Animalia: perché dei delfini non ne sapremo mai abbastanza
di
Marco Belpoliti
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di Marco Belpoliti
Non solo nuotano liberi negli oceani, ma da sempre abitano i nostri miti e costituiscono un’immagine positiva di prudenza, saggezza e agilità. Apparsi milioni di anni fa, questi mammiferi molto studiati dagli scienziati nascondono ancora tanti misteri. Eppure di cose curiose su di loro ne sappiamo già: hanno una vita sociale, addormentano metà cervello alla volta per riposarsi e riescono persino a cambiare forma degli occhi per vederci meglio. Il fatto di non poterli osservare nel loro habitat, però, rimane un ostacolo ancora da superare
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A vederlo non ci si crede. Uno dei primi antenati del delfino è un mammifero con il muso simile a un topo, quattro gambe e una lunga coda, e le unghie come un cervo. Si chiama Indohyus. Prove molecolari ci dicono che sarebbe il precursore dei cetacei, e perciò anche delle balene. Apparteneva alla famiglia degli artiodattili, animali con un numero di dita pari, nota come Raoellidae. Quando veniva minacciato si gettava in acqua sulle coste della Tetide, l’oceano che esisteva a quel tempo, di cui restano secondo alcuni tracce in corrispondenza dell’Oceano Indiano risalenti a 48 milioni di anni fa. Allora un comune gruppo di antenati terrestri viveva in zone paludose con canali fluviali, prima di passare definitivamente al mare. Indohyus
Se vogliamo andare più indietro, a 53 milioni di anni fa, nell’Eocene, ci sono i pakicetidi. Tutte le particolarit&agrav…!-->!-->
A vederlo non ci si crede. Uno dei primi antenati del delfino è un mammifero con il muso simile a un topo, quattro gambe e una lunga coda, e le unghie come un cervo. Si chiama Indohyus. Prove molecolari ci dicono che sarebbe il precursore dei cetacei, e perciò anche delle balene. Apparteneva alla famiglia degli artiodattili, animali con un numero di dita pari, nota come Raoellidae. Quando veniva minacciato si gettava in acqua sulle coste della Tetide, l’oceano che esisteva a quel tempo, di cui restano secondo alcuni tracce in corrispondenza dell’Oceano Indiano risalenti a 48 milioni di anni fa. Allora un comune gruppo di antenati terrestri viveva in zone paludose con canali fluviali, prima di passare definitivamente al mare. Indohyus
Se vogliamo andare più indietro, a 53 milioni di anni fa, nell’Eocene, ci sono i pakicetidi. Tutte le particolarità di questi animali si ritrovano oggi nei delfini: nuotatori provetti, narici a fessura, struttura delle ossa dell’orecchio e i denti triangolari e seghettati. Qualche anno fa in Pakistan sono stati ritrovati dei resti fossili di un mammifero che è un incrocio con un coccodrillo: Ambulocetus. Insomma i nostri delfini attuali sono gli eredi di animali remotissimi di cui conservano alcune caratteristiche peculiari. Gli zoologi, poi, sostengono che l’animale terrestre maggiormente imparentato con loro è l’ippopotamo, che trascorre molto tempo in acqua e che si è adattato a una situazione che ha finito per plasmare i delfini e le balene così come oggi ci appaiono.
Circa 35 milioni di anni fa gli animali che chiamiamo oggi delfini abbandonarono la terraferma per diventare creature marine. Come scrive Alan Rauch, studioso di biologia e oggi insegnante di inglese nella università della North Carolina in un bel libro, Il delfino (traduzione italiana di Fiorenza Conte, Nottetempo, 281 pagine), sembra una mossa evolutiva con pochissime possibilità di riuscita. Invece no. Ha funzionato. Del resto noi veniamo da lì, dal mare, e per diventare quello che siamo diventati ci siamo ancorati saldamente alla terra, al suolo asciutto. I delfini e le balene hanno fatto il contrario e ci sono riusciti. Dieci milioni di anni dopo sono diventati le creature eleganti, leggere e saettanti nel mare e nei fiumi del Pianeta che amiamo. E sono, nonostante la caccia che gli abbiamo dato per millenni, sulla cresta dell’onda, non solo in senso figurato. Se poi si pensa che i nostri antenati diretti cominciano a emergere dal magma del passato solo due milioni di anni fa per diventare l’Homo sapiens iniziale, si capisce quanto siamo distanti anche temporalmente da questi nostri cugini cetacei.
Lo scheletro di un pakicetide
I delfini e le loro famiglie allargate
Eppure, scrive Rauch, per quanto uomini e delfini si siano evoluti nell’ambito di due diverse solitudini, i delfini sono tra gli animali più amati nel corso della storia dell’umanità. Forse non come i cani e i gatti, ma poco ci manca; e solo perché non siamo noi stessi animali acquatici, anzi spesso temiamo l’acqua; questo ce li rende misteriosi, oltre che dei beniamini, soprattutto per i bambini. A quale ordine appartengono i Delfini? Sono Cetacei, ovvero dei mammiferi marini, che si dividono in due grandi specie: Misticeti e Odontoceti. Senza inoltrarci troppo in queste tassonomie, che hanno un loro indubbio fascino e che sono anche in grande movimento (le tradizionali classificazioni sono state messe in discussione dalla tassonomia cladistica e dalle tecniche molecolari), gli Odontoceti, cui appartengono i delfini, sono mammiferi d’acqua provvisti di denti e di un unico sfiatatoio e privi di fanoni come invece i Misticeti (si veda Hasoram Shirihai e Brett Jarret, Balene, delfini e foche, traduzione di Melani Traini, Ricca editore). Ci sono dieci famiglie e i Delfini Oceanici e gli Zifidi sono le più grandi per numero di specie; il capodoglio, anche lui un Odontoceto, costituisce una famiglia a sé. Poi ci sono le famiglie dei Delfini di fiume: Beluga e Narvalo (due specie), Focene (sei specie) e Delfini (più di 36 specie e 17 generi, e ogni anno se ne scoprono di nuove).
La storia dell’evoluzione dei mammiferi è affascinante e sorprendente, come sa chi è appassionato di questi temi. I primi mammiferi si sono evoluti da un gruppo di rettili chiamati sinapsidi circa 125 milioni di anni fa (anche qui i cambiamenti di definizioni e le scoperte di fossili sono continue). I mammiferi hanno cinque principali caratteristiche: respirano aria; hanno una peluria sul corpo, che serve anche come elemento tattile (le vibrisse, ad esempio); hanno un cuore a quattro camere, che mantiene una temperatura costante in tutto il corpo; si riproducono attraverso una struttura placentare invece che usare l’uovo esterno, per cui partoriscono i piccoli vivi e completamente formati; allattano la prole con il latte prodotto dalle femmine attraverso le ghiandole mammarie. Per molti secoli i delfini sono stati considerati alternativamente pesci o mammiferi. Anche qui, senza entrare nei dettagli anatomici, sia le balene che i delfini sembrano senza peli, totalmente glabri, invece visti da vicino hanno follicoli piliferi e alcune specie persino dei baffi.
Beluga
L'anatomia e intelligenza dei delfini
Entrando a vivere nell’acqua hanno trasformato nel corso di milioni di anni la loro forma per fare meno attrito possibile. Sotto la pelle hanno un tegumento, che è uno strato di grasso che contiene dei lipidi e collagene: una vera tuta isolante, così le ghiandole mammarie sono nascoste sui lati mentre il pene è dentro il corpo ed esce durante l’accoppiamento attraverso una fessura. Se leggerete il libro di Rauch, scoprirete come fanno ad allattare i piccoli, come respirano e dove hanno l’ombelico. Tutte cose stupefacenti. Gli occhi poi sono un capolavoro. Come fanno a vedere nell’acqua salata dato che non sono pesci? Sono anche in grado di mutarne la forma normalmente piatta in sferica, così da avere una visione stereoscopica in avanti e di lato, facendo sporgere leggermente gli occhi dalle orbite quando escono dall’acqua.
Mentre tutti i mammiferi normalmente dormono chiudendo tutti gli occhi, i delfini hanno un occhio aperto nel sonno, e hanno la capacità di mettere in uno stato di riposo metà cervello alla volta, poiché a differenza degli altri mammiferi non respirano in modo automatico (in noi è il sistema nervoso detto vago a farci respirare in automatico mentre riposiamo addormentati). Insomma, sono pieni di sorprese per chi li ha studiati a lungo. Ma quanto sono intelligenti i delfini? La risposta non è facile, perché le loro capacità cognitive sono comprensibili dentro un contesto ambientale, ed è stato possibile studiarli solo in cattività, in una situazione in cui forse solo la loro fisiologia e anatomia è analizzabile in modo compiuto. L’oceano, scrive Rauch, non è uno spazio omogeneo, e zone d’acqua vicine sono spesso differenti, così come lo sono i territori di una regione: tra montagna e pianura c’è una bella differenza; le zone del mare sono diverse in termini di temperatura, salinità, effetti prodotti dalla profondità e altre variabili ancora.
I delfini sono animali molto sociali; si spostano a branchi composti da 15 a 600 esemplari; la loro socialità è definita come “fissione-fusione”. Il gioco è una componente molto importante del loro comportamento, ed è questa la ragione che li fa molto amare dagli umani. Uno degli aspetti che appare importante nel loro comportamento è la ecolocalizzazione, ovvero l’uso di suoni – i bisonar – con cui navigano nel mare. Solo a metà del Novecento uno zoologo, Donald Griffin, segnalò l’uso del sonar nei pipistrelli, per quanto il primo scienziato a sperimentarlo con cognizione fu Lazzaro Spallanzani nel Settecento, ma non fu preso in considerazione. Nel momento in cui Griffin stava per pubblicare le sue ricerche, altri studiosi si dedicavano agli ultrasuoni dei delfini. Il sistema anatomico che produce i suoni fa capo alle cosiddette “labbra foniche”, che sono delle sacche poste nelle narici. Il fischio esce attraverso lo sfiatatoio mentre altri segnali sono emessi sotto forma di ecolocalizzazione. Il modo con cui li ricevono e ascoltano passa attraverso la mandibola inferiore, e giungono alla testa che è ben isolata; i suoni sono assorbiti da ogni orecchio separatamente. Qualcosa davvero di particolare e di molto raffinato e preciso. Il fatto fondamentale è che i delfini si muovono in un elemento, l’acqua, molto più denso dell’aria in cui ci muoviamo noi, e quindi con una forte prospettiva tridimensionale. Questo ha fatto evolvere la parte anteriore del loro corpo.
Lilly, lo scienziato che comunicava con i delfini
L’uomo che ha più studiato questi aspetti dei delfini, sino a cercare di delineare una definizione del loro linguaggio, e insieme la possibilità di comunicare con gli umani, è John Cunningham Lilly (1915-2001). Questo neuroscienziato ha studiato fisica, medicina e informatica, e si è occupato delle capacità del cervello dei cetacei di sviluppare l’intelligenza e il linguaggio. Lilly, uomo ecclettico, si è occupato anche di psicoanalisi. I suoi primi esperimenti si svolsero intorno a un oggetto, una piccola piscina, detta “vasca di deprivazione sensoriale”, piena di acqua salata dove le persone, lui stesso e i suoi collaboratori, potevano galleggiare varie ore isolati da tutti gli stimoli che il cervello poteva ricevere. Negli anni Cinquanta ha compiuto anche esperimenti con LSD, poi si è dedicato allo studio dei delfini. A San Thomas nelle Isole Vergini ha fondato il Communications Research Institute con lo scopo di promuovere la comunicazione tra umani e cetacei, passando dalla metodologia di tipo scientifico fondata sul metodo quantitativo, a quella basata su esperienze qualitative.
Lilly e i suoi aiutanti vivevano praticamente insieme ai delfini. Si tratta di una ricerca di tipo empatico di cui Konrad Lorenz è stato un pioniere, e poi anche Jane Goodall, che si è dedicata agli scimpanzé. Allora era sicuramente una novità e in particolare con un mammifero che vive in un ambiente molto diverso dal nostro. Lilly ha scritto due libri tradotti anche in italiano: La comunicazione tra l’uomo e il delfino (Cesco Ciapanna) e L’intelligenza dei delfini (Iduna), dove è ricostruito il suo lavoro con questi meravigliosi abitanti del mare. Ha esaminato il meccanismo del sonno, poi le vocalizzazioni, quindi ha provato a insegnare ai delfini a imitare i suoni umani. Nelle sue ricerche si convinse delle possibilità di comunicazione telepatiche tra uomini e animali. Per questo il suo lavoro pioneristico fu messo al bando dalla scienza ufficiale. Ci sono ben due film dedicati a lui, una figura carismatica e molto discussa negli anni Sessanta e Settanta: Il giorno del delfino (1973) con George C. Scott che interpreta Lilly e Stati di allucinazione (1980) con William Hurt nella parte di un personaggio ispirato al neuroscienziato che nella pellicola usa droghe e vasche di isolamento per i propri esperimenti.
Dopo queste ricerche così eterodosse e ispirate alle trasformazioni culturali degli anni Cinquanta, la ricerca sui delfini è ritornata a standard più tradizionali e sul nome di Lilly è caduto un interdetto, per quanto i più bravi studiosi, come David e Melba Caldwell, autori di Cetology, la prima sintesi sul tema, erano perfettamente a conoscenza delle esperienze del neuroscienziato. Alla fine dei suoi studi, Lilly, conscio che i delfini che studiava erano prigionieri di un ambiente chiuso, convinto che possedessero una intelligenza molto sviluppata, li liberò e chiuse il suo centro.
Lilly non è l’unico che ha professato idee simili sui cetacei. Hal Whitehead, ricercatore marino, studioso delle balene, sostiene da tempo che l’area del cervello dei capodogli, addetta ai processi mentali e sensoriali consci, è molto estesa e che la neocorteccia, associata nei primati alla competenza sociale, appare notevolmente sviluppata. In Sperm Whales: Social Evolution in the Ocean (University of Chicago Press), pur in assenza di prove sperimentali, molto difficili da ottenere viste le condizioni in cui vivono questi cetacei, e per via delle loro dimensioni, Whitehead sostiene che le balene possiedono una memoria ampia, e manifestano una propria cultura, ovvero che raccolgono informazioni attraverso le loro interazioni sociali, che usano per adattarsi all’ambiente marino così complesso. In più avrebbero sviluppato emozioni, concetti astratti e, a suo dire, persino una religione. Laurie Anderson, l’artista americana, ha dedicato una performance a Lilly nel 1995, dove parla di lui: “John Lilly, l’uomo che dice di saper parlare con i delfini, raccontò che era in un acquario e parlava con una grande balena che nuotava in tondo nella sua vasca. E la balena continuava a fargli domande telepaticamente. E una delle domande che la balena continuava a fargli era: in tutti gli oceani ci sono muri?”.
Che mito quei delfini
Nella storia umana e nella mitologia i delfini sono un simbolo positivo, di libertà, di gioia, di gioco. Nelle leggende di molti popoli sono animali socievoli, a proprio agio con gli umani. Di più, spesso sono esseri umani trasformati in cetacei da malefici o da incontri inattesi con divinità o esseri malvagi. Sembra che questi miti ripercorrano in forma figurata il passaggio dei loro antichi progenitori dalla Terra al Mare. Appaiono poi come creature magiche sovente collegate ad aspetti sessuali: possono trasformarsi a loro volta in esseri umani per sedurre le donne. La metamorfosi dei cetacei è un dato presente nelle storie dei popoli amerindi e del nord del Pianeta, dove i delfini appaiono nelle fantasie e nei sogni collettivi di queste popolazioni.
Una delle prime raffigurazioni che conosciamo del delfino è nella civiltà minoica cretese nel Palazzo di Cnosso, che fu abitato tra il 1700 e il 1400 a.C.; qui sono presentati nel loro aspetto naturale, senza uomini che li cavalchino o presenze divine. Rappresentano spesso la perizia marittima delle navi prima greche e poi romane. Le storie più antiche nella mitologia greca riguardano l’oracolo di Delfi. Apollo, che con l’uccisione di un serpente si intitolò il tempio della città prima dedicato a Gaia, è detto in alcuni casi Delfinio. La parola “delfino” deriva dal greco delphys, che significa “utero”, perché probabilmente era già nota ai greci la prerogativa dei cetacei di partorire dal proprio utero piccoli vivi; esiste anche una connessione tra questo nome e il sesso femminile degli oracoli posti nei santuari, che elargivano risposte agli interrogativi dei pellegrini che vi si recavano.
I delfini sono legati al tema del suono, segno che gli antichi avevano compreso il nesso tra loro e l’emissione di suoni misteriosi. Molte storie raccontano di esseri umani gettati in mare da navi o sbalzati fuori bordo per le tempeste, e salvati dai delfini. Ancora nel 1999 un bambino cubano, sopravvissuto a un naufragio nel corso di un tentativo di fuga dall’isola, scrive Rauch, raccontò di essere stato portato a riva dai delfini. Il mito continua ancora oggi ad alimentare fatti straordinari con i cetacei come protagonisti. Tutte queste storie sono un tentativo di “cogliere un aspetto della socievolezza, dell’intelligenza e di quell’agio apparentemente naturale esibito con gli esseri umani” (Rauch). Uno dei simboli più noti nell’arte della stampa è quello proposto nell’emblema di Aldo Manuzio, il grande editore veneziano, in cui compare un delfino intrecciato a un’ancora e associato a un motto, “Festina lente”, ovvero: “affrettati lentamente”. Questo stesso simbolo, forse non a caso, è stato scelto da Italo Calvino come proprio motto in una delle sue Lezioni americane.
I delfini dunque non nuotano solo liberi negli oceani, ma abitano i nostri miti e costituiscono un’immagine positiva di prudenza, saggezza e agilità. Riusciremo a rispettarli e a non perseguitarli come hanno fatto nel passato le navi che cacciavano balene per i mari del mondo? Tra il 1972 e il 1994 sono stati catturati oltre 2000 delfini per rinchiuderli in acquari e vasche, destinati al divertimento del pubblico adulto e dei bambini. Ancora oggi nel mondo ci sono 200 oceanari che li ospitano, per lo più sono tursiopi e stenelle, così che ci sono oltre 1000 delfini in cattività. Un numero ancora troppo grande.