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(ansa)

Governo, l’agenda della biodiversità

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La questione ambientale, dopo anni di scomparsa all'interno del dibattito politico, è tornata alla ribalta come uno degli assi portanti del prossimo esecutivo Draghi. Si tratta di un compito ineludibile e immane: stiamo terminando le risorse del pianeta
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È un'ottima notizia che, improvvisamente, la questione ambientale, dopo anni di sostanziale scomparsa all'interno del dibattito politico, sia ritornata alla ribalta, come uno degli assi portanti del prossimo governo Draghi. In questo senso, la proposta, da parte di Beppe Grillo, della creazione di un ministero della transizione ecologica appare quanto di più sensato si sia detto sull'argomento da anni. Pensare che problemi come la "transizione climatica, la lotta ai cambiamenti climatici e la protezione della biodiversità", cui andranno destinati, come si legge sul sito ufficiale della Unione Europea, la maggioranza dei fondi del piano di ripresa continentale, possano essere affrontati senza un'unica regia generale, che spazi dall'ambiente allo sviluppo economico, vuol dire non aver davvero compreso l'entità del problema che l'Italia - come il resto dell'umanità - si trova ad affrontare.

Il 2 febbraio &egrav…
È un'ottima notizia che, improvvisamente, la questione ambientale, dopo anni di sostanziale scomparsa all'interno del dibattito politico, sia ritornata alla ribalta, come uno degli assi portanti del prossimo governo Draghi. In questo senso, la proposta, da parte di Beppe Grillo, della creazione di un ministero della transizione ecologica appare quanto di più sensato si sia detto sull'argomento da anni. Pensare che problemi come la "transizione climatica, la lotta ai cambiamenti climatici e la protezione della biodiversità", cui andranno destinati, come si legge sul sito ufficiale della Unione Europea, la maggioranza dei fondi del piano di ripresa continentale, possano essere affrontati senza un'unica regia generale, che spazi dall'ambiente allo sviluppo economico, vuol dire non aver davvero compreso l'entità del problema che l'Italia - come il resto dell'umanità - si trova ad affrontare.

Il 2 febbraio è stato pubblicato un indispensabile report commissionato dal Tesoro del Regno Unito a Partha Dasgupta dell'università di Cambridge. Si intitola L'economia della biodiversità e inizia così: "Le nostre economie, i mezzi di sussistenza e il benessere dipendono tutti dal nostro bene più prezioso: la natura. Siamo parte della natura, non separati da essa". Sembrerebbe un incipit piuttosto poetico per un testo economico, eppure, proseguendo nella lettura del report diventa chiaro che ignorare la perdita di biodiversità "potrebbe avere conseguenze catastrofiche per le nostre economie e il nostro benessere". Ne suggerisco caldamente la lettura a tutti coloro che gestiranno le sorti del nostro Paese nei prossimi anni. Soprattutto, mi auguro che possa servire da bussola per chi si troverà a gestire questa transizione ecologica, sia esso un ministro apposito, come mi auguro o chiunque dovrà farsene carico.

Si tratta di un compito ineludibile e immane: stiamo, infatti, terminando le risorse del pianeta. Non soltanto cose come il suolo, i minerali e l'acqua dolce sono sempre più rare, ma qualunque bene naturale, indistintamente, scompare come al passaggio di locuste su un campo coltivato. Anche gli altri esseri viventi, il cui numero sta riducendosi a una velocità inimmaginabile. Si ritiene che oggi il tasso di estinzione delle specie sia circa 1.000 volte superiore a prima che gli umani dominassero il pianeta. In 50 anni, a partire dal 1970, il numero di animali che vivono sulla Terra è diminuito della metà. I dati rappresentano una realtà che i ricercatori, nonostante il tono normalmente sobrio degli articoli scientifici, non esitano a descrivere come un "annientamento biologico" e un "attacco alle fondamenta della civiltà umana". Oggi, il 96% dei mammiferi che vivono sul pianeta sono uomini o animali da allevamento e il 70% degli uccelli è rappresentato dal pollame.

I nostri consumi superano di gran lunga la capacità della natura di fornirci i beni e i servizi su cui tutti facciamo affidamento. Già oggi, avremmo bisogno di 1,6 Terre per mantenere gli attuali standard di vita e in futuro andrà sempre peggio. Secondo la Banca Mondiale entro venti anni da oggi, la classe media, ossia quella formata da persone che guadagnano fra i 250 e i 2.500 euro al mese, crescerà dai meno dei 2 miliardi di persone attuali a un numero intorno ai 5 miliardi. Tre miliardi di persone in più che consumando carne, acqua, carburanti, metalli, materie prime, faranno salire i consumi delle risorse terrestri a livelli più alti dei già insostenibili consumi odierni.

A questi ritmi di consumo delle risorse naturali e di eliminazione delle altre forme di vita, quanto ci vorrà prima che il pianeta non riesca più a sostenere la nostra attuale civilizzazione non è più una domanda retorica ma una serissima questione al cui studio si dedicano in tanti. Perché dalla biodiversità dipende la sopravvivenza dell'umanità.

È questo il cuore della faccenda: se anche non ci importasse nulla delle altre specie che dividono con noi la casa comune, ne abbiamo bisogno per sopravvivere... anche alle pandemie. Quasi tre quarti delle nuove malattie infettive negli esseri umani provengono da altri animali. La perdita di biodiversità negli ecosistemi ha creato le condizioni generali che hanno favorito e, di fatto, reso possibile, l'insorgenza della pandemia Covid 19. Il cambiamento dell'uso del suolo e lo sfruttamento della fauna selvatica aumentano il rischio di malattie infettive avvicinando le persone e gli animali domestici alla fauna selvatica portatrice di agenti patogeni e interrompendo i processi ecologici che tengono sotto controllo le malattie.

In pochi comprendono il valore della biodiversità e la necessità di fare di tutto perché la distruzione termini il prima possibile. Mi auguro che il ministro della transizione ecologica diventi una realtà, che sappia cosa fare e che abbia (ampio) potere per farlo. Ne abbiamo necessità immediata, non meno del vaccino e di un'economia in salute.