Un sollievo per l'Europa
di Andrea Bonanni , di Andrea BonanniBruxelles e la coppia Mattarella-Draghi
Il nome è una garanzia. Il programma, una certezza. Ma i numeri restano un'incognita. A Bruxelles si tirano sospiri di sollievo per l'incarico a Mario Draghi, ma ci si chiede anche se riuscirà a coagulare una maggioranza sufficientemente larga e solida per sostenere le profonde riforme che sono la condizione perché i fondi di Next Gen Eu arrivino in Italia e non vengano sprecati. Proprio la mancanza di una strategia delineata di riforme era la grande debolezza del governo Conte, impegnato a litigare sulla gestione dei finanziamenti.
Se fosse un attore della scena politica romana (e in un certo modo lo è), l'Europa sarebbe il vero e unico vincitore uscito dalla soluzione della crisi politica italiana. La scelta di Draghi fatta dal presidente Mattarella non poteva rappresentare in modo più fedele le preoccupazioni che da mesi serpeggiavano a Bruxelles e nelle capitali europee circa l'incapacità della classe politica italiana di …
Se fosse un attore della scena politica romana (e in un certo modo lo è), l'Europa sarebbe il vero e unico vincitore uscito dalla soluzione della crisi politica italiana. La scelta di Draghi fatta dal presidente Mattarella non poteva rappresentare in modo più fedele le preoccupazioni che da mesi serpeggiavano a Bruxelles e nelle capitali europee circa l'incapacità della classe politica italiana di …
Il nome è una garanzia. Il programma, una certezza. Ma i numeri restano un'incognita. A Bruxelles si tirano sospiri di sollievo per l'incarico a Mario Draghi, ma ci si chiede anche se riuscirà a coagulare una maggioranza sufficientemente larga e solida per sostenere le profonde riforme che sono la condizione perché i fondi di Next Gen Eu arrivino in Italia e non vengano sprecati. Proprio la mancanza di una strategia delineata di riforme era la grande debolezza del governo Conte, impegnato a litigare sulla gestione dei finanziamenti.
Se fosse un attore della scena politica romana (e in un certo modo lo è), l'Europa sarebbe il vero e unico vincitore uscito dalla soluzione della crisi politica italiana. La scelta di Draghi fatta dal presidente Mattarella non poteva rappresentare in modo più fedele le preoccupazioni che da mesi serpeggiavano a Bruxelles e nelle capitali europee circa l'incapacità della classe politica italiana di gestire l'emergenza sociale ed economica dell'epidemia. Se Merkel, Macron e von der Leyen fossero saliti al Quirinale per le consultazioni (e forse, metaforicamente, lo hanno fatto) non avrebbero indicato un nome diverso.
L'incarico a Draghi non è solo la presa d'atto del fallimento di una larga parte della classe politica italiana. È anche il riconoscimento della straordinaria vittoria che l'ex presidente della Bce ha riportato sulla scena politica europea. È stato Draghi, con un articolo sul Financial Times apparso in primavera, il primo a sollecitare dai leader europei quel "cambio di mentalità" nell'affrontare l'emergenza Covid che ha portato al varo del Next Gen Eu e di un debito comune europeo. La lunga battaglia che egli ha condotto quando era a Francoforte per sostenere la necessità di una classe politica all'altezza della moneta unica, sta trovando compimento in questi mesi. La sua nomina alla guida dell'Italia, cioè del Paese sulla cui capacità di rigenerazione si giocherà il futuro della Ue e dell'euro è, in un certo senso, il logico compimento di quel percorso.
Anche se nessuno conosce ancora i dettagli del suo programma, a Bruxelles non ci sono dubbi sul fatto che Draghi cercherà di mettere in pratica quello che per anni ha predicato dal suo pulpito alla Bce: la necessità di fare riforme strutturali profonde, magari anche dolorose, che tornino a garantire al Paese una prospettiva di crescita economica e dunque un futuro ai giovani. Le riforme da fare, la Ue ce le indica da anni con le raccomandazioni di primavera. Sono cinque settori: la Pubblica amministrazione, la Giustizia, il Fisco, l'Istruzione e la Ricerca. Non è un caso se il programma europeo di aiuti si chiama Next Gen Eu. E non è un caso che, nelle poche parole pronunciate dopo l'incarico, Draghi abbia fatto riferimento proprio alla necessità di assicurare un futuro alle prossime generazioni.
Questo futuro dipende dal problema del debito. Il debito è, con la bassa crescita e la scarsa competitività, uno dei cappi stretti al collo dei giovani italiani. Per anni, la classe politica nazionale ha fatto finta di non vederli. E per mesi ha discusso dei finanziamenti europei come fossero soldi da spendere per fare più debito e tamponare l'emergenza sociale creata dal Covid e non, invece, fondi per finanziare "piani nazionali per la ripresa e la resilienza che definiscano il programma di riforme e investimenti fino al 2026", come chiedeva l'Europa.
Draghi non farà certo un simile errore. Il problema, per l'Europa ma anche e soprattutto per l'Italia, è capire se ora i partiti e il Parlamento gli assicureranno la maggioranza politica necessaria per varare le riforme e salvare il Paese.
Se fosse un attore della scena politica romana (e in un certo modo lo è), l'Europa sarebbe il vero e unico vincitore uscito dalla soluzione della crisi politica italiana. La scelta di Draghi fatta dal presidente Mattarella non poteva rappresentare in modo più fedele le preoccupazioni che da mesi serpeggiavano a Bruxelles e nelle capitali europee circa l'incapacità della classe politica italiana di gestire l'emergenza sociale ed economica dell'epidemia. Se Merkel, Macron e von der Leyen fossero saliti al Quirinale per le consultazioni (e forse, metaforicamente, lo hanno fatto) non avrebbero indicato un nome diverso.
L'incarico a Draghi non è solo la presa d'atto del fallimento di una larga parte della classe politica italiana. È anche il riconoscimento della straordinaria vittoria che l'ex presidente della Bce ha riportato sulla scena politica europea. È stato Draghi, con un articolo sul Financial Times apparso in primavera, il primo a sollecitare dai leader europei quel "cambio di mentalità" nell'affrontare l'emergenza Covid che ha portato al varo del Next Gen Eu e di un debito comune europeo. La lunga battaglia che egli ha condotto quando era a Francoforte per sostenere la necessità di una classe politica all'altezza della moneta unica, sta trovando compimento in questi mesi. La sua nomina alla guida dell'Italia, cioè del Paese sulla cui capacità di rigenerazione si giocherà il futuro della Ue e dell'euro è, in un certo senso, il logico compimento di quel percorso.
Anche se nessuno conosce ancora i dettagli del suo programma, a Bruxelles non ci sono dubbi sul fatto che Draghi cercherà di mettere in pratica quello che per anni ha predicato dal suo pulpito alla Bce: la necessità di fare riforme strutturali profonde, magari anche dolorose, che tornino a garantire al Paese una prospettiva di crescita economica e dunque un futuro ai giovani. Le riforme da fare, la Ue ce le indica da anni con le raccomandazioni di primavera. Sono cinque settori: la Pubblica amministrazione, la Giustizia, il Fisco, l'Istruzione e la Ricerca. Non è un caso se il programma europeo di aiuti si chiama Next Gen Eu. E non è un caso che, nelle poche parole pronunciate dopo l'incarico, Draghi abbia fatto riferimento proprio alla necessità di assicurare un futuro alle prossime generazioni.
Questo futuro dipende dal problema del debito. Il debito è, con la bassa crescita e la scarsa competitività, uno dei cappi stretti al collo dei giovani italiani. Per anni, la classe politica nazionale ha fatto finta di non vederli. E per mesi ha discusso dei finanziamenti europei come fossero soldi da spendere per fare più debito e tamponare l'emergenza sociale creata dal Covid e non, invece, fondi per finanziare "piani nazionali per la ripresa e la resilienza che definiscano il programma di riforme e investimenti fino al 2026", come chiedeva l'Europa.
Draghi non farà certo un simile errore. Il problema, per l'Europa ma anche e soprattutto per l'Italia, è capire se ora i partiti e il Parlamento gli assicureranno la maggioranza politica necessaria per varare le riforme e salvare il Paese.