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(ansa)

Se il Pd dimentica le donne

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Nessuna esponente della sinistra nell'esecutivo Draghi
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Parole, tante. Dichiarazioni di intenti, quote, proclami. Alla prova dei fatti, poi, la sinistra non porta donne al governo. Zero, dal Pd e da Leu. È tristissimo, è antistorico – desolante guardare al resto del mondo - ma è così: inconfutabile. La guerra all’ultimo sangue fra correnti interne al Partito democratico, egolatrie, narcisismi, veti incrociati ha tenuto in ballo fino all’ultimo minuto Debora Serracchiani, candidata al Lavoro, ma infine no. Andrea Orlando. Fra le ministre di nomina politica la più a sinistra è Mara Carfagna: il testacoda fra antichi schieramenti è tutto qui. Carfagna, salernitana, neo ministro per il Sud, nata alla politica con Silvio Berlusconi, esordio agrodolce, più avanti negli anni spesso ribelle alla linea, oggi il volto giovane della nuova destra liberale, supera a sinistra – nella foto di gruppo - anche Elena Bonetti: la ministra alla Famiglia e alle Pari Opportunit&agrav…
Parole, tante. Dichiarazioni di intenti, quote, proclami. Alla prova dei fatti, poi, la sinistra non porta donne al governo. Zero, dal Pd e da Leu. È tristissimo, è antistorico – desolante guardare al resto del mondo - ma è così: inconfutabile. La guerra all’ultimo sangue fra correnti interne al Partito democratico, egolatrie, narcisismi, veti incrociati ha tenuto in ballo fino all’ultimo minuto Debora Serracchiani, candidata al Lavoro, ma infine no. Andrea Orlando. Fra le ministre di nomina politica la più a sinistra è Mara Carfagna: il testacoda fra antichi schieramenti è tutto qui. Carfagna, salernitana, neo ministro per il Sud, nata alla politica con Silvio Berlusconi, esordio agrodolce, più avanti negli anni spesso ribelle alla linea, oggi il volto giovane della nuova destra liberale, supera a sinistra – nella foto di gruppo - anche Elena Bonetti: la ministra alla Famiglia e alle Pari Opportunità confermata da Matteo Renzi, al governo in quota Agesci, l’ala scoutista del renzismo, collegio Ghisleri, scuole cattoliche fondate da Papi, mantovana, professoressa di matematica, il marito responsabile della Caritas.
Dunque il quadro è questo. Otto donne al governo su ventitrè ministri, un terzo. Parecchio meno che in natura, ancora una volta. Silvio Berlusconi porta due ministre su tre, Gelmini e Carfagna, supera così Zingaretti e Bersani e sul fronte femminista, non c’è da ridere semmai da piangere, vince la partita. Il Movimento e la Lega portano una donna una a testa, e non di peso: Fabiana Dadone, Politiche giovanili, Erika Stefani, Disabilità. Le cinque ministre politiche sono tutte conferme, nessun nome nuovo: conferme e ritorni, col bilancino, nessuna sorpresa.

Per avere un brivido di orgoglio, trovare quei profili che parlano alle adolescenti italiane – se lo puoi sognare lo puoi fare – bisogna andare ai nomi indicati da Draghi e Mattarella. Fuori dai partiti, anche in questo la politica ha perso. Draghi chiama alla Giustizia Marta Cartabia. Ex presidente della Corte Costituzionale, ridente alpinista, eterna riserva delle istituzioni, giurista di grandissimo valore. Passare da Alfonso Bonafede a Marta Cartabia, al ministero di Grazia e Giustizia, è come togliere Al Bano e mettere Nina Simone. All’Università entra – ancora voluta da Draghi – Maria Cristina Messa: ex rettrice della Bicocca, medico radiologo specializzata in medicina nucleare, classe 1961. Ha 180 pubblicazioni all’attivo, ha lavorato per la parità e l’integrazione col territorio. Il Presidente Mattarella ha sostenuto la conferma di Luciana Lamorgese all’Interno, prefetto di lunga esperienza. Giustizia, Università e Interni sono tre ministeri cruciali, pesanti. Grazie dunque alla “quota tecnica”, grazie ai due Presidenti, entrano tre ministre di competenza indiscutibile.

Ma torniamo al più mesto panorama della rappresentanza politica. Torniamo a sinistra, dove il tema dell’equilibrio di genere dovrebbe essere centrale, nel programma. Fino all’ultimo minuto si è annuciato l’ingresso di una giovane come Francesca Bria, innovazione digitale, o di Lucrezia Reichlin, economista. Pazienza ma no. Anche di Linda Laura Sabbadini, statistica e pioniera degli studi di genere, si era per un momento a sinistra parlato, per le Pari Opportunità, o del ritorno alla Cultura di Giovanna Melandri. All’ultimo minuto pareva certa Debora Serracchiani al Lavoro: avvocato giuslavorista, ex presidente di Regione, presidente della commissione Lavoro alla Camera. Dal Quirinale hanno chiesto il curriculum. Ma poi Franceschini non voleva lasciare la Cultura, Orlando voleva entrare, Guerini doveva stare. Così è andata la storia. La Lega ha preso i ministeri del consenso – Sviluppo economico, in cabina di regia del Recovery, Turismo e Disabilità – in quest’ultimo ha ripescato Erika Stefani, già ministra agli Affari regionali nel Conte uno. Il M5S ha indicato Fabiana Dadone, 35 anni di Cuneo, No Tav, ex ministra della Pubblica Amministrazione, appassionata di batteria e di kickboxing, per le Politiche giovanili. Di pensare ai ragazzi ci sarebbe tanto bisogno, speriamo. Da Forza Italia, oltre a Carfagna, è arrivata nuova vita per Mariastella Gelmini, indimenticato ministro della Scuola ora agli Affari regionali al posto di Francesco Boccia. In finale: la politica alle donne assegna Disabilità, Pari Opportunità, Famiglia, Politiche giovanili, Sud e coesione sociale. Cose minori. Quattro ministeri senza portafoglio, sebbene Sud e Affari Regionali abbiano parecchi soldi da spendere - su questo Berlusconi non si sbaglia mai. Fortuna che ci sono le tecniche: Giustizia, Interni, Università. Se no, pensa che delusione. Ma ci sono sempre i viceministri da fare. Le sottosegretarie, su, dite qualcosa di sinistra, coraggio.