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Crisi di governo, qualcuno parli dell'Italia

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Le dimissioni di Giuseppe Conte aprono una crisi al buio. La grande assente è la politica
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La crisi di governo è arrivata laddove Conte non avrebbe voluto: le dimissioni. Oggi il presidente del Consiglio sale al Quirinale per rassegnarle nelle mani di Mattarella. Da una parte, è la conferma di una debolezza: Conte ha lavorato per allargare la maggioranza senza passare da dimissioni e non ci è riuscito. Dall'altra, può ancora trasformarsi in un rilancio verso un Conte ter, perché questo resta al momento l'obiettivo al quale intendono lavorare il premier e i due principali partiti della coalizione, Pd e M5S. Conte, insomma, ha ancora speranze di tornare a Palazzo Chigi. Ma rischia, perché questa non è una crisi pilotata. Anzi, è una vera e propria crisi al buio. 

Si è spezzato il primo circolo vizioso della crisi: Conte determinato a non dimettersi e i potenziali Responsabili in Parlamento decisi a non fare passi avanti prima delle sue dimissioni. Ora il presidente del Consiglio può servirsi d…
La crisi di governo è arrivata laddove Conte non avrebbe voluto: le dimissioni. Oggi il presidente del Consiglio sale al Quirinale per rassegnarle nelle mani di Mattarella. Da una parte, è la conferma di una debolezza: Conte ha lavorato per allargare la maggioranza senza passare da dimissioni e non ci è riuscito. Dall'altra, può ancora trasformarsi in un rilancio verso un Conte ter, perché questo resta al momento l'obiettivo al quale intendono lavorare il premier e i due principali partiti della coalizione, Pd e M5S. Conte, insomma, ha ancora speranze di tornare a Palazzo Chigi. Ma rischia, perché questa non è una crisi pilotata. Anzi, è una vera e propria crisi al buio. 

Si è spezzato il primo circolo vizioso della crisi: Conte determinato a non dimettersi e i potenziali Responsabili in Parlamento decisi a non fare passi avanti prima delle sue dimissioni. Ora il presidente del Consiglio può servirsi di un'arma importante, la formazione di un nuovo esecutivo, per allargare la maggioranza. Toccherà a Conte dimostrare di poter ricostruire un campo stabile e credibile, con o senza Matteo Renzi, ma dovrà farlo presto perché tra dem e grillini non c'è unanimità sul fatto che il suo sia l'unico nome per uscire dalla crisi, ammesso che ci sia mai stata.

Altrimenti, una volta aperta la fase delle consultazioni al Colle, tutto diventa possibile. Compreso un governo con una maggioranza simile alla precedente ma un diverso presidente del Consiglio. A questo punto della partita, però, Conte non aveva altre possibilità che provare a risolvere la crisi in questo modo: le sfide che il governo ha di fronte - su tutte pandemia e Recovery Plan - non erano affrontabili con una raffazzonata prosecuzione del Conte bis, simulando la nascita di una nuova componente di maggioranza formata in realtà da una variopinta congrega di scappati di partito. Ma il passaggio formale dal Colle e le trattative per il nuovo governo devono servire soprattutto a colmare il grande vuoto di questa crisi: la politica. Intesa non (solo) come accordi di aula e formule numeriche, ma idee e progetti per il Paese che giustifichino la prosecuzione dell'esperienza di governo al di là del legittimo istinto di conservazione del potere o di mera difesa di alchimie politiche decise a tavolino, come l'abbraccio politico tra Pd e M5S. Negli ultimi giorni è venuto meno persino il tentativo di facciata di riempire di contenuti il dissidio all'interno della maggioranza.

Quando Conte, incalzato dal Pd, ha promesso un "patto di legislatura" per rilanciare l'agenda del governo ha di fatto ammesso che fin qui non esistevano né il patto né l'agenda. Un problema che esisteva anche prima dello strappo di Renzi. La disponibilità del Recovery Fund non è un piano d'azione se mancano certezze sulle finalità strategiche, i progetti concreti e la governance del piano, tema sul quale si è battibeccato a lungo senza che sia ancora stabilito chi e come coordinerà il buon utilizzo dei soldi europei.

Manca un quadro condiviso sulle politiche industriali, fiscali, del lavoro. Non generiche linee di indirizzo, buoni propositi da volantino cartaceo o digitale, bensì proposte fattuali e realistiche, adeguate alle urgenze del momento. Latita una visione sulle riforme istituzionali rimaste vergognosamente ferme dopo le vuote promesse che hanno preceduto il referendum sul taglio dei parlamentari. La crisi non può risolversi senza lo sforzo di dare risposte su temi inevasi o rimossi per paura delle divisioni interne alla maggioranza. 

Le perplessità del presidente del Consiglio su un ritorno in maggioranza di Italia viva sono comprensibili.  Molto meno il suo istinto ad affrontare la questione in chiave di risentimento personale: o me o Renzi. Il risentimento, in politica, funziona quando è accessorio. Quando, cioè, si hanno già la forza e i numeri per prevalere comunque. Giusta o ingiusta che sia, non è la condizione nella quale si trova Conte. La capacità di leadership non passa solo dagli indici di gradimento, senz'altro buoni quelli di Conte. Occorre anche la capacità di guidare il campo di cui ci si ritiene guida verso soluzioni realistiche e queste sì responsabili, senza disinteressarsi delle conseguenze e senza coltivare soluzioni estreme e personalistiche, per esempio la tentazione di uscire dall'angolo con la forzatura delle urne, con una coalizione virtuale (Pd e M5S) contro una reale (il centrodestra), senza un programma, senza una legge elettorale degna di questo nome. I referendum personali, in Italia, non hanno una buona tradizione. 

Le chance del Conte ter passano da idee chiare, una squadra rafforzata - sono troppi i ministri palesemente non all'altezza del compito - e un'offerta convincente per ripartire. Se Conte saprà metterle in campo, diventerà anche meno centrale, come merita, il tormentone Renzi sì-Renzi no sul quale si è fin qui avvitata la vana ricerca di una soluzione in Parlamento.