Draghi col suo discorso al Senato ha segnato una discontinuità politica. La politica che il suo governo deve attuare è resa quasi obbligata dalle emergenze in atto: sconfiggere la pandemia con piani vaccinali adeguati, elaborare e gestire il Recovery Fund, implementare la transizione ecologica del sistema produttivo.
La discontinuità che Draghi ha introdotto è l'idea d'Italia e di politica dentro la quale ha calato le linee dell'azione del suo governo. Un'idea forte. Un'idea storica. Ha collocato il dovere dell'oggi, di fronteggiare uniti la crisi, all'interno di una catena di doveri che si apre col Risorgimento e che passa attraverso la Ricostruzione post bellica: i governi del Cln, certo, ma anche quelli che sono venuti dopo, quando la dialettica asperrima fra maggioranza e opposizione non perdeva di vista le esigenze essenziali del Paese.
Senza voli retorici, Draghi è stato molto più che un banchiere: ha capito…
La discontinuità che Draghi ha introdotto è l'idea d'Italia e di politica dentro la quale ha calato le linee dell'azione del suo governo. Un'idea forte. Un'idea storica. Ha collocato il dovere dell'oggi, di fronteggiare uniti la crisi, all'interno di una catena di doveri che si apre col Risorgimento e che passa attraverso la Ricostruzione post bellica: i governi del Cln, certo, ma anche quelli che sono venuti dopo, quando la dialettica asperrima fra maggioranza e opposizione non perdeva di vista le esigenze essenziali del Paese.
Senza voli retorici, Draghi è stato molto più che un banchiere: ha capito…
Draghi col suo discorso al Senato ha segnato una discontinuità politica. La politica che il suo governo deve attuare è resa quasi obbligata dalle emergenze in atto: sconfiggere la pandemia con piani vaccinali adeguati, elaborare e gestire il Recovery Fund, implementare la transizione ecologica del sistema produttivo.
La discontinuità che Draghi ha introdotto è l'idea d'Italia e di politica dentro la quale ha calato le linee dell'azione del suo governo. Un'idea forte. Un'idea storica. Ha collocato il dovere dell'oggi, di fronteggiare uniti la crisi, all'interno di una catena di doveri che si apre col Risorgimento e che passa attraverso la Ricostruzione post bellica: i governi del Cln, certo, ma anche quelli che sono venuti dopo, quando la dialettica asperrima fra maggioranza e opposizione non perdeva di vista le esigenze essenziali del Paese.
Senza voli retorici, Draghi è stato molto più che un banchiere: ha capito, e fatto capire, che i numeri da soli, per quanto drammatici, non motivano abbastanza. Che davanti a un problema politico espresso in numeri il primo istinto di ciascuno - individuo, gruppi sociali, élite, regioni - è di cavarsela da solo, di non pagare dazio.
E ha capito, e fatto capire, che la politica è sapere collocare le necessità della contingenza all'interno di un destino comune, frutto delle nostre scelte, di un'identità collettiva fatta di passato, presente e futuro. Questa è la dimensione "repubblicana" della politica. Una continuità generazionale di cittadini liberi che hanno fiducia in se stessi, e che sanno affrontare i problemi con senso del dovere perché sanno che l'Italia non è un'espressione geografica afflitta da problemi contabili, da risolvere con sacrifici e austerità: è un organismo politico dotato di un'identità storica - un'identità fatta di passaggi anche dolorosi ma vincenti, sorretti da una dignitosa idea di Paese.
Era molto tempo che non si sentiva un discorso così concreto e di così alto respiro. Certo, sono state parole, a cui devono seguire le azioni. Ma in quelle parole, in ogni caso, c'è uno stile, un'indicazione di metodo, di priorità. Draghi ha capito, e fatto capire, che il nemico è certamente il virus, ma anche il disorientamento, la depressione, la sfiducia, il sentore di declino che percorre oggi il Paese. E non ha risposto né con la rabbia contro un capro espiatorio, né con la colpevolizzazione, né con l'insulso ottimismo che in passato qualcuno ci ha offerto, ma con la dignità di un invito che colloca l'Italia di fronte a se stessa: i molti problemi a cui dovrà porre rimedio configurano un dovere che l'Italia deve a sé, non ad altri. In quel discorso c'è una chiamata all'azione; allo sforzo di rinascere, per non finire nella periferia del mondo; per non soccombere all'ingiustizia e all'impotenza; per essere - con sobrietà e coerenza - all'altezza di noi stessi. Per dare un senso, una direzione, una consapevolezza, alla nostra esistenza storica comune. E non è un caso che alla dimensione storica Draghi abbia aggiunto quella geopolitica: atlantismo, europeismo, la stessa menzione della Libia, stanno a significare il perimetro in cui il nostro Paese si è mosso storicamente, e intende muoversi in futuro con ritrovata energia e fiducia.
Draghi ha dimostrato che il suo non è un governo tecnico, che la sua forza, prima ancora che la competenza economica, è la sua idea di politica; e così di fatto sfida i partiti, le loro tattiche, i loro calcoli ad horas, la loro incapacità di esibire un'idea d'Italia non banale. Non è un caso che i partiti non abbiano saputo dare vita al governo: manca a loro l'attitudine a pensare in grande. Questo governo è un'occasione anche per loro, oltre che per tutta l'Italia: l'occasione di collocarsi all'altezza di ciò che serve per fare politica oggi. Destra, centro, sinistra non devono uniformarsi in una grigia medietà; devono, piuttosto, ricordare la propria funzione nazionale. In altre fasi della nostra storia l'hanno avuta. Devono recuperarla, e aggiornarla.
La discontinuità che Draghi ha introdotto è l'idea d'Italia e di politica dentro la quale ha calato le linee dell'azione del suo governo. Un'idea forte. Un'idea storica. Ha collocato il dovere dell'oggi, di fronteggiare uniti la crisi, all'interno di una catena di doveri che si apre col Risorgimento e che passa attraverso la Ricostruzione post bellica: i governi del Cln, certo, ma anche quelli che sono venuti dopo, quando la dialettica asperrima fra maggioranza e opposizione non perdeva di vista le esigenze essenziali del Paese.
Senza voli retorici, Draghi è stato molto più che un banchiere: ha capito, e fatto capire, che i numeri da soli, per quanto drammatici, non motivano abbastanza. Che davanti a un problema politico espresso in numeri il primo istinto di ciascuno - individuo, gruppi sociali, élite, regioni - è di cavarsela da solo, di non pagare dazio.
E ha capito, e fatto capire, che la politica è sapere collocare le necessità della contingenza all'interno di un destino comune, frutto delle nostre scelte, di un'identità collettiva fatta di passato, presente e futuro. Questa è la dimensione "repubblicana" della politica. Una continuità generazionale di cittadini liberi che hanno fiducia in se stessi, e che sanno affrontare i problemi con senso del dovere perché sanno che l'Italia non è un'espressione geografica afflitta da problemi contabili, da risolvere con sacrifici e austerità: è un organismo politico dotato di un'identità storica - un'identità fatta di passaggi anche dolorosi ma vincenti, sorretti da una dignitosa idea di Paese.
Era molto tempo che non si sentiva un discorso così concreto e di così alto respiro. Certo, sono state parole, a cui devono seguire le azioni. Ma in quelle parole, in ogni caso, c'è uno stile, un'indicazione di metodo, di priorità. Draghi ha capito, e fatto capire, che il nemico è certamente il virus, ma anche il disorientamento, la depressione, la sfiducia, il sentore di declino che percorre oggi il Paese. E non ha risposto né con la rabbia contro un capro espiatorio, né con la colpevolizzazione, né con l'insulso ottimismo che in passato qualcuno ci ha offerto, ma con la dignità di un invito che colloca l'Italia di fronte a se stessa: i molti problemi a cui dovrà porre rimedio configurano un dovere che l'Italia deve a sé, non ad altri. In quel discorso c'è una chiamata all'azione; allo sforzo di rinascere, per non finire nella periferia del mondo; per non soccombere all'ingiustizia e all'impotenza; per essere - con sobrietà e coerenza - all'altezza di noi stessi. Per dare un senso, una direzione, una consapevolezza, alla nostra esistenza storica comune. E non è un caso che alla dimensione storica Draghi abbia aggiunto quella geopolitica: atlantismo, europeismo, la stessa menzione della Libia, stanno a significare il perimetro in cui il nostro Paese si è mosso storicamente, e intende muoversi in futuro con ritrovata energia e fiducia.
Draghi ha dimostrato che il suo non è un governo tecnico, che la sua forza, prima ancora che la competenza economica, è la sua idea di politica; e così di fatto sfida i partiti, le loro tattiche, i loro calcoli ad horas, la loro incapacità di esibire un'idea d'Italia non banale. Non è un caso che i partiti non abbiano saputo dare vita al governo: manca a loro l'attitudine a pensare in grande. Questo governo è un'occasione anche per loro, oltre che per tutta l'Italia: l'occasione di collocarsi all'altezza di ciò che serve per fare politica oggi. Destra, centro, sinistra non devono uniformarsi in una grigia medietà; devono, piuttosto, ricordare la propria funzione nazionale. In altre fasi della nostra storia l'hanno avuta. Devono recuperarla, e aggiornarla.