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La mutazione finale dei 5 Stelle

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Draghi batte Rousseau
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Alla fine la pallina della roulette grillina si è fermata sulla casella giusta, e finalmente Mario Draghi può far nascere il suo esecutivo d’emergenza. Ma il sofferto Sì dei cinquestelle fa esplodere una bomba dentro il Movimento, perché l’addio di Alessandro Di Battista — il finto Che Guevara di Vigna Clara — annuncia la scissione degli irriducibili, forti del 40 per cento di No al nascente governo. L’Italia tira un gran sospiro di sollievo, perché mai come stavolta i protagonisti della crisi hanno aspettato il risultato di una votazione con l’occhio trepido del giocatore che ha puntato tutto sul rosso e ora attende quell’ultimo salto di casella che segnerà la sua fortuna o la sua rovina. Mai come stavolta la politica italiana è rimasta appesa all’esito per nulla scontato di un evento che avveniva fuori dalle sedi istituzionali, un improvvisato referendum di otto ore gestito sulla incontr…
Alla fine la pallina della roulette grillina si è fermata sulla casella giusta, e finalmente Mario Draghi può far nascere il suo esecutivo d’emergenza. Ma il sofferto Sì dei cinquestelle fa esplodere una bomba dentro il Movimento, perché l’addio di Alessandro Di Battista — il finto Che Guevara di Vigna Clara — annuncia la scissione degli irriducibili, forti del 40 per cento di No al nascente governo. L’Italia tira un gran sospiro di sollievo, perché mai come stavolta i protagonisti della crisi hanno aspettato il risultato di una votazione con l’occhio trepido del giocatore che ha puntato tutto sul rosso e ora attende quell’ultimo salto di casella che segnerà la sua fortuna o la sua rovina. Mai come stavolta la politica italiana è rimasta appesa all’esito per nulla scontato di un evento che avveniva fuori dalle sedi istituzionali, un improvvisato referendum di otto ore gestito sulla incontrollabile piattaforma privata di un soggetto che non è neanche un partito ma un’associazione governata da tre soci: l’Associazione Rousseau.

Il Movimento votava, e intanto tutto si era bloccato come quei film dove una città intera, a eccezione del protagonista, è improvvisamente paralizzata in un fermo immagine. Esaurito anche il suo secondo giro di consultazioni ufficiali, persino il presidente incaricato è stato costretto a rimanere in surplace come un ciclista ai campionati su pista, aspettando l’esito del terzo giro dal quale era escluso: le consultazioni a domicilio dei grillini convocati da Crimi e “certificati” da Casaleggio. Alla fine il Sì ha vinto, 59,3 per cento contro 40,7. Largamente, certo, ma non con la quasi unanimità (94 per cento) con cui fu approvato il “contratto di governo” con la Lega e neppure con la stragrande maggioranza (79,3 per cento) che diede l’ok all’accordo con gli ex nemici del Pd. Ma comunque ha vinto, anche se per il Movimento il difficile viene adesso.

Dopo quella con Salvini, Zingaretti e Renzi, Beppe Grillo è riuscito a far digerire al popolo del Vaffa anche la coabitazione con Berlusconi (l’odiato «Psiconano») scrivendo di suo pugno quello che i sondaggisti chiamano un quesito con risposta incorporata e usando l’immagine e la parola per convincere i suoi che un’alleanza con Salvini, Berlusconi, Zingaretti, Renzi e Speranza servirà a realizzare il programma dei cinquestelle, a cominciare dal super-ministero alla Transizione ecologica.

Ora però dovrà fare i conti con il subcomandante Dibba, che abbandona il Movimento nel momento della sua massima debolezza e si prepara a usare contro il suo ex capo tutto il repertorio di antipolitica che ne ha segnato il successo contro la Casta. È una partita senza precedenti, quella che si apre dentro i cinquestelle, finora tenuti insieme dalla fedeltà al loro fondatore, guida e profeta. Che magari non sarà preoccupante per Draghi — la cui vasta maggioranza non sarà certo indebolita da una pattuglia di scissionisti — ma accenderà inevitabilmente nel gruppo parlamentare più numeroso una tensione difficile da gestire anche e soprattutto per l’assenza di un leader in carica.

Mario Draghi può intanto dar vita al suo governo, un esecutivo tecnico-politico che somiglierà a quello presieduto 18 anni fa da un altro ex governatore di Bankitalia, Carlo Azeglio Ciampi. Un governo che si porta dentro contraddizioni assai più grandi di quelle che allora dividevano i democristiani dagli ex comunisti. E persino maggiori di quelle che ha dovuto risolvere Giuseppe Conte, perché al dualismo Pd-M5S, fino all’ultimo sbilanciato a favore del Movimento, si aggiungono adesso le inevitabili tensioni tra gli opposti, ovvero Pd contro Lega ma anche M5S contro Forza Italia.

Solo l’autorevolezza e la saggezza di Draghi, che a Sonnemannstrasse riuscì sempre a domare gli attacchi alla Bce di Wolfgang Schäuble — il temutissimo e potentissimo ministro delle Finanze tedesco — inducono alla fiducia in una coabitazione magari non idilliaca ma almeno non tempestosa. E fanno sperare che forze così diverse riescano stavolta nel miracolo di creare un fronte unito contro il vero nemico comune: quello che finora ha ucciso 92 mila italiani.