In amore siamo tutti cannibali. È quello che devono aver pensato i produttori de Il silenzio degli innocenti che, giusto 30 anni fa, fecero uscire uno dei thriller più sconvolgenti della storia del cinema proprio nel giorno degli innamorati. Più che una coincidenza sembra quasi una strizzata d’occhio del calendario. Come dire che mangiarsi l’altro e mangiarselo di baci sono il negativo e il positivo di un magnetismo che attrae gli esseri.
Il lampo crudele che illumina il volto di Hannibal Lecter, interpretato da Anthony Hopkins e la mitezza da agnello sacrificale di Jodie Foster, alias la dottoressa Clarice Starling, tutta fiducia nell’umano, ha reso plasticamente visibile il fatto che la parola crudeltà e la parola carne hanno la stessa etimologia. La radice cr, infatti, è capostipite di una famiglia di termini che dormono nelle profondità del nostro linguaggio e del nostro immaginario. E che riemergono periodicamente come …
Il lampo crudele che illumina il volto di Hannibal Lecter, interpretato da Anthony Hopkins e la mitezza da agnello sacrificale di Jodie Foster, alias la dottoressa Clarice Starling, tutta fiducia nell’umano, ha reso plasticamente visibile il fatto che la parola crudeltà e la parola carne hanno la stessa etimologia. La radice cr, infatti, è capostipite di una famiglia di termini che dormono nelle profondità del nostro linguaggio e del nostro immaginario. E che riemergono periodicamente come …
In amore siamo tutti cannibali. È quello che devono aver pensato i produttori de Il silenzio degli innocenti che, giusto 30 anni fa, fecero uscire uno dei thriller più sconvolgenti della storia del cinema proprio nel giorno degli innamorati. Più che una coincidenza sembra quasi una strizzata d’occhio del calendario. Come dire che mangiarsi l’altro e mangiarselo di baci sono il negativo e il positivo di un magnetismo che attrae gli esseri.
Il lampo crudele che illumina il volto di Hannibal Lecter, interpretato da Anthony Hopkins e la mitezza da agnello sacrificale di Jodie Foster, alias la dottoressa Clarice Starling, tutta fiducia nell’umano, ha reso plasticamente visibile il fatto che la parola crudeltà e la parola carne hanno la stessa etimologia. La radice cr, infatti, è capostipite di una famiglia di termini che dormono nelle profondità del nostro linguaggio e del nostro immaginario. E che riemergono periodicamente come i fossili di una preistoria degli istinti che temiamo di veder rispuntare al nostro orizzonte. E che puntualmente riaffiora nella cronaca, come nella letteratura e nel cinema. Perché sul perturbante mito del cannibale l’Occidente non ha mai smesso di fantasticare, che poi è un modo per esorcizzarlo. Oltre che per interrogarsi sui confini dell’orrore.
Claude Lévi-Strauss, il più importante antropologo di sempre, diceva che il cannibalismo è il grande fantasma della nostra civiltà. Perché è il rovescio dell’idea stessa di umanità. Rappresenta una efferatezza che giustamente facciamo fatica a considerare umana, tant’è vero che la attribuiamo ai mostri. Come lo schizzatissimo Hannibal Lecter, e tutti i protagonisti di quei casi che periodicamente l’attualità ci ripropone come incubi partoriti dal sonno della ragione. Come Jeffrey Dahmer, il mostro di Milwaukee, che fra il 1978 e il 1991 uccise 18 persone, divorandone molte. O come Armin Meiwes, detto il cannibale di Rotenburg, che mangiò un partner adescato su The Cannibal Cafè, la pagina che lui stesso aveva creato nel deep web. O ancora, Stephan R., il cannibale di Pankow, un professore di matematica quarantunenne, in carcere a Berlino con l’accusa di aver commesso nel novembre scorso un omicidio a fini di cannibalismo.
In realtà l’antropofagia è da sempre il simbolo del lato feroce dell’umano. Già gli antichi Greci favoleggiavano di esseri mostruosi che si cibavano dei loro simili. Come Polifemo che nell’Odissea mangia i compagni di Ulisse. O come le Empuse, le feroci seguaci della dea Ecate, che divoravano i loro innamorati. E nel Cinquecento il grande filosofo Michel de Montaigne dedica ai cannibali un famoso ragionamento su questa pratica aberrante, che rappresenta la forma più mostruosamente egoistica del rapporto con l’altro.
Non a caso certi amori malati finiscono proprio con la consumazione del partner, come nel caso di Alexey Yastrebov il trentacinquenne siberiano che un paio di anni fa è stato condannato per aver mangiato il cuore della fidanzata. Ma è soprattutto Shakespeare con la sua endoscopica penetrazione dell’umano ad aprire la scatola nera dell’essere. Per farne uscire un uomo che non è un uomo, come il selvaggio Caliban della Tempesta, un essere con la ferocia nel nome, che è l’anagramma esatto di canibal. E che mangiarsi l’altro sia da sempre la più imperdonabile delle colpe, lo prova il fatto che l’accusa calunniosa di cannibalismo riaffiora nella storia con sinistra regolarità in tutte le cacce alle streghe, di ieri e di oggi. Dalle donne processate dall’inquisizione ai comunisti agli Ebrei, incolpati di mangiare i bambini. Insomma, a dispetto del giorno d’uscita del film, il cannibalismo è lontano anni luce dallo spirito di San Valentino. Perché trattare l’altro come una cosa da possedere e divorare è l’opposto dell’amore.
Il lampo crudele che illumina il volto di Hannibal Lecter, interpretato da Anthony Hopkins e la mitezza da agnello sacrificale di Jodie Foster, alias la dottoressa Clarice Starling, tutta fiducia nell’umano, ha reso plasticamente visibile il fatto che la parola crudeltà e la parola carne hanno la stessa etimologia. La radice cr, infatti, è capostipite di una famiglia di termini che dormono nelle profondità del nostro linguaggio e del nostro immaginario. E che riemergono periodicamente come i fossili di una preistoria degli istinti che temiamo di veder rispuntare al nostro orizzonte. E che puntualmente riaffiora nella cronaca, come nella letteratura e nel cinema. Perché sul perturbante mito del cannibale l’Occidente non ha mai smesso di fantasticare, che poi è un modo per esorcizzarlo. Oltre che per interrogarsi sui confini dell’orrore.
Claude Lévi-Strauss, il più importante antropologo di sempre, diceva che il cannibalismo è il grande fantasma della nostra civiltà. Perché è il rovescio dell’idea stessa di umanità. Rappresenta una efferatezza che giustamente facciamo fatica a considerare umana, tant’è vero che la attribuiamo ai mostri. Come lo schizzatissimo Hannibal Lecter, e tutti i protagonisti di quei casi che periodicamente l’attualità ci ripropone come incubi partoriti dal sonno della ragione. Come Jeffrey Dahmer, il mostro di Milwaukee, che fra il 1978 e il 1991 uccise 18 persone, divorandone molte. O come Armin Meiwes, detto il cannibale di Rotenburg, che mangiò un partner adescato su The Cannibal Cafè, la pagina che lui stesso aveva creato nel deep web. O ancora, Stephan R., il cannibale di Pankow, un professore di matematica quarantunenne, in carcere a Berlino con l’accusa di aver commesso nel novembre scorso un omicidio a fini di cannibalismo.
In realtà l’antropofagia è da sempre il simbolo del lato feroce dell’umano. Già gli antichi Greci favoleggiavano di esseri mostruosi che si cibavano dei loro simili. Come Polifemo che nell’Odissea mangia i compagni di Ulisse. O come le Empuse, le feroci seguaci della dea Ecate, che divoravano i loro innamorati. E nel Cinquecento il grande filosofo Michel de Montaigne dedica ai cannibali un famoso ragionamento su questa pratica aberrante, che rappresenta la forma più mostruosamente egoistica del rapporto con l’altro.
Non a caso certi amori malati finiscono proprio con la consumazione del partner, come nel caso di Alexey Yastrebov il trentacinquenne siberiano che un paio di anni fa è stato condannato per aver mangiato il cuore della fidanzata. Ma è soprattutto Shakespeare con la sua endoscopica penetrazione dell’umano ad aprire la scatola nera dell’essere. Per farne uscire un uomo che non è un uomo, come il selvaggio Caliban della Tempesta, un essere con la ferocia nel nome, che è l’anagramma esatto di canibal. E che mangiarsi l’altro sia da sempre la più imperdonabile delle colpe, lo prova il fatto che l’accusa calunniosa di cannibalismo riaffiora nella storia con sinistra regolarità in tutte le cacce alle streghe, di ieri e di oggi. Dalle donne processate dall’inquisizione ai comunisti agli Ebrei, incolpati di mangiare i bambini. Insomma, a dispetto del giorno d’uscita del film, il cannibalismo è lontano anni luce dallo spirito di San Valentino. Perché trattare l’altro come una cosa da possedere e divorare è l’opposto dell’amore.