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(ansa)

La grammatica della crisi

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È una crisi in incognito, mettiamola così. Nessuno la dichiara. Un partito di governo ha ritirato i suoi ministri, tutti se ne dolgono, ma intanto la macchina va avanti, sia pure con una gomma bucata. Senza dimissioni del presidente del Consiglio, senza sostituire ministri e sottosegretari di Italia Viva, senza interrompere l'attività governativa, senza un immediato confronto in Parlamento.

Ma è legittima questa condizione? E come funziona l'orologio della crisi? Nel dubbio, apri gli archivi, consulti i precedenti. Che però, in Italia, sono come il sacco della Befana: c'è dentro un po' di tutto. Per forza, con 66 governi (ed altrettante crisi di governo) in poco più di settant'anni. Allora chiedi soccorso alla Costituzione, la interpelli come una Sibilla. Lei invece tace, non entra nei dettagli. L'unica regola espressa sta nell'obbligo di dimissioni dell'esecutivo dopo un voto di sfiducia delle Came…
È una crisi in incognito, mettiamola così. Nessuno la dichiara. Un partito di governo ha ritirato i suoi ministri, tutti se ne dolgono, ma intanto la macchina va avanti, sia pure con una gomma bucata. Senza dimissioni del presidente del Consiglio, senza sostituire ministri e sottosegretari di Italia Viva, senza interrompere l'attività governativa, senza un immediato confronto in Parlamento.

Ma è legittima questa condizione? E come funziona l'orologio della crisi? Nel dubbio, apri gli archivi, consulti i precedenti. Che però, in Italia, sono come il sacco della Befana: c'è dentro un po' di tutto. Per forza, con 66 governi (ed altrettante crisi di governo) in poco più di settant'anni. Allora chiedi soccorso alla Costituzione, la interpelli come una Sibilla. Lei invece tace, non entra nei dettagli. L'unica regola espressa sta nell'obbligo di dimissioni dell'esecutivo dopo un voto di sfiducia delle Camere. Guarda caso, nella nostra storia non è mai accaduto. Le crisi di governo si sono sempre consumate fuori dal modello - e dai riti - della Costituzione. Crisi extraparlamentari, così vengono chiamate. Ma forse è extraparlamentare pure la Repubblica italiana, se può fare a meno del proprio Parlamento.

Eppure è il Parlamento la fonte di legittimazione dei governi. La loro autorità deriva dal voto di fiducia, e quest'ultimo sposa tre elementi: la persona del presidente del Consiglio; la squadra dei ministri; la formula politica, ossia la coalizione di partiti che raggiunga la maggioranza in seno alle assemblee legislative. E dunque, se muta l'uno o l'altro, il governo non c'è più, c'è solo il suo fantasma. Per riesumarlo serve un nuovo voto di fiducia, un nuovo esecutivo.

Questa conclusione è di per sé evidente in caso di morte o grave malattia del presidente del Consiglio (avvenne, durante l'epoca monarchica, con la scomparsa di Cavour nel 1861). Ma riflette un canone logico e giuridico anche quando si dimetta un drappello di ministri, nonostante qualche cattivo precedente (nel 1990 il sesto gabinetto Andreotti sopravvisse all'uscita di cinque ministri della sinistra Dc, con un maxirimpasto).

Ed è ancora più obbligata se si stacca una costola della maggioranza, mutando perciò la piattaforma politica dell'esecutivo. Nella prima Repubblica s'aprivano crisi di governo anche per volontà d'un piccolo partito, come quello liberale, benché non determinante per i numeri della maggioranza parlamentare. Il partito di Renzi, viceversa, risulta decisivo, quantomeno al Senato.

Insomma, la nostra Costituzione sarà pure silente, ma non è certo consenziente. Sicché Conte rimane vincolato a una sola alternativa: o chiede una fiducia rinnovata alle due Camere; oppure si dimette nelle mani del capo dello Stato. Che a sua volta può respingerne le dimissioni, secondo una prassi inaugurata da Pertini; e invitarlo a riferire in Parlamento, affinché s'apra un dibattito pubblico, aperto, trasparente sulle ragioni della crisi. In caso contrario l'esecutivo può anche sopravvivere raccattando qualche altro consenso, però verrebbe santificato il trasformismo, antica malattia della politica italiana. Come testimonia un altro brutto precedente, spesso evocato in questi giorni: la non-crisi del quarto gabinetto Berlusconi, nel 2010, quando l'uscita di Fini venne compensata da Razzi e Scilipoti.

Sicché risuona, dopo così lungo tempo, l'altolà di Cesare Merzagora, presidente del Senato. Nel 1960 la crisi del secondo gabinetto Segni si consumava nelle stanze dei partiti, senza investirne il Parlamento. "Allora tanto vale sbaraccarlo" disse "risparmieremmo tempo e denaro". Ma non è con questo tipo di risparmi che si cura la democrazia italiana.