I corvi, gli animali più fedeli all'uomo. Da milioni di anni
di
Marco Belpoliti
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di Marco Belpoliti
Intelligenti e temuti. Abili osservatori e protagonisti di tantissime leggende, questi uccelli onnivori seguono o precedono l'essere umano nei suoi spostamenti sin dalla preistoria. Compaiono in molte opere d'arte, dalle poesie ai saggi, fino ai romanzi, ai film e ai disegni nelle millenarie grotte di Lascaux. Oggi li ritroviamo nelle nostre città. Ma, pur avendoli sempre vicino, gli umani provano una sorta di ancestrale timore verso di loro. Ecco perché
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Tutta la storia della civiltà umana si è sviluppata sotto l’occhio attento dei corvi. Dovunque i nostri antenati siano andati, dall’Africa verso l’area continentale europea o varcando lo stretto di Bering per scendere in quelle terre poi chiamate America, i corvi erano già lì. Avevano seguito i carnivori e gli animali di cui questi si nutrivano. I corvi sono onnivori come gli uomini, e tuttavia manifestano una spiccata preferenza per la carne e, poiché non cacciano, seguono i cacciatori, animali o uomini che siano, per nutrirsi dei resti del pasto altrui.
Cinque o sei milioni di anni fa, gli antenati dell’Homo sapiens, ancora molto simili alle scimmie, erigendosi in piedi attraversarono il territorio africano in cerca di nuovi spazi. Probabilmente seguivano grandi mammiferi oggi estinti, che si trasferivano progressivamente verso Nord. Nel lasso di tempo che va dall’Oligocene al Miocene, tra ventotto e sette milioni di …
Tutta la storia della civiltà umana si è sviluppata sotto l’occhio attento dei corvi. Dovunque i nostri antenati siano andati, dall’Africa verso l’area continentale europea o varcando lo stretto di Bering per scendere in quelle terre poi chiamate America, i corvi erano già lì. Avevano seguito i carnivori e gli animali di cui questi si nutrivano. I corvi sono onnivori come gli uomini, e tuttavia manifestano una spiccata preferenza per la carne e, poiché non cacciano, seguono i cacciatori, animali o uomini che siano, per nutrirsi dei resti del pasto altrui.
Cinque o sei milioni di anni fa, gli antenati dell’Homo sapiens, ancora molto simili alle scimmie, erigendosi in piedi attraversarono il territorio africano in cerca di nuovi spazi. Probabilmente seguivano grandi mammiferi oggi estinti, che si trasferivano progressivamente verso Nord. Nel lasso di tempo che va dall’Oligocene al Miocene, tra ventotto e sette milioni di anni fa, gli antenati dei corvi, che vivevano nelle foreste tropicali, si divisero in varie specie e si disseminarono su tutta la superficie della Terra. Secondo Josef H. Reichholf, biologo, interessato ai corvi, autore nel 2009 di un volume dedicato alla storia dell'intelligenza di questi animali, e insieme a quella della loro persecuzione, ritiene che nel passaggio dalla giungla agli spazi aperti, diventati poi sede della rivoluzione agricola, esista un parallelismo tra l’uomo e il corvo, da cui nascerebbe la complessa relazione che ci lega ancora oggi a loro.
Verso questi volatili gli esseri umani hanno sempre manifestato una forte ambivalenza: da un lato, sono attratti da loro, mentre dall’altro non gli piacciono davvero sino in fondo, salvo con qualche rara eccezione. Pur avendoli sempre intorno, com’è oggi evidente nelle città, dove i corvidi si sono trasferiti in massa per nutrirsi dei nostri avanzi, gli umani provano una sorta di ancestrale timore. L’ha colto molto bene Alfred Hitchcock parecchi anni fa con Gli uccelli (1963), film basato proprio sui pregiudizi e le paure che i corvi suscitano in noi umani. Questi uccelli ci stanno vicini, ci osservano, ci spiano, ma si tengono a debita distanza. Del resto, loro dominano un elemento che noi non controlliamo. Volano e sono molto intelligenti, e soprattutto non addomesticabili, come altri animali che ci stanno intorno sin da epoche remote: il cane o il gatto. Nelle gotte di Lascaux, datate circa 17.000 anni fa, vi è raffigurata una scena ancora oggi misteriosa: un uomo-uccello, dalla testa di corvo e un pene in erezione, è a terra; forse è stato colpito da un animale, un bisonte; in primo piano c’è un uccello da cui promana una linea che scende verso il basso. Questa pittura sancisce un legame che ha qualcosa di ancestrale e di misterioso. Una scena del film Gli uccelli del 1963 di Alfred Hitchcock
I corvi e le cornacchie, che si distinguono dai primi per varie caratteristiche, appartengono entrambi alla famiglia dei corvidi (Corvidae), che fa parte dell’ordine dei passeriformi (Passeriformes) e della classe degli uccelli (Aves); secondo le ultime classificazioni questi uccelli canori contano 130 specie e 25 generi, cui appartengono le gazze, le ghiandaie e le ghiandaie azzurre, ben più colorate dei monocromi corvi e delle cornacchie. I Corvus contano 43 specie: corvi, cornacchie grigie e nere, il corvo comune, le taccole, il corvo imperiale (Corvus corax), il più famoso e maestoso di tutti. Il loro nome deriva dal suono che emettono: cra.
Un biologo e filosofo che insegna alla Freie Universität di Berlino, Cord Riechelmann, specializzato in fauna urbana, ha pubblicato un volume intitolato Il corvo (traduzione italiana di Angela Ricci, Marsilio, 166 pagine) con una bella prefazione di Telmo Pievani. Vi racconta molte cose anche poco note di questo uccello. Lo stesso anno è apparso anche il ponderoso studio del maggiore studioso di corvi, Bernd Heinrich, La mente del corvo (traduzione italiana di Valentina Marconi, Adelphi, 556 pagine), un tedesco emigrato dopo la Seconda guerra mondiale negli Stati Uniti, passato dall’entomologia all’ornitologia per amore di questo volatile. Il breve volume di Riechelmann contiene molte interessanti osservazioni sui corvi di città, quelli che vediamo svolazzare sulle nostre teste tutti i giorni, posarsi sulle antenne televisive, mentre becchettano dentro i cestini stradali dell’immondizia alla ricerca di cibo. Il biologo e filosofo si sofferma soprattutto sulla caccia che gli umani hanno dato a questo animale il quale riveste sin dai tempi remoti un valore sacro per molte popolazioni del mondo.
Odino, la divinità nordica, ha accanto a sé due corvi: Hugin, il cui nome in antico norreno significa “pensiero” e Munin, che significa “memoria”; i due sono inviati tutti i giorni dal dio a controllare ciò che accade in giro per mondo, sino ad arrivare ai suoi remoti confini; la sera tornano da lui per riferire quello che dicono e fanno gli umani. Questo compito di messaggeri, ma anche d’attenti osservatori, lo si ritrova anche nella Bibbia. Noè manda un corvo per cercare di capire se le acque si sono ritirate dopo il diluvio, esattamente come accade nell’Epopea di Gilgames, dove prima del corvo parte una colomba, che ritorna, una rondine, che fa altrettanto, e infine il corvo che non torna più: il mondo è di nuovo abitabile. La stessa storia si ritrova nella saga detta di Flóki, riguardante il modo in cui i vichinghi scoprirono l’Islanda. Furono liberati tre corvi: il primo non tornò, il secondo invece sì, e il terzo volò verso ovest e Flóki lo seguì e trovò il paese. L'uomo con la testa di corvo nei disegni delle grotte di Lascaux in Francia
Perché dunque gli uomini pur confidando nei corvi come messaggeri li hanno sempre perseguitati arrivando quasi a sterminarli in alcuni paesi? Secondo Riechelmann dipende da due fattori: la grande capacità di adattamento dei corvi e la storia della civiltà umana. La prima rende questi animali molto presenti, ma sempre “selvaggi”. Il secondo riguarda il nostro rapporto con la morte. Questi uccelli hanno un'indubbia relazione con questo aspetto. Si nutrono infatti di carcasse, ragione per cui hanno seguito, prima ancora che l’uomo, i lupi nelle loro migrazioni; e hanno sviluppato un grande spirito di osservazione, così da riuscire a capire da impercettibili segni quando un animale ammalato, oppure ferito, sta per morire; lo tallonano da vicino fino all’evento finale, e così rendono anche un servizio agli animali carnivori. Questo ha fatto sì che molti miti contengano storie di corvi annunciatori di morte, come è evidente in quel disegno sulle pareti delle grotte di Lascaux.
Nel corso del XX secolo in Europa e in America la caccia al corvo ha raggiunto punte elevate con trappole destinate a loro, attacchi ai nidi nell’epoca delle covate o sparando. Poi nel 1979 il Parlamento europeo ha votato delle linee guida per la protezione dei volatili inserendo la tutela degli uccelli canori senza eccezioni di sorta. Così anche i corvi, che gracchiano, sono stati messi tra le specie protette. Sull'intelligenza di questo animale Bernd Heinrich ha scritto pagine davvero esaurienti in un libro che non è solo un testo scientifico, ma anche un diario di lavoro e la storia del suo rapporto con questo animale (del medesimo autore è disponibile in italiano anche il bellissimo Corvi d’inverno, tradotto molti anni fa e ora ristampato da Ricca Editore per la traduzione di Marta Suatoni). Nel suo breve ed elegante libro Riechelmann racconta un esperimento che alcuni etologi hanno compiuto nel 2002 con una coppia di corvi, Betty e Abel, cui fu proposto come cibo il cuore di un maiale dentro un cilindro di vetro dal collo molto lungo, per cui nessuno dei due arrivava a toccarlo. Gli sperimentatori avevano lasciato due pezzi di fil di ferro, uno dritto e l’altro piegato a forma di gancio. Abel si prese questo secondo e tirò fuori la ciotolina col cibo, che poi si mangiò da solo. Betty, senza perdersi d’animo o contendergli il cibo, prese il filo di ferro, ne piegò l’estremità aiutandosi zampe e becco, e realizzò un gancio con cui estrasse dal cilindro il proprio pasto. Questa coppia di corvi della Nuova Caledonia ha dimostrato la capacità dei volatili di munirsi di strumenti in modo creativo. Fino a quel momento entrambi non avevano infatti mai visto un fil di ferro; non erano stati scelti a caso, dal momento che questi corvi utilizzano rametti per estrarre da tronchi marci larve di insetti, fino a infilzarli per mangiarli.
I corvi di Tokyo, dotati di un grosso becco, dal canto loro hanno imparato a forare i sacchi della spazzatura per banchettare sulle strade la mattina presto. Perciò le autorità municipali hanno preso tempo addietro varie misure per evitare che i sacchi restassero a lungo nelle vie; così i corvi di Tokyo sono stati i primi ad aprire le noci gettandole sotto le automobili di passaggio ferme ai semafori. Gli esempi di ingegnosità dei corvi, anche solo per effettuare giochi che li divertono, sono parecchi, descritti da ornitologi ed etologi nei loro studi. Non a caso in diversi miti vengono presentati come trickster, bricconi divini, imbroglioni e clown, insieme intelligenti, astuti e dispettosi.
Riechelmann si sofferma poi sul contributo che Konrad Lorenz ha dato allo studio dei corvi, delle taccole e delle cornacchie. Chi ha letto L’anello di Re Salomone (traduzione italiana di Laura Schwarz, Adelphi) si ricorderà di Roa, il corvo dell’etologo austriaco, che ruba la biancheria intima dei suoi vicini di casa. Pur essendo stato iscritto al partito nazista, fatto che l’etologo ha rievocato in un'intervista televisiva negli ultimi anni della sua vita, egli è stato senza dubbio uno dei più grandi studiosi di animali. Gregory Bateson, antropologo e studioso di cibernetica, ha definito Lorenz uno “sciamano praticante” in Mente e natura (traduzione italiana di Giuseppe Longo, Adelphi). Esercitando una particolare forma di empatia – pensare come pensano i corvi – è arrivato nel corso della sua vita a “dedurre moltissimo dal paragone (consapevole o inconsapevole) tra le azioni che vede fare a un animale e le sensazioni che prova compiendole lui stesso”. Per quanto oggi molte delle teorie di Lorenz siano considerate superate, resta fondamentale il suo metodo di immedesimazione, qualcosa che egli possedeva in modo inconsapevole senza averlo mai appreso da nessuno. Forse è stato leggendo da bambino il libro di Selma Lagerlöf, Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson (traduzione italiana di Laura Cangemi, Iperborea), che Lorenz ha imparato questo metodo dal protagonista del libro. Il giovane Nils, grazie all’incantesimo di un folletto, è diventato piccolo e ha acquistato il potere di parlare con gli animali: li capisce ed è compreso. Il ragazzo possiede quello che Lorenz chiamerà l’anello di Re Salomone. Ad ammirarlo non c’è solo Gregory Bateson, ma anche lo scrittore inglese Bruce Chatwin, che nel libro dedicato agli aborigeni australiani, Le vie dei canti (traduzione italiana di Silvia Gariglio, Adelphi), racconta come sia andato a trovarlo ad Altenberg, la piccola città vicino a Vienna. Qui lo vede calarsi nei panni di un uccello o di un pesce mentre spiega le sue idee su quegli animali, o imitare davanti al suo visitatore un esemplare di taccola posta all’ultimo gradino della “gerarchia”, l’uccello più infelice della Terra.
Bateson nel suo libro spiega come Lorenz abbia saputo riassumere il sapere motorio espressivo di tutti gli esseri viventi. Come dice più letterariamente Chatwin, è stato un attore straordinario. Il metodo di Lorenz non presuppone l’idea di raggiungere un livello di conoscenza dei corvi, delle anatre o delle taccole per dominarli o controllarli, ma di immergersi totalmente nel loro mondo da cui tornava, scrive Riechelmann, ricco di acquisizioni sull’estetica degli esseri viventi del regno animale. E non ci sono solo Bateson e Chatwin tra gli ammiratori di questo etologo dei corvi. Leggendo Deleuze e Guattari, il loro mitico libro Mille piani (traduzione italiana di Giorgio Passerone, Castelvecchi), si scopre che mentre parlano della scoperta della territorialità degli animali quale fenomeno espressivo, lo citano ampiamente nel capitolo Del ritornello: gli animali marchiano il territorio con i colori o con i suoni, con canti e rumori vari, aspetti che per i due filosofi francesi costituiscono dei veri e propri movimenti artistici paralleli a quelli dell’arte umana.
I corvi possiedono un cervello molto più grande di tutti gli altri uccelli in rapporto alle loro dimensioni corporee. Solo i pappagalli li eguagliano, come ha dimostrato il grande zoologo svizzero Adolf Portmann negli anni Quaranta del XX secolo. La loro evoluzione nel corso di milioni di anni li ha portati a un livello di intelligenza straordinario, come spiega con vari esempi Bernd Heinrich nel suo studio. Il capitolo del libro di Lorenz intitolato Le mie perenni compagne descrive poi i giochi delle sue taccole con una straordinaria partecipazione osservativa che lascia stupefatti. Si tratta di giochi nel senso che diamo a questa parola, attività di cui reputiamo capaci animali come i gatti e i cani. Ci sono movimenti di questi uccelli praticati per puro piacere, virtuosismi che riguardano il volo, le distanze, gli spostamenti in aria, che appaiono come il risultato non tanto o non solo di gesti innati e istintivi, bensì frutto d’una conquista personale, scrive Lorenz. Due dei corvi all'interno della fortificazione della Torre di Londra
Nel suo libro Riechelmann cita Boria Sax, autore di Crow (Reaktion Books), secondo cui nel 1666 s’apre l’era moderna dei corvi. Cosa è accaduto in quell’anno? In settembre era scoppiato un grande incendio a Londra, che aveva infuriato per una settimana distruggendo parte della città e facendo molti morti, che non si riuscirono a rimuovere e portare fuori città a causa di varie difficoltà. Per questa ragione si videro i corvi della città calare a nutrirsi dei cadaveri. Questo provocò una furiosa reazione degli abitanti che uccisero decine di migliaia di quegli uccelli e distrussero i loro nidi. Il re, Carlo II, fu contrario a questa forma di vendetta contro i corvi. La ragione, scrive Riechelmann, deriverebbe da una profezia che riguardava la fine della monarchia e la distruzione del palazzo reale se i corvi che alloggiavano nella Torre di Londra fossero stati uccisi. Per questo il re stabilì che dovessero esserci sempre sei corvi in quell’alto edificio e nominò una guardia speciale, il maestro dei corvi della Torre, per custodirli, carica che esiste tuttora. Proprio l’attuale Ravenmaster, Christopher Skaife, ha pubblicato un libro intitolato Il signore dei corvi alla fine del 2019 (traduzione italiana di Stefania De Franco, Guanda, 245 pagine). Nella ultima parte del volume Skaife sostiene che questa vicenda della istituzione del Ravenmaster e della profezia, compresi i sei corvi allocati nella Torre, è solo una leggenda. Nei documenti che ha raccolto nel corso degli anni attraverso una ricerca puntigliosa e dettagliata, non si sono trovati riferimento alla storia di re Carlo II antecedenti il tardo Ottocento. Non esisterebbe perciò nessun decreto reale sulla tutela di questi volatili, se non un mandato riferito all’astronomo di corte dell’epoca, che era infastidito dai corvi, così che alla fine si trasferì per le sue osservazioni a Greenwich. La rassegna che ci offre il Ravenmaister è ampia e probabilmente definitiva. Skaife è un ornitologo dilettante, come si definisce, ma dopo tanti anni dedicati ai suoi corvi, di cui parla diffusamente con grande trasporto nel
volume, è diventato uno dei maggiori esperti in questo campo. Il libro è piacevole perché mescola le sue avventure per tenere i corvi nella torre (sono liberi di andare dove vogliono, non sono tenuti in una voliera) a molte notizie sulla presenza di questo volatile nelle opere letterarie di ogni tempo e luogo, sulle leggende che lo riguardano, sulla voci e sulla vista, tanti dettagli tenuti insieme da un racconto orale messo per iscritto.
Un dettaglio riguarda anche la celebre poesia di E. A. Poe, Il corvo, apparsa nel 1845, da alcuni ritenuta la poesia lirica più famosa del mondo – di certo lo è in lingua inglese. Poe sarebbe arrivato a scriverla attraverso Charles Dickens. Si tratta del suo romanzo Barnaby Rudge, di cui esiste una traduzione italiana di Ferdinanda Pivano del 1947. Il protagonista di questo libro, che si svolge durante le sommosse anticattoliche del 1780, possiede un corvo di nome Grip, che l’accompagna dappertutto. Questo corvo esisteva davvero in casa Dickens, e oggi lo si può vedere impagliato nella Free Library di Philadelphia tra le cose appartenute allo scrittore. Poe pubblicò a puntate sul giornale che dirigeva, Graham’s Lady’s and Gentleman’s Magazine, quel romanzo e lo recensì. In La filosofia della composizione racconta come gli nacque l’idea di questo uccello che ripeteva "Nevermore" a chiusa di ogni stanza poetica, collegando così in modo definitivo nella modernità malinconia, morte e il corvo. Uno stigma quasi definitivo per un animale così straordinario, misterioso e perspicace.