Responsabili, costruttori, volenterosi: in futuro, forse, l’appello per la salvezza del governo verrà esteso ai liberi muratori. Comunque, forte e chiara è risuonata l’invocazione del premier Conte a popolari, socialisti, liberali, ambientalisti, europeisti (dimenticandosi un po’ ingiustamente i Marxisti per Tabacci), mentre, più mirato, aveva precedentemente fatto capolino l’invito del segretario Pd Zingaretti alle forze liberali ed europeiste presenti in Parlamento. È un concetto un po’ vago sul quale potrebbero pensare di ritrovarsi Cambiamo! di Toti, la stessa Italia Viva e, molto più plausibilmente, la pattuglia di +Europa e di Azione.
Orbene, il governo la sua maggioranza in Parlamento l’ha ottenuta, ma assai risicata ed in futuro non è escluso che la richiesta di coinvolgimento dei liberaldemocratici possa essere reiterata. Ebbene, evitiamo le condizioni politiche che ciascuna di queste formazioni potrebbe legittimamente chiedere (un nuovo premier, rinnovata compagine ministeriale, maggioranza allargata): qui si vorrebbero suggerire tre facili test programmatici per scoprire se si tratta di profferte serie o approcci da sensale.
Premettiamo che nel Recovery Fund i punti da chiarire sono molti e che snodi cruciali come burocrazia, giustizia o merito — come rilevato da Carlo Cottarelli su Repubblica — andrebbero reimpostati rispetto ai disegni di legge governativi. Si tratta però di problemi la cui soluzione richiede tempo. Invece queste sono tre condizioni preliminari molto semplici, che si possono firmare subito e attuare in breve.
Primo: stop al protezionismo. Da dicembre 2017 in avanti si sono succeduti vari provvedimenti che hanno aumentato il numero di settori produttivi ritenuti “strategici”, ove l’acquisto di imprese italiane è sottoposto al placet del governo, persino se gli offerenti sono società europee (in barba alla fondamentale libertà di movimento di capitali nel mercato Ue). Gli investimenti superiori al 10% del capitale sociale dell’azienda target vanno infatti notificati, sia essa operante nel comparto bancario, delle telecomunicazioni, agroalimentare, assicurativo, farmaceutico, finanziario e chi più ne ha più ne metta. Orbene, fatti salvi i veti per motivi di sicurezza nazionale e per le acquisizioni extracomunitarie agevolate da sussidi pubblici (leggasi Cina), questa normativa può essere facilmente abolita tornando allo status quo ante.
Secondo: stop allo Stato imprenditore. Finita la stagione delle privatizzazioni, lo Stato è rientrato in forze nel capitale delle imprese; in alcuni casi, come Alitalia, a rischio che persino nel periodo della pandemia, quando le regole europee sono più rilassate, la Commissione inizi procedure per violazione della normativa sugli aiuti di Stato. Ricordiamo che tali disposizioni proibiscono gli sprechi, cioè gli acquisti di partecipazioni a prezzi fuori mercato: non prendono posizione sulla proprietà pubblica ma il limite è di non fumarsi i soldi del contribuente. Pure in questo caso basterebbe che, entro 24 mesi e prevedendo un calendario preciso, il governo rimettesse sul mercato tutte le partecipazioni comprate direttamente o indirettamente negli ultimi 5 anni e fermasse ogni nuova acquisizione.
Terzo: concorrenza. Non ne parla nessuno e l’ultima legge sulla concorrenza fu approvata nel 2017, dopo grandi sforzi e massicci depotenziamenti rispetto all’impianto originario. Ordunque, anche qui la si può far semplice. Si recuperi la relazione di 6 anni fa dell’Autorità Antitrust e tutti i provvedimenti ivi contenuti e non ancora attuati siano recepiti in blocco dal governo mediante un decreto-legge (i requisiti di necessità e urgenza di sbloccare il mercato ci sono tutti), contemporaneamente all’abolizione delle controriforme del mercato del lavoro (voucher, ad esempio) degli ultimi 3 anni.
Il giurista Julius von Kirchmann coniò il famoso aforisma per il quale basta “un tratto di penna del legislatore e intere biblioteche vanno al macero”. Qui il tratto di penna sarebbe il benvenuto e — tranquilli — le biblioteche non corrono alcun pericolo.
Orbene, il governo la sua maggioranza in Parlamento l’ha ottenuta, ma assai risicata ed in futuro non è escluso che la richiesta di coinvolgimento dei liberaldemocratici possa essere reiterata. Ebbene, evitiamo le condizioni politiche che ciascuna di queste formazioni potrebbe legittimamente chiedere (un nuovo premier, rinnovata compagine ministeriale, maggioranza allargata): qui si vorrebbero suggerire tre facili test programmatici per scoprire se si tratta di profferte serie o approcci da sensale.
Premettiamo che nel Recovery Fund i punti da chiarire sono molti e che snodi cruciali come burocrazia, giustizia o merito — come rilevato da Carlo Cottarelli su Repubblica — andrebbero reimpostati rispetto ai disegni di legge governativi. Si tratta però di problemi la cui soluzione richiede tempo. Invece queste sono tre condizioni preliminari molto semplici, che si possono firmare subito e attuare in breve.
Primo: stop al protezionismo. Da dicembre 2017 in avanti si sono succeduti vari provvedimenti che hanno aumentato il numero di settori produttivi ritenuti “strategici”, ove l’acquisto di imprese italiane è sottoposto al placet del governo, persino se gli offerenti sono società europee (in barba alla fondamentale libertà di movimento di capitali nel mercato Ue). Gli investimenti superiori al 10% del capitale sociale dell’azienda target vanno infatti notificati, sia essa operante nel comparto bancario, delle telecomunicazioni, agroalimentare, assicurativo, farmaceutico, finanziario e chi più ne ha più ne metta. Orbene, fatti salvi i veti per motivi di sicurezza nazionale e per le acquisizioni extracomunitarie agevolate da sussidi pubblici (leggasi Cina), questa normativa può essere facilmente abolita tornando allo status quo ante.
Secondo: stop allo Stato imprenditore. Finita la stagione delle privatizzazioni, lo Stato è rientrato in forze nel capitale delle imprese; in alcuni casi, come Alitalia, a rischio che persino nel periodo della pandemia, quando le regole europee sono più rilassate, la Commissione inizi procedure per violazione della normativa sugli aiuti di Stato. Ricordiamo che tali disposizioni proibiscono gli sprechi, cioè gli acquisti di partecipazioni a prezzi fuori mercato: non prendono posizione sulla proprietà pubblica ma il limite è di non fumarsi i soldi del contribuente. Pure in questo caso basterebbe che, entro 24 mesi e prevedendo un calendario preciso, il governo rimettesse sul mercato tutte le partecipazioni comprate direttamente o indirettamente negli ultimi 5 anni e fermasse ogni nuova acquisizione.
Terzo: concorrenza. Non ne parla nessuno e l’ultima legge sulla concorrenza fu approvata nel 2017, dopo grandi sforzi e massicci depotenziamenti rispetto all’impianto originario. Ordunque, anche qui la si può far semplice. Si recuperi la relazione di 6 anni fa dell’Autorità Antitrust e tutti i provvedimenti ivi contenuti e non ancora attuati siano recepiti in blocco dal governo mediante un decreto-legge (i requisiti di necessità e urgenza di sbloccare il mercato ci sono tutti), contemporaneamente all’abolizione delle controriforme del mercato del lavoro (voucher, ad esempio) degli ultimi 3 anni.
Il giurista Julius von Kirchmann coniò il famoso aforisma per il quale basta “un tratto di penna del legislatore e intere biblioteche vanno al macero”. Qui il tratto di penna sarebbe il benvenuto e — tranquilli — le biblioteche non corrono alcun pericolo.