La rapidità con cui il capo dello Stato ha dato forma al "governo del presidente" segnala la gravità della crisi dopo il fallimento della pallida esplorazione affidata a Fico. Escluse ancora una volta le elezioni anticipate, restava solo la decisione che ieri sera Mattarella ha annunciato senza indugio. La convocazione di Mario Draghi era nell'aria, ma è avvenuta con una precipitazione quasi drammatica, senza passare attraverso ulteriori consultazioni, ossia senza la liturgia tipica di questi momenti. Con ciò Mattarella ha riconosciuto il carattere eccezionale degli eventi che hanno portato all'estromissione dell'avvocato Conte e alla fine dell'asse privilegiato Pd-5S, almeno in questa fase. Siamo entrati in un territorio sconosciuto perché la crisi, al punto in cui siamo, non assomiglia a quelle del passato. Non è una crisi stile Prima Repubblica, quando i partiti si muovevano su una griglia sperimentata e usavano tr…
La rapidità con cui il capo dello Stato ha dato forma al "governo del presidente" segnala la gravità della crisi dopo il fallimento della pallida esplorazione affidata a Fico. Escluse ancora una volta le elezioni anticipate, restava solo la decisione che ieri sera Mattarella ha annunciato senza indugio. La convocazione di Mario Draghi era nell'aria, ma è avvenuta con una precipitazione quasi drammatica, senza passare attraverso ulteriori consultazioni, ossia senza la liturgia tipica di questi momenti. Con ciò Mattarella ha riconosciuto il carattere eccezionale degli eventi che hanno portato all'estromissione dell'avvocato Conte e alla fine dell'asse privilegiato Pd-5S, almeno in questa fase. Siamo entrati in un territorio sconosciuto perché la crisi, al punto in cui siamo, non assomiglia a quelle del passato. Non è una crisi stile Prima Repubblica, quando i partiti si muovevano su una griglia sperimentata e usavano tra loro codici politici senza misteri. E in fondo non è paragonabile nemmeno a quella del 2011 che segnò la fine del governo Berlusconi, travolto dallo "spread", e l'inizio delle larghe intese affidate a Mario Monti. Allora il terreno fu arato dal Quirinale, si può dire, e le forze politiche, dal Pd a Forza Italia, decisero di sostenere l'esperimento nel segno di un superiore obiettivo di solidarietà nazionale, rinunciando ad alimentare ulteriori conflitti.
Ma oggi quasi tutto è più sfilacciato di allora, causa la pandemia e le inquietudini sociali crescenti. Come e più del 2011, esiste il problema di essere credibili in Europa - attraverso il buon uso del "Recovery" - e la necessità di affrontare il complesso di problemi che il "virus" ha esasperato, ma le cui radici sono lontane e coincidono con le mancate riforme, l'arretratezza amministrativa, il buco nero della giustizia. Il collasso che ha portato alla caduta dell'esecutivo giallo-rosso, se non affrontato con risolutezza, rischia di diventare quindi crisi di sistema. Draghi, a lungo invocato, arriva a questo punto come la figura più prestigiosa che l'Italia può mettere in campo per sconfiggere l'inerzia ammantata di facile populismo e ricollocare l'Italia in Europa prima che il cappio del debito incontrollato soffochi il paese e la sua economia.
Siamo sul crinale, come tutti hanno compreso. Le polemiche su chi ha provocato la caduta di Conte e sul perché lo ha fatto ormai lasciano il tempo che trovano. Renzi ha smentito con i fatti l'accusa di esser interessato solo alle poltrone. Al contrario, ha creato le condizioni per un cambio definitivo di scenario. Di fronte a un livello mai visto d'incomunicabilità tra forze che dovrebbero condividere un orizzonte, se non una visione, il fiorentino ha puntato a disarticolare l'alleanza stabile tra Pd e 5S, accentuando l'implosione dei "grillini" e della loro retorica populista.
Ne deriva che il mandato istituzionale a Draghi è inevitabilmente, sia pure in modo indiretto, anche un mandato politico. Nel senso di una ricostruzione morale del paese, di una ripresa dello slancio che permise a suo tempo la rinascita post-bellica. L'appello di Mattarella alla collaborazione non potrà non essere raccolto da un'ampia maggioranza parlamentare. Quanto ampia, lo vedremo presto. Di sicuro Draghi entra in campo con una forza propria decisiva, figlia della competenza e di una straordinaria esperienza. Ciò non toglie che le insidie non mancheranno nel frullatore romano. Il presidente della Repubblica dovrà affiancarlo soprattutto nella prima fase e, in certo senso, sgombrargli la strada. In fondo si chiama governo del presidente proprio perché c'è un presidente ad aiutarlo.
Ma oggi quasi tutto è più sfilacciato di allora, causa la pandemia e le inquietudini sociali crescenti. Come e più del 2011, esiste il problema di essere credibili in Europa - attraverso il buon uso del "Recovery" - e la necessità di affrontare il complesso di problemi che il "virus" ha esasperato, ma le cui radici sono lontane e coincidono con le mancate riforme, l'arretratezza amministrativa, il buco nero della giustizia. Il collasso che ha portato alla caduta dell'esecutivo giallo-rosso, se non affrontato con risolutezza, rischia di diventare quindi crisi di sistema. Draghi, a lungo invocato, arriva a questo punto come la figura più prestigiosa che l'Italia può mettere in campo per sconfiggere l'inerzia ammantata di facile populismo e ricollocare l'Italia in Europa prima che il cappio del debito incontrollato soffochi il paese e la sua economia.
Siamo sul crinale, come tutti hanno compreso. Le polemiche su chi ha provocato la caduta di Conte e sul perché lo ha fatto ormai lasciano il tempo che trovano. Renzi ha smentito con i fatti l'accusa di esser interessato solo alle poltrone. Al contrario, ha creato le condizioni per un cambio definitivo di scenario. Di fronte a un livello mai visto d'incomunicabilità tra forze che dovrebbero condividere un orizzonte, se non una visione, il fiorentino ha puntato a disarticolare l'alleanza stabile tra Pd e 5S, accentuando l'implosione dei "grillini" e della loro retorica populista.
Ne deriva che il mandato istituzionale a Draghi è inevitabilmente, sia pure in modo indiretto, anche un mandato politico. Nel senso di una ricostruzione morale del paese, di una ripresa dello slancio che permise a suo tempo la rinascita post-bellica. L'appello di Mattarella alla collaborazione non potrà non essere raccolto da un'ampia maggioranza parlamentare. Quanto ampia, lo vedremo presto. Di sicuro Draghi entra in campo con una forza propria decisiva, figlia della competenza e di una straordinaria esperienza. Ciò non toglie che le insidie non mancheranno nel frullatore romano. Il presidente della Repubblica dovrà affiancarlo soprattutto nella prima fase e, in certo senso, sgombrargli la strada. In fondo si chiama governo del presidente proprio perché c'è un presidente ad aiutarlo.