Un robot misura la temperatura, disinfetta e comunica messaggi sulla salute all'Aeroporto di Nairobi (reuters)
Il lavoro nel 2030: la necessità del consumo ci salverà dai robot
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Maurizio Ferraris
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di Maurizio Ferraris
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Secondo il rapporto 'Il Futuro delle Competenze in Italia' nel 2030 il ceto medio aumenterà di 2 miliardi, ascendendo alla cifra di 5,3 miliardi, cioè al 61,6% della popolazione mondiale. A sopravvivere saranno i mestieri creativi e specializzati, grazie al processo di ibridazione, mutazione e rottamazione delle attività lavorative
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Poche cose sembrano certe quanto questi due assiomi: il futuro del lavoro sta nella specializzazione tecnico-scientifica, e il ceto medio, se non è scomparso, scomparirà a breve. Ora, entrambi gli assiomi sono falsi. Come leggiamo nel rapporto Il Futuro delle Competenze in Italia, presentato il 18 febbraio, ed è il frutto di una ricerca condotta da Ernst and Young, Pearson Italia e ManpowerGroup, i lavori del futuro saranno in buona parte delle ibridazioni eclettiche di competenze, con una forte componente umanistica, e nel 2030 il ceto medio aumenterà di 2 miliardi, ascendendo alla cifra di 5,3 miliardi, cioè (su una popolazione stimata di 8,6 miliardi), al 61,6% della popolazione mondiale.
La domanda che sorge spontanea è tuttavia: come camperanno, come camperemo, se nel frattempo (sempre stando al rapporto) il …!-->!-->!-->!-->
Poche cose sembrano certe quanto questi due assiomi: il futuro del lavoro sta nella specializzazione tecnico-scientifica, e il ceto medio, se non è scomparso, scomparirà a breve. Ora, entrambi gli assiomi sono falsi. Come leggiamo nel rapporto Il Futuro delle Competenze in Italia, presentato il 18 febbraio, ed è il frutto di una ricerca condotta da Ernst and Young, Pearson Italia e ManpowerGroup, i lavori del futuro saranno in buona parte delle ibridazioni eclettiche di competenze, con una forte componente umanistica, e nel 2030 il ceto medio aumenterà di 2 miliardi, ascendendo alla cifra di 5,3 miliardi, cioè (su una popolazione stimata di 8,6 miliardi), al 61,6% della popolazione mondiale.
La domanda che sorge spontanea è tuttavia: come camperanno, come camperemo, se nel frattempo (sempre stando al rapporto) il 43,50% (345 professioni) risulta in decrescita, il 20,30% (161 professioni) risulta stabile e solo il 36,20% (287 professioni) si prevede in crescita? A rigore, più che con una crescita della classe media avremmo a che fare con una miseria universale. Quando gli umani contavano come imperfette appendici di falci, martelli, macchine per scrivere e sportelli burocratici la manodopera era un bene importante, oggi non più, e difatti quelle mansioni sono pagate di meno.
Ed è anche vero che tra i nuovi lavori ci sono compiti anche semplici (per esempio portare una pizza a domicilio) che non sono ancora alla portata di una macchina, e che danno l'impressione di un futuro del lavoro non molto diverso dal passato industriale, solo con meno diritti (è la prospettiva offerta da Antonio Casilli in Schiavi del clic, Feltrinelli 2020).
Dubito però che andrà a finire così, e quelle mansioni saranno svolte dai droni e dall'intelligenza artificiale, in seguito a investimenti in ricerca e sviluppo determinati da un argomento semplice e decisivo: una macchina, che non muore e non ha diritti, è più conveniente di qualunque umano. Qui si apre una distopia ancora peggiore, quella di un mondo di emarginati, in cui le macchine sostituiranno in tutto e per tutto gli umani, magari anche nel consumo, come ha avventurosamente sostenuto Yuval Harari in 21 lezioni per il XXI secolo (Bompiani 2018). Ma dire questo è non capire che cos'è l'automazione. Riflettiamoci un momento. L'automazione è la risposta a bisogni umani che a loro volta non possono essere automatizzati; dunque quanto più cresce l'automazione, tanto più le macchine diventano dipendenti dagli umani: un bastone è uno strumento utile anche per uno scimpanzè, che però non saprebbe che farsene di un telefonino.
Di qui l'intuizione che ci permette di capire la natura dei lavori del futuro. In un influente articolo del 2013, dedicato all'incidenza della computerizzazione sul lavoro, Carl BenediktFrey e Michael A. Osborne, 2013, esaminavano 702 professioni, e ne emergeva un vantaggio per i lavori creativi e specializzati. Questo in fondo è prevedibile: l'invenzione della fotografia avrebbe dovuto far scomparire i pittori, invece nel medio termine sono scomparsi i fotografi. Ma nel Futuro delle Competenze in Italia c'è molto di più. I beni più pregiati del futuro sono principalmente relazionali, e da questa base umanistica, sistematicamente intrecciata con la tecnologia, sorgono i nuovi lavori in base a tre processi. Il primo è la creazione di lavori che non c'erano prima, per esempio il mix di competenze psicologiche e tecnologiche necessarie per progettare le interfacce delle auto a guida automatica o assistenti virtuali. Il secondo è la distruzione di vecchi lavori che scompaiono a vantaggio di uno nuovo: le varie specializzazioni degli operai si riassumeranno nell'addetto all'integrazione di robot assemblatori. Il terzo è la mutazione, in cui una professione si sviluppa copiando i caratteri di altre professioni (possiamo essere certi che senza informatica i vaccini non si sarebbero trovati così presto).
Se per dare un nome a questi nuovi lavori bisogna ricorrere a lunghe perifrasi è perché sono tutti il risultato della ibridazione, un processo di fusione tra competenze che investirà molti vecchi lavori, e non solo i giornalisti o i legali d'impresa, ma i manovali e gli addetti alla manutenzione, perché solo un umano può capire se un tratto di autostrada va riparato, anche se nell'esecuzione del compito si limiterà a governare delle macchine e a verificare i risultati. Immuni all'ibridazione, secondo il rapporto, sono i dentisti (uno dei più antichi mestieri del mondo), i notai, gli avvocati, gli architetti e gli psicologi, anche se ovviamente il loro modo di lavorare è cambiato. Un punto, però, resta chiaro: mentre pochi anni fa nessuno avrebbe immaginato che progettare interfacce potesse essere un lavoro, e fare il dattilografo smettesse di esserlo, visto che la tecnica evolve, gli umani hanno sempre mal di denti, depressioni, litigi, oltre che necessità di case e di mutui per comprarle.
Resta un problema, e cioè chi ha una bassa scolarizzazione e una formazione obsoleta faticherà a collocarsi in questo mondo nuovo di ibridazione fra competenze tecnologiche e umanistiche complesse. Però anche qui il fatto di essere un umano e non una macchina lo terrà al riparo dalla rottamazione, non solo perché anche lui ha capacità di comprensione e di cura che le macchine non hanno (e dunque invece che copiare i droni facendo il rider potrebbe vantaggiosamente sostituire gli orrendi robot da compagnia che si stanno progettando). Ma anche perché anche lui, non diversamente dal più creativo dei creativi, possiede qualcosa di insostituibile e di esclusivamente umano, la necessità organica del consumo, e la produzione di valore che genera attraverso la sua mobilitazione sul web. Un valore inestimabile e insostituibile, se sappiamo riconoscerlo, nel momento in cui gli umani hanno smesso di imitare le macchine e le macchine non possono smettere di imitare gli umani.