Se ogni tanto fossimo capaci di guardare, quaggiù, in Italy. Alle samurai azzurre, alle 50 sfumature di rischio, alla nuova quota cento. A Sofia, a Federica, a Marta, a Elena. E di accorgerci che ci sono abissi di neve meravigliosi: di stili e di coraggio. Con le nostre ragazze, donne, atlete, campionesse, sempre pronte a buttarsi, a confrontarsi, ad andare controvento. A cadere, a rialzarsi, a vincere per 100 volte in Coppa del Mondo. A essere da più di mezzo secolo, storia e coscienza, anche scanzonata, di un'Italia, fatta di sorelle diverse, dai caratteri opposti, ma unite nel destreggiarsi tra i pregiudizi verso le piccole donne. E nella volontà di lasciarsi il mondo dietro, di staccarlo e surclassarlo. "L'Italia chiamò, sci", è il messaggio di Sofia Goggia, al quarto successo consecutivo nella discesa libera, undicesimo in carriera. Che vuole dire: guardate anche da questa parte, prendete atto che ci siamo anche noi, quelle del…
Se ogni tanto fossimo capaci di guardare, quaggiù, in Italy. Alle samurai azzurre, alle 50 sfumature di rischio, alla nuova quota cento. A Sofia, a Federica, a Marta, a Elena. E di accorgerci che ci sono abissi di neve meravigliosi: di stili e di coraggio. Con le nostre ragazze, donne, atlete, campionesse, sempre pronte a buttarsi, a confrontarsi, ad andare controvento. A cadere, a rialzarsi, a vincere per 100 volte in Coppa del Mondo. A essere da più di mezzo secolo, storia e coscienza, anche scanzonata, di un'Italia, fatta di sorelle diverse, dai caratteri opposti, ma unite nel destreggiarsi tra i pregiudizi verso le piccole donne. E nella volontà di lasciarsi il mondo dietro, di staccarlo e surclassarlo. "L'Italia chiamò, sci", è il messaggio di Sofia Goggia, al quarto successo consecutivo nella discesa libera, undicesimo in carriera. Che vuole dire: guardate anche da questa parte, prendete atto che ci siamo anche noi, quelle delle discese ardite e delle risalite. Quelle selvagge, istintive, irruenti. Quelle leggere, tecniche, intelligenti. Quelle che dicono "sì sì" e poi fanno di testa loro. E magari sbagliano, ma magari anche no, smettendo di essere un progetto altrui per essere quelle che sono.
Prendete quella moschettiera di Sofia e la sua lucida follia, un cocktail di talento, shakerato con un azzardo zen: ce ne vuole a godere senza paura a più di cento all'ora dopo quattro operazioni alle ginocchia (tre rotture del crociato e menischi), una al malleolo e una frattura al braccio sinistro. Peggio di lei solo Vonn, e infatti le due si amano perché le cicatrici sono i punti del coraggio. L'hanno chiamata negli anni Settanta la Valanga Rosa perché Giordani, Quario, Zini erano lampi improvvisi di azzurro, importanti e vitali, ma ora è una scia, meglio una raffica continua: e dove non arriva una, arriva l'altra. C'è posto per te, e per cantare l'inno insieme. Il centesimo successo è l'evoluzione delle specie femminile sulla neve. Non è un'Italia mediterranea, manca ancora un Tomba che arriva da Bologna a scombussolare la geografia del nord, ma Sofia, 28 anni, da Bergamo, Federica Brignone, 30, da Milano (risiede a La Salle), Marta Bassino, 25, da Borgo San Dalmazzo (Cuneo), Elena Curtoni, 30, da Morbegno (Sondrio), non sono montanare a disagio con un mondo metropolitano. Anzi sono capaci di modernizzare le loro radici e di esibire la loro rocciosità come avanguardia. Agli ultimi Giochi Invernali (2018) le azzurre per la prima volta hanno vinto più degli uomini.
Quando Paola Magoni, 19 anni, di Selvino (Bergamo) nell'84 si mette al collo il primo oro (slalom) olimpico dello sci femminile, si deve quasi scusare. "Dissi che andavo ai Giochi per vincere, non per partecipare: mi guardarono come se fossi pazza, pensavano mi fossi montata la testa". Nei cento successi si parte da Giustina Demetz, gardenese, che nel '67 arriva prima a pari merito con la francese Goitschel e che nel '70 quando si rompe il perone in allenamento, smette ma non si perde d'animo (si metterà a vendere, unica donna, i primi scarponi di sci in plastica), a Claudia Giordani, figlia d'arte, nata a Roma, emigrata a Milano, che nel '74 è prima in solitaria nello slalom gigante e che a soli 25 anni lascerà lo sci, a Deborah Compagnoni, a quota 16 successi, che entrò nelle case degli italiani per le vittorie, ma anche ad Albertville nel '92 con il suo disperato urlo in diretta, rottura dei legamenti (si era già spaccata il ginocchio destro nell'88). C'era dolore fisico in quella voce, sofferenza, ma anche la convinzione che a quelle sciabolate si risponde con altrettanta violenta determinazione. E infatti rivincerà. E oggi c'è Sofia che già a sei anni non voleva l'ordinario, ma un'altra visuale su quell'abisso da rendere paradiso. Per lei, per noi, e dai che saliamo tutte.
Prendete quella moschettiera di Sofia e la sua lucida follia, un cocktail di talento, shakerato con un azzardo zen: ce ne vuole a godere senza paura a più di cento all'ora dopo quattro operazioni alle ginocchia (tre rotture del crociato e menischi), una al malleolo e una frattura al braccio sinistro. Peggio di lei solo Vonn, e infatti le due si amano perché le cicatrici sono i punti del coraggio. L'hanno chiamata negli anni Settanta la Valanga Rosa perché Giordani, Quario, Zini erano lampi improvvisi di azzurro, importanti e vitali, ma ora è una scia, meglio una raffica continua: e dove non arriva una, arriva l'altra. C'è posto per te, e per cantare l'inno insieme. Il centesimo successo è l'evoluzione delle specie femminile sulla neve. Non è un'Italia mediterranea, manca ancora un Tomba che arriva da Bologna a scombussolare la geografia del nord, ma Sofia, 28 anni, da Bergamo, Federica Brignone, 30, da Milano (risiede a La Salle), Marta Bassino, 25, da Borgo San Dalmazzo (Cuneo), Elena Curtoni, 30, da Morbegno (Sondrio), non sono montanare a disagio con un mondo metropolitano. Anzi sono capaci di modernizzare le loro radici e di esibire la loro rocciosità come avanguardia. Agli ultimi Giochi Invernali (2018) le azzurre per la prima volta hanno vinto più degli uomini.
Quando Paola Magoni, 19 anni, di Selvino (Bergamo) nell'84 si mette al collo il primo oro (slalom) olimpico dello sci femminile, si deve quasi scusare. "Dissi che andavo ai Giochi per vincere, non per partecipare: mi guardarono come se fossi pazza, pensavano mi fossi montata la testa". Nei cento successi si parte da Giustina Demetz, gardenese, che nel '67 arriva prima a pari merito con la francese Goitschel e che nel '70 quando si rompe il perone in allenamento, smette ma non si perde d'animo (si metterà a vendere, unica donna, i primi scarponi di sci in plastica), a Claudia Giordani, figlia d'arte, nata a Roma, emigrata a Milano, che nel '74 è prima in solitaria nello slalom gigante e che a soli 25 anni lascerà lo sci, a Deborah Compagnoni, a quota 16 successi, che entrò nelle case degli italiani per le vittorie, ma anche ad Albertville nel '92 con il suo disperato urlo in diretta, rottura dei legamenti (si era già spaccata il ginocchio destro nell'88). C'era dolore fisico in quella voce, sofferenza, ma anche la convinzione che a quelle sciabolate si risponde con altrettanta violenta determinazione. E infatti rivincerà. E oggi c'è Sofia che già a sei anni non voleva l'ordinario, ma un'altra visuale su quell'abisso da rendere paradiso. Per lei, per noi, e dai che saliamo tutte.