Governo, la partita vera è a Bruxelles
di Stefano Folli , di Stefano FolliIl rapporto con l’Ue alla vigilia del Recovery è il cuore di tutto: della crisi, delle riforme e degli strumenti con cui affrontare il rischio di un collasso sociale
Ma in definitiva in cosa consiste il "progetto politico" su cui il presidente del Consiglio ha tanto insistito? Diciamo che i contorni sono rimasti alquanto vaghi, ma tutti hanno capito quel che c'era da capire: il "progetto" al momento coincide con il tentativo di aprire un ombrello dove possano rifugiarsi tutti coloro che Conte sogna di riunire in un gruppo parlamentare e domani - ormai è evidente - in una lista personale. È un gioco tutto politico che da un lato ammicca a quanti cercano una casa per garantirsi un minimo di prospettiva personale e dall'altro si sforza di mandare all'esterno un messaggio di solidità o quanto meno di non eccessiva debolezza.
Il problema è che la bizzarra crisi si muove su due piani destinati a intrecciarsi abbastanza presto. C'è il piano domestico, per non dire provinciale. Un dibattito nel complesso modesto, privo di vera passione negli oratori, salvo poche eccezioni, e un govern…
Il problema è che la bizzarra crisi si muove su due piani destinati a intrecciarsi abbastanza presto. C'è il piano domestico, per non dire provinciale. Un dibattito nel complesso modesto, privo di vera passione negli oratori, salvo poche eccezioni, e un govern…
Ma in definitiva in cosa consiste il "progetto politico" su cui il presidente del Consiglio ha tanto insistito? Diciamo che i contorni sono rimasti alquanto vaghi, ma tutti hanno capito quel che c'era da capire: il "progetto" al momento coincide con il tentativo di aprire un ombrello dove possano rifugiarsi tutti coloro che Conte sogna di riunire in un gruppo parlamentare e domani - ormai è evidente - in una lista personale. È un gioco tutto politico che da un lato ammicca a quanti cercano una casa per garantirsi un minimo di prospettiva personale e dall'altro si sforza di mandare all'esterno un messaggio di solidità o quanto meno di non eccessiva debolezza.
Il problema è che la bizzarra crisi si muove su due piani destinati a intrecciarsi abbastanza presto. C'è il piano domestico, per non dire provinciale. Un dibattito nel complesso modesto, privo di vera passione negli oratori, salvo poche eccezioni, e un governo che si avvia a una sopravvivenza precaria condita però di ambiziosi propositi, almeno a parole. Un governo che dovrà guadagnarsi i suoi margini giorno per giorno, nella speranza che i numeri striminziti di ieri sera acquistino maggiore spessore con l'arrivo dei nuovi "centristi". Scenario suggestivo da discutere nel Transatlantico di Montecitorio, ma non semplice da realizzare in una situazione sfilacciata e contraddittoria come l'attuale.
E infatti bisogna valutare il secondo piano, quello internazionale. Non è la prima volta che l'Unione europea si prepara a giocare un ruolo decisivo nelle vicende italiane. L'esempio del 2011, con la crisi dello "spread" e la fine della stagione di Berlusconi, è sempre il più calzante. Oggi lo scenario è diverso, lo "spread" è sotto controllo, ma il cosiddetto "vincolo esterno" è più stringente di allora. Il "Recovery Fund", proprio perché rappresenta un salto di qualità in Europa, impone un percorso virtuoso, diciamo così, pena sanzioni e ritardi nell'elargizione delle risorse (in parte a fondo perduto, ma per una fetta maggioritaria sotto forma di prestiti da restituire). Chi accetta la realtà non può ignorare che il rapporto con l'Unione alla vigilia del programma del "Recovery" è il cuore di tutto: della crisi, nella quale Renzi ha evocato proprio la gestione dei soldi europei; delle riforme che dovrebbero accompagnare gli investimenti e di cui finora non c'è traccia (dalle opere pubbliche a una giustizia efficiente per il cittadino); degli strumenti con cui affrontare il rischio di un collasso sociale.
Si potrebbe continuare, ma è la stessa Unione a parlare chiaro. Non solo Gentiloni, peraltro molto netto nel ricordare che le riforme sono altrettanto importanti di un piano economico convincente. Ma ieri è stato lo stesso Dombrovskis, vicepresidente della Commissione, a ricordare che "i lavori sul Recovery plan italiano sono in corso e spero che l'instabilità politica non li metta a repentaglio perché l'Italia è il maggiore beneficiario e bisogna assicurarsi che i fondi arrivino". Come dire che il piano deve essere credibile e l'instabilità non può essere un alibi per rinvii o inadempienze. Fino a rammentare che l'Italia ha tutto l'interesse di evitare che l'elargizione sia rinviata. Non c'è da aggiungere molto. La nuova maggioranza uscita dal Parlamento sarà giudicata alla prova dei fatti. È chiaro che a Bruxelles, ma anche a Berlino e Parigi, si è sospettosi. Questa è la vera partita che Conte deve vincere ed è qui che l'intreccio tra le manovre parlamentari e l'orizzonte europeo diventa determinante.
Il problema è che la bizzarra crisi si muove su due piani destinati a intrecciarsi abbastanza presto. C'è il piano domestico, per non dire provinciale. Un dibattito nel complesso modesto, privo di vera passione negli oratori, salvo poche eccezioni, e un governo che si avvia a una sopravvivenza precaria condita però di ambiziosi propositi, almeno a parole. Un governo che dovrà guadagnarsi i suoi margini giorno per giorno, nella speranza che i numeri striminziti di ieri sera acquistino maggiore spessore con l'arrivo dei nuovi "centristi". Scenario suggestivo da discutere nel Transatlantico di Montecitorio, ma non semplice da realizzare in una situazione sfilacciata e contraddittoria come l'attuale.
E infatti bisogna valutare il secondo piano, quello internazionale. Non è la prima volta che l'Unione europea si prepara a giocare un ruolo decisivo nelle vicende italiane. L'esempio del 2011, con la crisi dello "spread" e la fine della stagione di Berlusconi, è sempre il più calzante. Oggi lo scenario è diverso, lo "spread" è sotto controllo, ma il cosiddetto "vincolo esterno" è più stringente di allora. Il "Recovery Fund", proprio perché rappresenta un salto di qualità in Europa, impone un percorso virtuoso, diciamo così, pena sanzioni e ritardi nell'elargizione delle risorse (in parte a fondo perduto, ma per una fetta maggioritaria sotto forma di prestiti da restituire). Chi accetta la realtà non può ignorare che il rapporto con l'Unione alla vigilia del programma del "Recovery" è il cuore di tutto: della crisi, nella quale Renzi ha evocato proprio la gestione dei soldi europei; delle riforme che dovrebbero accompagnare gli investimenti e di cui finora non c'è traccia (dalle opere pubbliche a una giustizia efficiente per il cittadino); degli strumenti con cui affrontare il rischio di un collasso sociale.
Si potrebbe continuare, ma è la stessa Unione a parlare chiaro. Non solo Gentiloni, peraltro molto netto nel ricordare che le riforme sono altrettanto importanti di un piano economico convincente. Ma ieri è stato lo stesso Dombrovskis, vicepresidente della Commissione, a ricordare che "i lavori sul Recovery plan italiano sono in corso e spero che l'instabilità politica non li metta a repentaglio perché l'Italia è il maggiore beneficiario e bisogna assicurarsi che i fondi arrivino". Come dire che il piano deve essere credibile e l'instabilità non può essere un alibi per rinvii o inadempienze. Fino a rammentare che l'Italia ha tutto l'interesse di evitare che l'elargizione sia rinviata. Non c'è da aggiungere molto. La nuova maggioranza uscita dal Parlamento sarà giudicata alla prova dei fatti. È chiaro che a Bruxelles, ma anche a Berlino e Parigi, si è sospettosi. Questa è la vera partita che Conte deve vincere ed è qui che l'intreccio tra le manovre parlamentari e l'orizzonte europeo diventa determinante.