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Il segretario della Lega, Matteo Salvini  (fotogramma)

Salvini, la maschera del sovranista

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Il segretario della Lega è costretto a ribaltare quanto ha detto o fatto fino a ieri, tutta la piattaforma politica e ideologica su cui ha costruito la sua narrazione
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Arrivati alla stretta finale, nel secondo giro di consultazioni, il professor Draghi è ritornato in cattedra e ha segnato alla lavagna le linee rosse del suo governo. Lo ha fatto perché ce n'era evidentemente bisogno, perché nessuno - uno in particolare: Matteo Salvini - possa domani dire di aver capito male, di aver frainteso la natura e il programma dell'esecutivo che si va formando.

E quali sono queste linee invalicabili? La prima è l'europeismo. Che per non suonare come una moneta falsa, deve essere specificato e declinato su proposte precise, per sottrarlo agli slogan dei furbi e dei nostalgici dell'Europa dei popoli. Draghi, con i leghisti, è stato esplicito e nient'affatto accomodante. Europeismo, ha spiegato, significa dotare l'Ue di una sua fiscalità, significa battersi per superare la regola dell'unanimità con cui si prendono le decisioni al Consiglio europeo su tasse e politica estera, affermare u…
Arrivati alla stretta finale, nel secondo giro di consultazioni, il professor Draghi è ritornato in cattedra e ha segnato alla lavagna le linee rosse del suo governo. Lo ha fatto perché ce n'era evidentemente bisogno, perché nessuno - uno in particolare: Matteo Salvini - possa domani dire di aver capito male, di aver frainteso la natura e il programma dell'esecutivo che si va formando.

E quali sono queste linee invalicabili? La prima è l'europeismo. Che per non suonare come una moneta falsa, deve essere specificato e declinato su proposte precise, per sottrarlo agli slogan dei furbi e dei nostalgici dell'Europa dei popoli. Draghi, con i leghisti, è stato esplicito e nient'affatto accomodante. Europeismo, ha spiegato, significa dotare l'Ue di una sua fiscalità, significa battersi per superare la regola dell'unanimità con cui si prendono le decisioni al Consiglio europeo su tasse e politica estera, affermare una supremazia europea sulle materie concorrenti. A questi Draghi aggiunge un altro obiettivo: fissare degli standard più stringenti affinché i Paesi membri rispettino i diritti umani e civili. Un chiaro riferimento all'Ungheria di Orbán, che ieri ha spento l'ultima radio libera del Paese, e alla Polonia di Kaczynski che vieta l'aborto, due governi reazionari a cui Salvini si ispira e che tiene come alleati nel Continente.

Ma se poi vogliamo guardare all'Italia e al programma economico, anche qui per la Lega i sassi da mandare giù sono diversi. Salvini è andato a riproporre il condono fiscale e la flat tax, ma ha sentito il premier incaricato suonare su tutt'altro spartito. La caccia al sommerso sarà il compito principale del prossimo ministro delle Finanze, perché "non ci possiamo rassegnare" all'attuale scandaloso livello di evasione fiscale. E la flat tax non c'è e non ci sarà. Non è vero che, come dice Salvini, anche se si chiama "Filippo" va bene lo stesso. La riforma fiscale che ha in mente Draghi e che sta illustrando a tutte le delegazioni, compresa quella del Carroccio, va nella direzione opposta. Si parla di una rimodulazione delle aliquote Irpef per aumentare la progressività dell'imposta, non il contrario.

Infine, sulle pensioni, Salvini ha fatto bene a non insistere su Quota 100, perché avrebbe trovato davanti un muro. Ieri ha detto che della bandiera della Lega "se ne riparlerà a dicembre" quando dovrà essere presa la decisione se prorogarla o meno. Ma non c'è alcun indizio che Draghi sia d'accordo nel rifinanziare uno strumento che scassa i conti dell'Inps senza garantire - come era stato promesso - che i giovani lavoratori prendano il posto dei pensionati. L'effetto sull'occupazione giovanile, il cosiddetto tasso di sostituzione, è stato stimato dalla Corte dei Conti al 40 per cento, ovvero meno di 1 assunto ogni 2 sessantenni pensionati. Calcoli che Draghi conosce bene.

Per tutte queste ragioni, e anche perché Salvini deve aver capito a questo punto che difficilmente entrerà nel governo come ministro, il leader leghista ieri ha fatto quello in cui riesce meglio: capovolgere la realtà per nutrire il suo consenso sui social. È sembrato quasi, ascoltando la conferenza stampa alla Camera, che stesse per nascere il governo Salvini-Draghi. Loro due d'accordo su tutto e bacioni agli altri che provano a rovinare l'idillio: "Speriamo che qualcuno non si metta di traverso".

La verità naturalmente è un'altra. La Lega sta compiendo un triplo salto carpiato e Salvini si trova in grande difficoltà. È costretto a ribaltare quanto ha detto o fatto fino a ieri, tutta la piattaforma politica e ideologica su cui ha costruito la sua narrazione. Lo dimostra la clamorosa decisione di votare a favore del Regolamento sul Recovery Fund al Parlamento europeo, rinnegando l'ostilità precedentemente espressa. Si capisce che sia costretto a mettere su una maschera per provare ad occultare quanto sta accadendo.

Ci sono tante buone ragioni dietro questa svolta salviniana (patrocinata da Giancarlo Giorgetti). È chiaro che il capo dei sovranisti italiani da tempo percepisce l'isolamento interno e internazionale. Sa che se vuole investire sul futuro e aspirare a governare una nazione del G7, non può continuare a utilizzare l'armamentario retorico e ideologico di CasaPound. Deve affrancarsi dalle suggestioni russe, da Visegrad, dal trumpismo, dai sogni di una restaurazione mondiale alla Bannon e giocare la sua partita come credibile partner di Francia e Germania.

Tutto questo lo sa, ma serve comprensione: non è semplice lasciare nel cassetto la paccottiglia No Euro, le felpe, l'Italexit, il trattore e far finta di aver convinto Draghi che la nuova Lega europeista sarà l'azionista più affidabile del suo governo. Da qui i contorcimenti e quel tono un po' risentito che ci sembra di aver colto nella performance del segretario del Carroccio dopo l'udienza a Montecitorio. Deve essersene accorta anche Giorgia Meloni, che con un tocco di perfidia ha commentato: "Spero che Salvini riuscirà a far cambiare impostazione a Draghi. Ma la vedo difficile...".