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Un gruppo di uiguri ad Ankara, Turchia, chiede la liberazione dei famigliari detenuti in Cina (afp)

Cina, affari e democrazia

L'Ue agisca al più presto per limitare il potenziale coinvolgimento delle società europee nelle violazioni dei diritti a Pechino
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Il 2021 si è aperto con una domanda fondamentale per l'Ue e i suoi Stati membri, ben posta dall'economista della Kennedy School di Harvard, Dani Rodrik, su Project Syndicate: possono le democrazie rimanere fedeli ai loro valori nell'intrattenere relazioni commerciali con la Cina?

A far discutere è l'accordo di principio sugli investimenti siglato da Bruxelles e Pechino a dicembre. Il Comprehensive Agreement on Investment (Cai) dovrà superare il vaglio del Parlamento europeo, che ha già espresso riserve sul trattato. I dubbi degli europarlamentari sorgono anche a fronte delle rivelazioni sul lavoro forzato degli uiguri - minoranza etnica sottoposta a campagne di repressione nella regione autonoma dello Xinjiang in Cina - nelle catene di produzione mondiali. Dure critiche sono arrivate anche dall'ex presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, il quale ha definito l'accordo come troppo debole sul piano degli standard in m…
Il 2021 si è aperto con una domanda fondamentale per l'Ue e i suoi Stati membri, ben posta dall'economista della Kennedy School di Harvard, Dani Rodrik, su Project Syndicate: possono le democrazie rimanere fedeli ai loro valori nell'intrattenere relazioni commerciali con la Cina?

A far discutere è l'accordo di principio sugli investimenti siglato da Bruxelles e Pechino a dicembre. Il Comprehensive Agreement on Investment (Cai) dovrà superare il vaglio del Parlamento europeo, che ha già espresso riserve sul trattato. I dubbi degli europarlamentari sorgono anche a fronte delle rivelazioni sul lavoro forzato degli uiguri - minoranza etnica sottoposta a campagne di repressione nella regione autonoma dello Xinjiang in Cina - nelle catene di produzione mondiali. Dure critiche sono arrivate anche dall'ex presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, il quale ha definito l'accordo come troppo debole sul piano degli standard in materia di lavoro.

Far sì che Pechino ponga fine alle sue pratiche di violazione dei diritti umani attraverso clausole negli accordi commerciali dell'Ue - come quella del Cai che spinge il governo cinese a "compiere sforzi continui e sostenuti" per ratificare le Convenzioni sul lavoro forzato dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro - è un obiettivo irrealistico. Tuttavia, questo non esonera le democrazie dalla responsabilità di assicurarsi di non essere complici negli abusi in Cina.

Un'analisi dei dati doganali cinesi pubblicata dal South China Morning Post a gennaio ha riscontrato che le democrazie mondiali continuano ad importare merci prodotte in Xinjiang, dove è praticamente impossibile accertarsi che la filiera produttiva non sfrutti il lavoro delle minoranze detenute. Secondo i dati del 2020 riportati dal quotidiano di Hong Kong, la Germania, ad esempio, ha avuto un interscambio di circa 245 milioni di dollari con lo Xinjiang, mentre in Belgio l'acquisto di beni prodotti nella regione ha registrato un valore totale di 124 milioni di dollari, in crescita del 223% rispetto all'anno precedente. Gli acquisti in Italia di merci provenienti dallo Xinjiang sarebbero aumentati dell'11%.

L'Ue è in ritardo rispetto a Stati Uniti, Canada e Regno Unito nell'adottare misure per far sì che i suoi consumatori non acquistino prodotti realizzati con il lavoro forzato. Una proposta legislativa per la due diligence nelle catene di fornitura è prevista entro giugno. E il 27 gennaio la commissione giuridica del Parlamento Ue ha adottato un rapporto che mette sul tavolo sanzioni per le aziende che operano nel mercato unico europeo che acquistino forniture non conformi agli standard su ambiente e lavoro. Tra le proposte della commissione ci sono anche divieti sulle importazioni di merci associate a gravi violazioni dei diritti umani, come nel caso del cotone e del pomodoro del Xinjiang, vietati dalla ex amministrazione americana lo scorso mese.

Nel frattempo, business e diritti in Cina continuano a viaggiare su binari paralleli. A novembre l'ad del Volkswagen Group China, Stephan Wöllenstein, aveva ammesso di non poter garantire con assoluta certezza che non vi sia lavoro forzato negli stabilimenti della casa automobilistica tedesca a Urumqi. I marchi internazionali riforniti da aziende cinesi che impiegano la manodopera forzata degli uiguri sono molti. Tra questi anche l'italiana Candy e il gruppo italo-coreano Fila secondo il think tank australiano Aspi. Mentre l'ad di Hsbc, Noel Quinn, a fine gennaio ha difeso di fronte al Parlamento britannico le decisioni della banca inglese di congelare i conti di attivisti pro-democrazia di Hong Kong e di sostenere la legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino.

Se le imprese non si regolano da sole, è necessario che i governi europei agiscano al più presto per limitare il più possibile il potenziale coinvolgimento, diretto o indiretto, delle società europee nelle violazioni dei diritti in Cina.

Lucrezia Poggetti, Mercator Institute for China Studies (Merics)