Il potere del nì
di Michele Ainis , di Michele AinisIl vantaggio dell'astensione in Parlamento
Fra il sì e il no, la politica italiana propende quasi sempre per il nì. Sicché rinvia ogni scelta al dopo, celebrando l’arte democristiana del rinvio. Oppure timbra decisioni finte, mascherate. Scrivendo leggi incomprensibili, che trasferiscono la vera decisione al giudice chiamato ad applicarle. Promettendo riforme che in realtà sono altrettanti corpi senza gambe, finché restano orfane dei decreti d’attuazione. Nominando affollate commissioni, altro espediente per traccheggiare, per guadagnare tempo. E in generale trasformando i voti in veti, in impedimenti e ostacoli alla decisione altrui. Tanto, se non puoi vincere, ti converrà almeno pareggiare.
Sennonché adesso la debolezza cronica dei nostri partiti può diventare una forza, può convertirsi in vitamine per il governo Draghi. Come? Scegliendo l’astensione, anziché il voto contrario. Quantomeno da parte dei gruppi parlamentari più esita…
Sennonché adesso la debolezza cronica dei nostri partiti può diventare una forza, può convertirsi in vitamine per il governo Draghi. Come? Scegliendo l’astensione, anziché il voto contrario. Quantomeno da parte dei gruppi parlamentari più esita…
Fra il sì e il no, la politica italiana propende quasi sempre per il nì. Sicché rinvia ogni scelta al dopo, celebrando l’arte democristiana del rinvio. Oppure timbra decisioni finte, mascherate. Scrivendo leggi incomprensibili, che trasferiscono la vera decisione al giudice chiamato ad applicarle. Promettendo riforme che in realtà sono altrettanti corpi senza gambe, finché restano orfane dei decreti d’attuazione. Nominando affollate commissioni, altro espediente per traccheggiare, per guadagnare tempo. E in generale trasformando i voti in veti, in impedimenti e ostacoli alla decisione altrui. Tanto, se non puoi vincere, ti converrà almeno pareggiare.
Sennonché adesso la debolezza cronica dei nostri partiti può diventare una forza, può convertirsi in vitamine per il governo Draghi. Come? Scegliendo l’astensione, anziché il voto contrario. Quantomeno da parte dei gruppi parlamentari più esitanti, più dubbiosi. Ne otterrebbero in cambio almeno tre vantaggi.
Primo: la compattezza interna, evitando una conta tra favorevoli e contrari, con il rischio di divorzi individuali o di scissioni collettive. Vale per i 5 Stelle, ma vale altresì per ambedue le destre – Lega e FdI – che con questa soluzione manterrebbero una parvenza d’unità.
Secondo: l’astensione è un anticorpo contro decisioni impopolari. Perché non c’è dubbio che il presidente Mattarella sia molto popolare, perché lo è altrettanto Draghi (in Italia, ma non solo), perché è purtroppo popolare l’emergenza che stiamo attraversando, e dunque gli elettori non perdonerebbero a chi se ne renda responsabile uno stallo di quattro o cinque mesi, fino alle prossime elezioni.
Terzo: il vantaggio delle mani libere. Se non voti la fiducia al nuovo gabinetto, e però nemmeno la sfiducia, vuol dire che sospendi il tuo giudizio, che rinvii la decisione. E quest’apoteosi del rinvio ti consentirà, in futuro, d’accendere il rosso o il verde del semaforo, senza doverti rimangiare alcun impegno. Sarà un atteggiamento cinico, sarà una (non) scelta opportunista, ma la politica non è sport per anime belle.
Risultato: un governo del nì, potremmo definirlo. Una di quelle acrobazie giuridiche di cui siamo maestri, noi patrioti della patria del diritto. Tanto per dire: i tedeschi hanno la sfiducia costruttiva, sicché per mandare un governo gambe all’aria occorre averne pronto un altro di ricambio. In Italia, viceversa, abbiamo inventato la fiducia distruttiva: quella incassata da Conte nell’aula del Senato, sotto la maggioranza assoluta, che ne ha determinato poi le dimissioni. Ora rimane da battezzare un altro ossimoro, se non vogliamo cresimare un fallimento: il governo della non sfiducia.
D’altronde c’è un illustre precedente. 31 luglio 1976: Andreotti forma il suo terzo gabinetto. Con la prima donna ministro (Tina Anselmi), sia detto per inciso. E mentre infuriava, come adesso, un’emergenza: il terrorismo, la crisi della lira. Quell’esecutivo ottenne il voto favorevole della Dc e dei sudtirolesi; molto più numerose furono, invece, le astensioni (Pci, Psi, Pri, Psdi, Pli). Eppure restò in sella un paio d’anni, lo stesso tempo che ora ci separa dalla fine della legislatura. Segnò una svolta, con il compromesso storico fra democristiani e comunisti. Ed ebbe quantomeno il merito di riportare il Parlamento (in crisi, allora come oggi) al centro della scena. Un esito obbligato, quando il governo non ha una maggioranza in cassaforte, quando deve guadagnarsi il favore delle Camere per ogni suo provvedimento.
Non che un governo così rappresenti l’ottimo. Ma è il male minore, se non si profilano altre soluzioni. Giacché il male maggiore sono le elezioni.
Sennonché adesso la debolezza cronica dei nostri partiti può diventare una forza, può convertirsi in vitamine per il governo Draghi. Come? Scegliendo l’astensione, anziché il voto contrario. Quantomeno da parte dei gruppi parlamentari più esitanti, più dubbiosi. Ne otterrebbero in cambio almeno tre vantaggi.
Primo: la compattezza interna, evitando una conta tra favorevoli e contrari, con il rischio di divorzi individuali o di scissioni collettive. Vale per i 5 Stelle, ma vale altresì per ambedue le destre – Lega e FdI – che con questa soluzione manterrebbero una parvenza d’unità.
Secondo: l’astensione è un anticorpo contro decisioni impopolari. Perché non c’è dubbio che il presidente Mattarella sia molto popolare, perché lo è altrettanto Draghi (in Italia, ma non solo), perché è purtroppo popolare l’emergenza che stiamo attraversando, e dunque gli elettori non perdonerebbero a chi se ne renda responsabile uno stallo di quattro o cinque mesi, fino alle prossime elezioni.
Terzo: il vantaggio delle mani libere. Se non voti la fiducia al nuovo gabinetto, e però nemmeno la sfiducia, vuol dire che sospendi il tuo giudizio, che rinvii la decisione. E quest’apoteosi del rinvio ti consentirà, in futuro, d’accendere il rosso o il verde del semaforo, senza doverti rimangiare alcun impegno. Sarà un atteggiamento cinico, sarà una (non) scelta opportunista, ma la politica non è sport per anime belle.
Risultato: un governo del nì, potremmo definirlo. Una di quelle acrobazie giuridiche di cui siamo maestri, noi patrioti della patria del diritto. Tanto per dire: i tedeschi hanno la sfiducia costruttiva, sicché per mandare un governo gambe all’aria occorre averne pronto un altro di ricambio. In Italia, viceversa, abbiamo inventato la fiducia distruttiva: quella incassata da Conte nell’aula del Senato, sotto la maggioranza assoluta, che ne ha determinato poi le dimissioni. Ora rimane da battezzare un altro ossimoro, se non vogliamo cresimare un fallimento: il governo della non sfiducia.
D’altronde c’è un illustre precedente. 31 luglio 1976: Andreotti forma il suo terzo gabinetto. Con la prima donna ministro (Tina Anselmi), sia detto per inciso. E mentre infuriava, come adesso, un’emergenza: il terrorismo, la crisi della lira. Quell’esecutivo ottenne il voto favorevole della Dc e dei sudtirolesi; molto più numerose furono, invece, le astensioni (Pci, Psi, Pri, Psdi, Pli). Eppure restò in sella un paio d’anni, lo stesso tempo che ora ci separa dalla fine della legislatura. Segnò una svolta, con il compromesso storico fra democristiani e comunisti. Ed ebbe quantomeno il merito di riportare il Parlamento (in crisi, allora come oggi) al centro della scena. Un esito obbligato, quando il governo non ha una maggioranza in cassaforte, quando deve guadagnarsi il favore delle Camere per ogni suo provvedimento.
Non che un governo così rappresenti l’ottimo. Ma è il male minore, se non si profilano altre soluzioni. Giacché il male maggiore sono le elezioni.