche nelle periferie si unisca a chi predica culture xenofobe e autoritarie. Siamo un Paese impaurito e immobile, è emblematica la ricerca di Guglielmo Barone e Sauro Mocetti sulla mobilità intergenerazionale dal 1427 al 2011 nelle famiglie fiorentine negli ultimi 600 anni. L'Italia è uno dei Paesi meno mobili, la ricchezza dei genitori determina l'avvenire dei figli in misura assoluta o quasi. La correlazione nei redditi (e nella ricchezza immobiliare) tra pseudo-antenati e pseudo-discendenti non decade neanche dopo 6 secoli. Più che la globalizzazione, l'inefficienza e la qualità del nostro Stato è garanzia di immobilismo e disuguaglianze. A parità di reddito, vivere in un'area con ospedali e scuole privi di servizi adeguati ti rende molto più povero.

Ma la bolla populista è soprattutto culturale e si batte intervenendo su informazione ed educazione. Per anni abbiamo educato le persone alla convinzione che chi è al potere riceva molto più di quello che merita, mentre il popolo è privato di ciò che gli spetta. In realtà questo spinge a votare i demagoghi incapaci e a cercare complici che condividano le nostre opinioni e ci incoraggino a ridicolizzare le convinzioni diverse. Qui nascono il trionfo di intolleranza e invidia sociale e la frattura dei legami sociali e comunitari. In Italia i leader sovranisti sono prodotti dei talk show, dove sono stati costruiti senza contraddittorio, con monologhi a domande banali.
Per questo, come ci ricorda Tusk, ci sono Trump ovunque (fuori e dentro i palazzi), e spetta a ciascuno di noi difendere le istituzioni democratiche.