Spazio, perché l’uomo vuole Marte
di Amedeo Balbi , di Amedeo BalbiIl viaggio dei nostri simili verso il pianeta rosso non è dietro l'angolo, ma ci sono i segnali di una ripresa dell'interesse. Non solo per l'attivismo degli imprenditori privati, ma anche per il riaccendersi di una gara fra le potenze mondiali
Qualche anno fa, nel film The Martian, l'astronauta interpretato da Matt Damon, dato per morto dai suoi compagni di equipaggio e lasciato su Marte, era costretto a fare ricorso a tutto il suo ingegno per sopravvivere. Come Robinson Crusoe, il protagonista aveva come unici alleati l'ottimismo e le risorse tecnologiche della sua epoca, peraltro non troppo lontana dalla nostra, visto che la storia è ambientata nel 2035, poco meno di quindici anni nel nostro futuro.
Per chi segue con interesse le vicende dell'esplorazione spaziale, proiettare quindici anni nel futuro l'arrivo della prima missione con equipaggio umano su Marte è un'abitudine che dura da ben più di quindici anni. Wernher von Braun teorizzò le varie fasi di una missione del genere già negli anni '50 del secolo scorso, quando alcuni scienziati ancora ritenevano che Marte potesse essere un luogo non troppo diverso dalla tundra siberiana e potesse ospitare rada vegetaz…
Per chi segue con interesse le vicende dell'esplorazione spaziale, proiettare quindici anni nel futuro l'arrivo della prima missione con equipaggio umano su Marte è un'abitudine che dura da ben più di quindici anni. Wernher von Braun teorizzò le varie fasi di una missione del genere già negli anni '50 del secolo scorso, quando alcuni scienziati ancora ritenevano che Marte potesse essere un luogo non troppo diverso dalla tundra siberiana e potesse ospitare rada vegetaz…
Qualche anno fa, nel film The Martian, l'astronauta interpretato da Matt Damon, dato per morto dai suoi compagni di equipaggio e lasciato su Marte, era costretto a fare ricorso a tutto il suo ingegno per sopravvivere. Come Robinson Crusoe, il protagonista aveva come unici alleati l'ottimismo e le risorse tecnologiche della sua epoca, peraltro non troppo lontana dalla nostra, visto che la storia è ambientata nel 2035, poco meno di quindici anni nel nostro futuro.
Per chi segue con interesse le vicende dell'esplorazione spaziale, proiettare quindici anni nel futuro l'arrivo della prima missione con equipaggio umano su Marte è un'abitudine che dura da ben più di quindici anni. Wernher von Braun teorizzò le varie fasi di una missione del genere già negli anni '50 del secolo scorso, quando alcuni scienziati ancora ritenevano che Marte potesse essere un luogo non troppo diverso dalla tundra siberiana e potesse ospitare rada vegetazione e qualche semplice organismo vivente. Subito dopo il successo dell'impresa Apollo, lo stesso von Braun presentò alla Nasa un piano operativo per mandare astronauti su Marte entro gli anni '80. È evidente che le cose sono andate diversamente. L'obiettivo della conquista del pianeta rosso è un po' come un orizzonte che si allontana ogni volta che facciamo qualche passo nella sua direzione.
D'altra parte, come il film di Ridley Scott mostrava con un qualche realismo, l'impresa non è esattamente una passeggiata. Non solo per il viaggio di molti mesi che gli astronauti dovrebbero affrontare, ma anche per quello che troverebbero una volta arrivati. Marte, infatti, assomiglia solo superficialmente al nostro pianeta. Sebbene i panorami marziani, con dune e rocce rossastre, ricordino visivamente certi deserti terrestri, le reali condizioni ambientali sono molto più estreme di quelle dei luoghi più ostili della Terra. Le temperature medie sono decine di gradi sotto lo zero, l'atmosfera è irrespirabile e tenue quanto quella che troveremmo a 30 chilometri di quota sul nostro pianeta. Inoltre, la superficie è esposta senza protezione a ogni tipo di radiazione cosmica nociva.
Tutti fatti che possono essere ignorati nella fantascienza più semplicistica, e che sono spesso messi in secondo piano nei proclami di certi imprenditori arrembanti col pallino della colonizzazione marziana. Ma che sono invece ben chiari a chi deve pianificare seriamente una missione spaziale, e agli astronauti che dovranno avere l'onore e la responsabilità di stampare la prima impronta sul terreno di un altro pianeta, sobbarcandosene i rischi. Tanto più che le numerose missioni robotiche che negli ultimi decenni hanno raggiunto con successo Marte (le ultime due, la sonda Hope degli Emirati Arabi e la Tianwen-1 cinese, sono arrivate da pochi giorni) se la sono cavata egregiamente senza esseri umani sul posto, facendo compiere importanti passi avanti nella conoscenza del pianeta e delle sue condizioni, presenti e passate. Una conoscenza che speriamo di vedere ampliata con l'arrivo della missione Perseverance della Nasa, previsto il 18 febbraio.
Insomma, il viaggio di nostri simili verso Marte non è mai dietro l'angolo come potrebbe sembrare, ma i segnali di una ripresa dell'interesse in questo senso ci sono tutti. Non solo per l'attivismo degli imprenditori privati, ma anche per il riaccendersi di una gara fra le agenzie spaziali delle potenze mondiali, vecchie e nuove. I piani concreti di Europa e Usa - già impegnati nella selezione degli astronauti che potrebbero camminare di nuovo sulla Luna, cinquant'anni dopo le missioni Apollo, e iniziarvi la costruzione di basi permanenti - e i progetti simili della Cina, sembrano altrettanti segnali che puntano nella direzione di Marte.
La domanda che resta non è tanto se sia possibile mandare esseri umani su Marte, o quando lo faremo, ma perché dovremmo farlo. È una domanda lecita, ma al di là degli aspetti economici, tecnologici e geopolitici, non bisogna sottovalutare il richiamo emotivo di un'impresa di questo tipo. Il fascino di Marte è impossibile da ignorare: conoscendo il genere umano, sappiamo che se una cosa è possibile ci sarà sempre qualcuno che sognerà di farla, e prima o poi la farà.
Per chi segue con interesse le vicende dell'esplorazione spaziale, proiettare quindici anni nel futuro l'arrivo della prima missione con equipaggio umano su Marte è un'abitudine che dura da ben più di quindici anni. Wernher von Braun teorizzò le varie fasi di una missione del genere già negli anni '50 del secolo scorso, quando alcuni scienziati ancora ritenevano che Marte potesse essere un luogo non troppo diverso dalla tundra siberiana e potesse ospitare rada vegetazione e qualche semplice organismo vivente. Subito dopo il successo dell'impresa Apollo, lo stesso von Braun presentò alla Nasa un piano operativo per mandare astronauti su Marte entro gli anni '80. È evidente che le cose sono andate diversamente. L'obiettivo della conquista del pianeta rosso è un po' come un orizzonte che si allontana ogni volta che facciamo qualche passo nella sua direzione.
D'altra parte, come il film di Ridley Scott mostrava con un qualche realismo, l'impresa non è esattamente una passeggiata. Non solo per il viaggio di molti mesi che gli astronauti dovrebbero affrontare, ma anche per quello che troverebbero una volta arrivati. Marte, infatti, assomiglia solo superficialmente al nostro pianeta. Sebbene i panorami marziani, con dune e rocce rossastre, ricordino visivamente certi deserti terrestri, le reali condizioni ambientali sono molto più estreme di quelle dei luoghi più ostili della Terra. Le temperature medie sono decine di gradi sotto lo zero, l'atmosfera è irrespirabile e tenue quanto quella che troveremmo a 30 chilometri di quota sul nostro pianeta. Inoltre, la superficie è esposta senza protezione a ogni tipo di radiazione cosmica nociva.
Tutti fatti che possono essere ignorati nella fantascienza più semplicistica, e che sono spesso messi in secondo piano nei proclami di certi imprenditori arrembanti col pallino della colonizzazione marziana. Ma che sono invece ben chiari a chi deve pianificare seriamente una missione spaziale, e agli astronauti che dovranno avere l'onore e la responsabilità di stampare la prima impronta sul terreno di un altro pianeta, sobbarcandosene i rischi. Tanto più che le numerose missioni robotiche che negli ultimi decenni hanno raggiunto con successo Marte (le ultime due, la sonda Hope degli Emirati Arabi e la Tianwen-1 cinese, sono arrivate da pochi giorni) se la sono cavata egregiamente senza esseri umani sul posto, facendo compiere importanti passi avanti nella conoscenza del pianeta e delle sue condizioni, presenti e passate. Una conoscenza che speriamo di vedere ampliata con l'arrivo della missione Perseverance della Nasa, previsto il 18 febbraio.
Insomma, il viaggio di nostri simili verso Marte non è mai dietro l'angolo come potrebbe sembrare, ma i segnali di una ripresa dell'interesse in questo senso ci sono tutti. Non solo per l'attivismo degli imprenditori privati, ma anche per il riaccendersi di una gara fra le agenzie spaziali delle potenze mondiali, vecchie e nuove. I piani concreti di Europa e Usa - già impegnati nella selezione degli astronauti che potrebbero camminare di nuovo sulla Luna, cinquant'anni dopo le missioni Apollo, e iniziarvi la costruzione di basi permanenti - e i progetti simili della Cina, sembrano altrettanti segnali che puntano nella direzione di Marte.
La domanda che resta non è tanto se sia possibile mandare esseri umani su Marte, o quando lo faremo, ma perché dovremmo farlo. È una domanda lecita, ma al di là degli aspetti economici, tecnologici e geopolitici, non bisogna sottovalutare il richiamo emotivo di un'impresa di questo tipo. Il fascino di Marte è impossibile da ignorare: conoscendo il genere umano, sappiamo che se una cosa è possibile ci sarà sempre qualcuno che sognerà di farla, e prima o poi la farà.