Nel giorno in cui il governo Draghi otterrà la fiducia parlamentare più larga della storia della Repubblica potrebbe sembrare un esercizio di stile interrogarsi sulle crepe che già si intravedono in questo vasto arco di forze. Eppure la distanza che si va allargando tra la dimensione dei problemi che l’Italia ha di fronte e la furbizia con cui la Lega è entrata in questa inedita esperienza di governo, impone di lanciare subito un segnale di avvertimento. Derubricare l’uscita di Matteo Salvini sull’euro non “irreversibile” sarebbe infatti sbagliato. Non era una battuta, era la risposta a tutti quelli che hanno sostenuto la tesi della conversione europeista del segretario del Carroccio. E la prova del nove l’ha data l’apostolo no euro Claudio Borghi, che ha paragonato la moneta unica al sesterzio di Augusto per concludere che niente è per sempre. Salvini resta Salvini, anche se oggi voterà opportunistica…
Nel giorno in cui il governo Draghi otterrà la fiducia parlamentare più larga della storia della Repubblica potrebbe sembrare un esercizio di stile interrogarsi sulle crepe che già si intravedono in questo vasto arco di forze. Eppure la distanza che si va allargando tra la dimensione dei problemi che l’Italia ha di fronte e la furbizia con cui la Lega è entrata in questa inedita esperienza di governo, impone di lanciare subito un segnale di avvertimento. Derubricare l’uscita di Matteo Salvini sull’euro non “irreversibile” sarebbe infatti sbagliato. Non era una battuta, era la risposta a tutti quelli che hanno sostenuto la tesi della conversione europeista del segretario del Carroccio. E la prova del nove l’ha data l’apostolo no euro Claudio Borghi, che ha paragonato la moneta unica al sesterzio di Augusto per concludere che niente è per sempre. Salvini resta Salvini, anche se oggi voterà opportunisticamente la fiducia a un governo presieduto proprio dall’uomo che promise di salvare l’euro “a qualunque costo”, considerandolo (giustamente) una trincea dietro la quale difendere non soltanto i risparmi di milioni di famiglie, il successo delle imprese, il benessere di un Continente, ma l’idea stessa di un’Europa che da mero spazio di libero scambio si faceva costruzione democratica e, in prospettiva, istituzione federale. Una visione politica fortissima, per quelli che ancora perdono tempo chiedendosi se Draghi sia solo un tecnico.
Quello che abbiamo visto all’opera in questi giorni è il leader incendiario di sempre che sta facendo benissimo quello che sa fare meglio: la campagna elettorale. È utile che tutti se ne rendano conto. Le mosse del segretario del Carroccio puntano in direzione di un voto anticipato, altrimenti non si comprende l’escalation quotidiana a cui stiamo assistendo. Salvini che spara contro Arcuri, contro Speranza, contro il Cts, che attacca l’euro. Salvini che procede con un attivismo sospetto a una girandola di incontri con i ministri di Draghi, con le categorie, con i leader degli altri partiti. Lo fa solo per aiutare, giura. Ma come non vedere all’opera gli stessi meccanismi, le stesse tattiche utilizzate al tempo del Conte I, quando il Viminale di Salvini era diventato una succursale di palazzo Chigi dove ricevere persino le parti sociali?
Il presidente del Consiglio rischia di cadere in una trappola da cui è difficile uscire fuori. Ci sono infatti due strade per rispondere al tentativo di trasformare quello che oggi prenderà la fiducia in un governo Salvini-Draghi. La prima, sbagliata, è fare ciò che gli suggerisce maliziosamente Rocco Casalino. Draghi dovrebbe “parlare di più”, perché “se comunicasse di più toglierebbe spazio agli altri leader politici”. È la ricetta applicata da Conte e, come si vede, non ha funzionato. Oltretutto ognuno è figlio della propria biografia e per Draghi sarebbe uno snaturamento totale se iniziasse da domani a twittare e fare dirette Facebook per oscurare Salvini. L’ex presidente della Bce non può mettersi sullo stesso livello. Ma è vero che, stando in silenzio, l’opera di ricostruzione immane a cui è chiamato rischia di essere coperta dal frastuono che viene dalle retrovie. L’attivismo di Salvini, non contenuto, scatenerà inevitabilmente anche gli altri leader. Un veto della Lega su un provvedimento ne chiamerà altri per risposta uguali e contrari, le bandierine di ciascun partito si alzeranno. E l’immagine di una maggioranza già litigiosa su tutto alla fine sporcherà anche la figura di un premier che, è bene non dimenticarsene mai, resta l’italiano che al mondo gode di più stima.
Dunque che fare? L’altra strada, l’unica che Draghi può percorrere senza tradire se stesso, né trasformarsi in un mediatore eterno della sua maggioranza ircocervo, è quella di far parlare al suo posto le leggi, le riforme. Deve provare a sommergere il Parlamento con i prodotti della fucina di Palazzo Chigi, sovrastare il rumore delle salmerie con la forza dei provvedimenti. Quella di separare una Lega buona da una cattiva, i moderati dai sovranisti, si è rivelata al dunque un’illusione. Il regista resta sempre Salvini, il voto favorevole al parlamento europeo sul Recovery è stato una distorsione ottica. Sarebbe stato meglio fermare il perimetro della maggioranza a Forza Italia, ma ormai il treno è partito. Draghi dunque lasci il terreno delle polemiche agli altri e faccia Draghi. Ma lo faccia in fretta.
Quello che abbiamo visto all’opera in questi giorni è il leader incendiario di sempre che sta facendo benissimo quello che sa fare meglio: la campagna elettorale. È utile che tutti se ne rendano conto. Le mosse del segretario del Carroccio puntano in direzione di un voto anticipato, altrimenti non si comprende l’escalation quotidiana a cui stiamo assistendo. Salvini che spara contro Arcuri, contro Speranza, contro il Cts, che attacca l’euro. Salvini che procede con un attivismo sospetto a una girandola di incontri con i ministri di Draghi, con le categorie, con i leader degli altri partiti. Lo fa solo per aiutare, giura. Ma come non vedere all’opera gli stessi meccanismi, le stesse tattiche utilizzate al tempo del Conte I, quando il Viminale di Salvini era diventato una succursale di palazzo Chigi dove ricevere persino le parti sociali?
Il presidente del Consiglio rischia di cadere in una trappola da cui è difficile uscire fuori. Ci sono infatti due strade per rispondere al tentativo di trasformare quello che oggi prenderà la fiducia in un governo Salvini-Draghi. La prima, sbagliata, è fare ciò che gli suggerisce maliziosamente Rocco Casalino. Draghi dovrebbe “parlare di più”, perché “se comunicasse di più toglierebbe spazio agli altri leader politici”. È la ricetta applicata da Conte e, come si vede, non ha funzionato. Oltretutto ognuno è figlio della propria biografia e per Draghi sarebbe uno snaturamento totale se iniziasse da domani a twittare e fare dirette Facebook per oscurare Salvini. L’ex presidente della Bce non può mettersi sullo stesso livello. Ma è vero che, stando in silenzio, l’opera di ricostruzione immane a cui è chiamato rischia di essere coperta dal frastuono che viene dalle retrovie. L’attivismo di Salvini, non contenuto, scatenerà inevitabilmente anche gli altri leader. Un veto della Lega su un provvedimento ne chiamerà altri per risposta uguali e contrari, le bandierine di ciascun partito si alzeranno. E l’immagine di una maggioranza già litigiosa su tutto alla fine sporcherà anche la figura di un premier che, è bene non dimenticarsene mai, resta l’italiano che al mondo gode di più stima.
Dunque che fare? L’altra strada, l’unica che Draghi può percorrere senza tradire se stesso, né trasformarsi in un mediatore eterno della sua maggioranza ircocervo, è quella di far parlare al suo posto le leggi, le riforme. Deve provare a sommergere il Parlamento con i prodotti della fucina di Palazzo Chigi, sovrastare il rumore delle salmerie con la forza dei provvedimenti. Quella di separare una Lega buona da una cattiva, i moderati dai sovranisti, si è rivelata al dunque un’illusione. Il regista resta sempre Salvini, il voto favorevole al parlamento europeo sul Recovery è stato una distorsione ottica. Sarebbe stato meglio fermare il perimetro della maggioranza a Forza Italia, ma ormai il treno è partito. Draghi dunque lasci il terreno delle polemiche agli altri e faccia Draghi. Ma lo faccia in fretta.