Quando diamo i numeri
di Stefano Bartezzaghi , di Stefano BartezzaghiL'errore nelle statistiche della Lombardia
Un dato non è un dato sino a che nessuno lo ha dato. In apparenza questo è uno scioglilingua, un gioco di parole, un tentativo satirico - di spirito ed efficacia assai dubbi - sull’ennesimo e increscioso incidente nel trattamento lombardo della pandemia. Ma interrogarsi su cosa un dato sia è invece necessario, e proprio l’errore lombardo ci dà un’occasione preziosa per farlo.
Per chi ha la fortuna di non esserne stato toccato direttamente la pandemia è stata finora innanzitutto una questione di numeri, che provocano parole, che provocano comportamenti. Dei numeri si dice che sono oggettivi, che parlano chiaro e che non mentono. Purtroppo per chi non se ne accorge, queste sono a loro volta parole e anzi i numeri stessi sono parole, una volta che siano entrati nel discorso. Il modo di dire “la matematica non è un’opinione” è appunto un modo di dire, quindi è fatto di parole, ed è a sua vo…
Per chi ha la fortuna di non esserne stato toccato direttamente la pandemia è stata finora innanzitutto una questione di numeri, che provocano parole, che provocano comportamenti. Dei numeri si dice che sono oggettivi, che parlano chiaro e che non mentono. Purtroppo per chi non se ne accorge, queste sono a loro volta parole e anzi i numeri stessi sono parole, una volta che siano entrati nel discorso. Il modo di dire “la matematica non è un’opinione” è appunto un modo di dire, quindi è fatto di parole, ed è a sua vo…
Un dato non è un dato sino a che nessuno lo ha dato. In apparenza questo è uno scioglilingua, un gioco di parole, un tentativo satirico - di spirito ed efficacia assai dubbi - sull’ennesimo e increscioso incidente nel trattamento lombardo della pandemia. Ma interrogarsi su cosa un dato sia è invece necessario, e proprio l’errore lombardo ci dà un’occasione preziosa per farlo.
Per chi ha la fortuna di non esserne stato toccato direttamente la pandemia è stata finora innanzitutto una questione di numeri, che provocano parole, che provocano comportamenti. Dei numeri si dice che sono oggettivi, che parlano chiaro e che non mentono. Purtroppo per chi non se ne accorge, queste sono a loro volta parole e anzi i numeri stessi sono parole, una volta che siano entrati nel discorso. Il modo di dire “la matematica non è un’opinione” è appunto un modo di dire, quindi è fatto di parole, ed è a sua volta un’opinione. È infatti del tutto opinabile il modo in cui i dati vengono raccontati. Per non risultare del tutto fredda la liturgia giornalistica quotidiana viene animata da saliscendi verbali, con i dati buoni accostati ai cattivi che li neutralizzano per creare una dinamica anche quando una dinamica non c’è. “Diminuiscono i contagi ma è diminuito anche il numero dei tamponi”. Quel “ma” - che sta al posto di un “poiché” - viene dal demonio.
Prima che le altre ignoranze acquisissero l’odierno prestigio, l’ignoranza matematica è rimasta a lungo l’unica di cui ci si potesse vantare. Nell’opacità delle reminiscenze scolastiche si potrebbe però ricordare che il più degli errori che allora venivano compiuti non riguardavano davvero il calcolo: poteva capitare di scrivere sbadatamente che uno più uno fa tre, ma insufficienze molto più numerose e dolorose ce le si è guadagnate col sommare le mele con le pere. Errori non di calcolo, bensì di metodo.
Il fatto è che bisognerebbe sapere di quali “dati” tenere conto, e come. Contano i soldi che si hanno in tasca o quelli che si hanno in banca? La risposta giusta è la seconda, eppure è anche vero che è facile sentirsi ricchi quando si è percepita una somma che deve bastare però per tutto il mese, o quando dopo aver prelevato a un bancomat si ha il portafoglio gonfio. Sono sensazioni, potenzialmente ingannevoli. I dati numerici possono appunto “fare sensazione” e non c’è nulla di male a riconoscerlo, a patto però di riconoscere che a quel punto non possono più essere presi per oggettivi.
Alla fine, dunque, i numeri possono fare sensazione e anche opinione. Ma per fortuna le opinioni possono essere razionali. Per un bel caso (che poi caso non è) il nome della razionalità viene dalla “ratio”, cioè la proporzione. Ogni numero prende senso dalla proporzione in cui lo impegniamo, come gli investimenti in rapporto al rischio o le spese in rapporto al reddito.
Non aver sottratto il numero dei guariti dal computo dei contagiati equivale ad aver tenuto nel conto le mele che non erano già più lì, cioè aver perso per strada una parte del dato. Nel discorso poi le parole dicono quel che dicono: “parametro” connota scientificità, “algoritmo” porta con sé terrori robotici, “Roma” significa “giochi di potere”, “Lombardia” ha già significato scrupolo ed efficienza ingegneristica e ormai invece chissà. Ma fra il dato numerico, stupido e muto, e la sensazione e la sensazionalità che si vuole trasmettere per suo mezzo c’è una possibile razionalità: la verifica di come è stato raccolto, la nozione precisa di cosa rappresenti, la capacità di scegliere il modo di metterlo in rapporto agli altri dati.
Per chi ha la fortuna di non esserne stato toccato direttamente la pandemia è stata finora innanzitutto una questione di numeri, che provocano parole, che provocano comportamenti. Dei numeri si dice che sono oggettivi, che parlano chiaro e che non mentono. Purtroppo per chi non se ne accorge, queste sono a loro volta parole e anzi i numeri stessi sono parole, una volta che siano entrati nel discorso. Il modo di dire “la matematica non è un’opinione” è appunto un modo di dire, quindi è fatto di parole, ed è a sua volta un’opinione. È infatti del tutto opinabile il modo in cui i dati vengono raccontati. Per non risultare del tutto fredda la liturgia giornalistica quotidiana viene animata da saliscendi verbali, con i dati buoni accostati ai cattivi che li neutralizzano per creare una dinamica anche quando una dinamica non c’è. “Diminuiscono i contagi ma è diminuito anche il numero dei tamponi”. Quel “ma” - che sta al posto di un “poiché” - viene dal demonio.
Prima che le altre ignoranze acquisissero l’odierno prestigio, l’ignoranza matematica è rimasta a lungo l’unica di cui ci si potesse vantare. Nell’opacità delle reminiscenze scolastiche si potrebbe però ricordare che il più degli errori che allora venivano compiuti non riguardavano davvero il calcolo: poteva capitare di scrivere sbadatamente che uno più uno fa tre, ma insufficienze molto più numerose e dolorose ce le si è guadagnate col sommare le mele con le pere. Errori non di calcolo, bensì di metodo.
Il fatto è che bisognerebbe sapere di quali “dati” tenere conto, e come. Contano i soldi che si hanno in tasca o quelli che si hanno in banca? La risposta giusta è la seconda, eppure è anche vero che è facile sentirsi ricchi quando si è percepita una somma che deve bastare però per tutto il mese, o quando dopo aver prelevato a un bancomat si ha il portafoglio gonfio. Sono sensazioni, potenzialmente ingannevoli. I dati numerici possono appunto “fare sensazione” e non c’è nulla di male a riconoscerlo, a patto però di riconoscere che a quel punto non possono più essere presi per oggettivi.
Alla fine, dunque, i numeri possono fare sensazione e anche opinione. Ma per fortuna le opinioni possono essere razionali. Per un bel caso (che poi caso non è) il nome della razionalità viene dalla “ratio”, cioè la proporzione. Ogni numero prende senso dalla proporzione in cui lo impegniamo, come gli investimenti in rapporto al rischio o le spese in rapporto al reddito.
Non aver sottratto il numero dei guariti dal computo dei contagiati equivale ad aver tenuto nel conto le mele che non erano già più lì, cioè aver perso per strada una parte del dato. Nel discorso poi le parole dicono quel che dicono: “parametro” connota scientificità, “algoritmo” porta con sé terrori robotici, “Roma” significa “giochi di potere”, “Lombardia” ha già significato scrupolo ed efficienza ingegneristica e ormai invece chissà. Ma fra il dato numerico, stupido e muto, e la sensazione e la sensazionalità che si vuole trasmettere per suo mezzo c’è una possibile razionalità: la verifica di come è stato raccolto, la nozione precisa di cosa rappresenti, la capacità di scegliere il modo di metterlo in rapporto agli altri dati.