Al Senato, per il gioco dei numeri e a causa del dissenso "grillino", il peso del centrodestra supera adesso quello del fronte giallorosso: in pratica cambia poco, salvo la percezione che nel vasto equilibrio parlamentare su cui si regge Draghi il baricentro si sposta un po' verso destra e più ancora si sposterà se continua lo sfarinamento dei 5S. Ciò comporta un supplemento di responsabilità per Salvini. In fondo nessuno si dovrebbe stupire se il partito leghista è scrutato con particolare attenzione in Italia e all'estero: come è noto, fino a poco tempo fa non era un esempio di affidabilità, sia rispetto all'Unione sia riguardo alla relazione con gli Stati Uniti. Il berretto con la scritta "Trump 2020" che il leader ostentava ha finito per procurargli più discredito che benevolenza, specie adesso che alla Casa Bianca c'è Biden: di sicuro non è servito a far dimenticare il rappor…
Al Senato, per il gioco dei numeri e a causa del dissenso "grillino", il peso del centrodestra supera adesso quello del fronte giallorosso: in pratica cambia poco, salvo la percezione che nel vasto equilibrio parlamentare su cui si regge Draghi il baricentro si sposta un po' verso destra e più ancora si sposterà se continua lo sfarinamento dei 5S. Ciò comporta un supplemento di responsabilità per Salvini. In fondo nessuno si dovrebbe stupire se il partito leghista è scrutato con particolare attenzione in Italia e all'estero: come è noto, fino a poco tempo fa non era un esempio di affidabilità, sia rispetto all'Unione sia riguardo alla relazione con gli Stati Uniti. Il berretto con la scritta "Trump 2020" che il leader ostentava ha finito per procurargli più discredito che benevolenza, specie adesso che alla Casa Bianca c'è Biden: di sicuro non è servito a far dimenticare il rapporto opaco con Mosca; o gli intrecci con l'estrema destra europea, dalla Le Pen ai tedeschi di AfD, i più invisi ad Angela Merkel causa la minaccia che per qualche tempo hanno portato alla Cdu.
Ora tutto sembra appartenere al passato, ma è un passato ancora troppo vicino perché non affiori qualche dubbio qui e là, soprattutto in qualche cancelleria dell'Europa del Nord. In fondo si tratta del partito che i sondaggi valutano come il più forte, nonché di una formazione necessaria a sostenere il governo Draghi, almeno finché si resta nel "perimetro allargato" di cui ha parlato il presidente del Consiglio. Il quale ha ovviamente bisogno della stabilità per garantire la missione strategica dell'esecutivo: riavvicinare l'Italia all'Unione cominciando da una corretta gestione del "Recovery" e dalle riforme connesse. La maggioranza Ursula - cioè senza la Lega e con Forza Italia aggregata al Pd e ai 5S - su cui alcuni ancora ragionano a sinistra non è in alcun modo realistica oggi: finirebbe per accentuare proprio quei fattori di instabilità che a Palazzo Chigi (e al Quirinale) si vogliono evitare con cura.
Semmai è logico che si continui a studiare il percorso di Salvini. In questi giorni al senatore Bagnai e all'onorevole Borghi, i due tenaci accusatori dell'Europa matrigna e della moneta unica, è stata data la consegna d'interpretare la nuova linea in maniera convincente. Per cui, in uno slancio di enfasi, Borghi è arrivato ieri ad ammonire Draghi affinché "non tradisca il Tricolore", perché in quel caso la Lega sarà implacabile. Singolare gioco di specchi, se appena ricordiamo quale uso intendeva fare Bossi della bandiera italiana nella stagione della secessione. Oggi il vecchio capo defenestrato da Salvini vota anche lui con disciplina la fiducia all'ex presidente della Bce. E in effetti molta acqua è passata sotto i ponti, perché il Carroccio in oltre trent'anni ha assunto diverse sembianze.
Prima del secessionismo, più che altro velleitario, la Lega delle origini era il partito del Nord, incarnava la "questione settentrionale" e dava voce a un certo mondo economico tra Veneto e Lombardia, ai tanti piccoli e medi imprenditori che si sentivano dimenticati da Roma e dai privilegi - a loro avviso - riservati al Centro-sud. Poi ci fu, come detto, la fase separatista. In seguito, attraverso un'ardita capriola, abbiamo avuto la Lega nazionalista o "sovranista". Ma lo scarso successo della proiezione al Sud ha riproposto l'attenzione pragmatica verso i bisogni del settentrione. Un ritorno alle origini, si potrebbe dire, in cui a Salvini si affiancano le voci di un Giorgetti e di uno Zaia. Sta a loro non perdere di vista il sentiero appena imboccato.
Ora tutto sembra appartenere al passato, ma è un passato ancora troppo vicino perché non affiori qualche dubbio qui e là, soprattutto in qualche cancelleria dell'Europa del Nord. In fondo si tratta del partito che i sondaggi valutano come il più forte, nonché di una formazione necessaria a sostenere il governo Draghi, almeno finché si resta nel "perimetro allargato" di cui ha parlato il presidente del Consiglio. Il quale ha ovviamente bisogno della stabilità per garantire la missione strategica dell'esecutivo: riavvicinare l'Italia all'Unione cominciando da una corretta gestione del "Recovery" e dalle riforme connesse. La maggioranza Ursula - cioè senza la Lega e con Forza Italia aggregata al Pd e ai 5S - su cui alcuni ancora ragionano a sinistra non è in alcun modo realistica oggi: finirebbe per accentuare proprio quei fattori di instabilità che a Palazzo Chigi (e al Quirinale) si vogliono evitare con cura.
Semmai è logico che si continui a studiare il percorso di Salvini. In questi giorni al senatore Bagnai e all'onorevole Borghi, i due tenaci accusatori dell'Europa matrigna e della moneta unica, è stata data la consegna d'interpretare la nuova linea in maniera convincente. Per cui, in uno slancio di enfasi, Borghi è arrivato ieri ad ammonire Draghi affinché "non tradisca il Tricolore", perché in quel caso la Lega sarà implacabile. Singolare gioco di specchi, se appena ricordiamo quale uso intendeva fare Bossi della bandiera italiana nella stagione della secessione. Oggi il vecchio capo defenestrato da Salvini vota anche lui con disciplina la fiducia all'ex presidente della Bce. E in effetti molta acqua è passata sotto i ponti, perché il Carroccio in oltre trent'anni ha assunto diverse sembianze.
Prima del secessionismo, più che altro velleitario, la Lega delle origini era il partito del Nord, incarnava la "questione settentrionale" e dava voce a un certo mondo economico tra Veneto e Lombardia, ai tanti piccoli e medi imprenditori che si sentivano dimenticati da Roma e dai privilegi - a loro avviso - riservati al Centro-sud. Poi ci fu, come detto, la fase separatista. In seguito, attraverso un'ardita capriola, abbiamo avuto la Lega nazionalista o "sovranista". Ma lo scarso successo della proiezione al Sud ha riproposto l'attenzione pragmatica verso i bisogni del settentrione. Un ritorno alle origini, si potrebbe dire, in cui a Salvini si affiancano le voci di un Giorgetti e di uno Zaia. Sta a loro non perdere di vista il sentiero appena imboccato.