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Sergio Mattarella e Mario Draghi (ansa)

Sorpresa, la politica esiste

La regia del Quirinale nella formazione dell'esecutivo guidato da Mario Draghi ha svolto una funzione istituzionale di rilievo. E ha prodotto tre esiti
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Il governo Draghi è un esecutivo di convergenza democratica che non costituisce un'alleanza politica, ma un campo di unità e di coesione nazionale per continuare a fronteggiare l'emergenza sanitaria e per avviare la ricostruzione economica e sociale dell'Italia.

Il cammino si preannuncia lungo e faticoso, ma le polemiche di alcuni esponenti della Lega e non solo, nella loro pretestuosa tendenziosità, sono rivelatrici delle difficoltà che i partiti potranno incontrare nell'interpretare l'attuale cambio di fase e il modo di stare nella nuova maggioranza.

Infatti, quanto accaduto nelle ultime settimane è una cosa grossa che peserà a lungo e in cui la regia del Quirinale ha svolto una funzione istituzionale e politica di assoluto rilievo, producendo tre esiti sistemici che meritano di essere analizzati.

Il primo esito è nel segno dell'europeismo. Sembra passato un secolo, ma le elezioni del 2018 avevano consegnato…
Il governo Draghi è un esecutivo di convergenza democratica che non costituisce un'alleanza politica, ma un campo di unità e di coesione nazionale per continuare a fronteggiare l'emergenza sanitaria e per avviare la ricostruzione economica e sociale dell'Italia.

Il cammino si preannuncia lungo e faticoso, ma le polemiche di alcuni esponenti della Lega e non solo, nella loro pretestuosa tendenziosità, sono rivelatrici delle difficoltà che i partiti potranno incontrare nell'interpretare l'attuale cambio di fase e il modo di stare nella nuova maggioranza.

Infatti, quanto accaduto nelle ultime settimane è una cosa grossa che peserà a lungo e in cui la regia del Quirinale ha svolto una funzione istituzionale e politica di assoluto rilievo, producendo tre esiti sistemici che meritano di essere analizzati.

Il primo esito è nel segno dell'europeismo. Sembra passato un secolo, ma le elezioni del 2018 avevano consegnato una fotografia in cui due forze anti-sistema e anti-europeiste come la Lega e i 5 stelle, tendenzialmente contrarie all'euro, avevano superato il 50 per cento dei consensi ed erano persino riuscite a stringere un contratto di governo per guidare insieme l'Italia.

Tre anni dopo quelle stesse forze sono parte integrante di un governo istituzionale dal nitido impianto europeista, dopo avere compiuto un giro di 360 gradi. Se nel 2018 rappresentavano, per diverse ragioni, i barbari alle porte, oggi sono costrette, volenti o nolenti, a rafforzare il loro processo di costituzionalizzazione democratica. Forse non si riflette mai abbastanza su quanto il sistema politico italiano, nella sua flessibilità parlamentare e mobilità trasformistica, dimostri una certa virtuosa capacità nell'istituzionalizzare le forze anti-sistema.

Il secondo esito riguarda le forze politiche, cui è stato rivolto un invito, dall'antico sapore moroteo, a scomporre e ricomporre la propria identità per definire nuove prospettive. Per quanto concerne l'area del centrodestra ciò è avvenuto con un taglio delle ali sovraniste nei singoli partiti grazie all'isolamento all'opposizione di Fratelli d'Italia e una chirurgica scelta della compagine ministeriale: i tre rappresentanti della Lega appartengono a un'area moderata autonoma dal segretario Salvini e quelli di Forza Italia avevano da tempo manifestato il proprio disagio per la scelta di campo sovranista del loro partito.

Anche all'interno dei 5 stelle si stanno determinando le condizioni per una scissione dal sapore identitario e sovranista guidata dall'ala "dura e pura" di Di Battista e compagni, a tutto vantaggio di Di Maio e dei sostenitori di un rafforzamento dell'alleanza giallorossa intorno alla figura dell'ex presidente Conte che ha saputo uscire di scena con stile, dando prova di indubbia sensibilità politica.

Per quanto interessa il campo del centrosinistra è arrivato un implicito invito all'attuale dirigenza del Pd a prendere un'iniziativa che non si occupi soltanto dell'alchimia delle future coalizioni, ma anche dell'identità e della funzione di quel partito che, mai come in quest'ultima fase, è parso in balia degli eventi.

La scelta dei tre uomini come ministri, proprio perché si è accettato di pagare l'ingente costo politico dell'assenza di una rappresentanza femminile, rivela che si è voluto fare ogni sforzo per sostenere la maggioranza interna del segretario Zingaretti premiando i leader delle tre principali correnti. Prova ne sia che nel Pd esiste una quarta corrente guidata da una donna, Anna Ascani, ex viceministro dell'Istruzione nel governo Conte, la quale è stata ignorata non per questioni di genere, ma appunto perché rappresentante di un'area turbo-renziana dal peso assai inferiore rispetto alle altre tre componenti.

Da questi dati emerge la necessità di una ristrutturazione del campo del centrosinistra all'insegna dell'unità e della chiarezza, la cui responsabilità principale dipenderà dalle scelte che saprà compiere il fratello maggiore: nel Novecento per molto meno si sarebbe fatto un congresso ri-costituente.

Il terzo e ultimo esito è servito a porre le condizioni politiche affinché questo Parlamento possa essere in grado di eleggere nel febbraio 2022 il nuovo capo dello Stato con una larga maggioranza. Compiere una simile operazione alla vigilia del semestre bianco è stata una prova di notevole saggezza perché ha delineato le premesse e definito il perimetro europeista di una successione al presidente Mattarella ordinata e ampiamente rappresentativa. Nel vecchio quadro non era affatto scontato.

In una fase storica in cui in tanti suonano le campane a morte per la politica questi tre esiti sistemici sono lì a significare che essa è ancora viva e lotta tra noi. Sarebbe utile che tutti i partiti, invece di alimentare un clima da scaramuccia permanente, che rischia di avere come unico effetto quello di aumentare il loro discredito davanti all'opinione pubblica, cercassero di approfittare di questo tempo di tregua e dell'opportunità suggerita loro dal presidente della Repubblica.