Anche nella stagione di Draghi, che in teoria dovrebbe favorire la rinascita della politica all'ombra del governo semi-tecnico, i piccoli partiti di centro sono sparpagliati e in cerca di una ragion d'essere. Per certi aspetti la loro situazione è peggiorata. +Europa, Italia Viva, la stessa calendiana Azione, pesavano di più al tempo del Conte-2. Rappresentavano l'europeismo ortodosso e l'atlantismo rispetto alle ambiguità dei Cinque Stelle che dominavano la scena con l'accordo del Pd. Ma soprattutto disponevano della cosiddetta "golden share", la chiave per provocare la dissoluzione dell'esecutivo.
A usarla con effetti dirompenti è stato, come tutti sanno, Matteo Renzi, in qualità di capo del partito più grosso tra i piccoli. Ha demolito Conte come aveva promesso e si è attribuito il merito di aver aperto la strada a Draghi. Tutto sommato, è vero: tranne per qualche esagerazione. Tuttavia adesso…
A usarla con effetti dirompenti è stato, come tutti sanno, Matteo Renzi, in qualità di capo del partito più grosso tra i piccoli. Ha demolito Conte come aveva promesso e si è attribuito il merito di aver aperto la strada a Draghi. Tutto sommato, è vero: tranne per qualche esagerazione. Tuttavia adesso…
Anche nella stagione di Draghi, che in teoria dovrebbe favorire la rinascita della politica all'ombra del governo semi-tecnico, i piccoli partiti di centro sono sparpagliati e in cerca di una ragion d'essere. Per certi aspetti la loro situazione è peggiorata. +Europa, Italia Viva, la stessa calendiana Azione, pesavano di più al tempo del Conte-2. Rappresentavano l'europeismo ortodosso e l'atlantismo rispetto alle ambiguità dei Cinque Stelle che dominavano la scena con l'accordo del Pd. Ma soprattutto disponevano della cosiddetta "golden share", la chiave per provocare la dissoluzione dell'esecutivo.
A usarla con effetti dirompenti è stato, come tutti sanno, Matteo Renzi, in qualità di capo del partito più grosso tra i piccoli. Ha demolito Conte come aveva promesso e si è attribuito il merito di aver aperto la strada a Draghi. Tutto sommato, è vero: tranne per qualche esagerazione. Tuttavia adesso Renzi conta meno di prima. Ha perso la rendita di posizione che gli permetteva di bombardare il quartier generale a piacimento, ossia di provocare il crollo del governo. Inoltre Draghi impersona al meglio l'europeismo e c'è minor bisogno delle forze di testimonianza. Ne deriva che anche a Renzi, come agli altri segmenti della galassia centrista, tocca mettersi al lavoro per modellare il futuro. Ossia per allargare il proprio spazio politico, rendendo più moderno ed efficace il messaggio.
L'idea renziana consiste nell'appoggiarsi a un modello vincente, per la precisione quello del francese Macron con la sua carica riformatrice di stampo liberal-democratico. Peraltro non è una novità: già in passato il capo di Italia Viva aveva guardato a Parigi, ma non è facile trapiantare a Roma un esperimento che ha avuto successo in Francia grazie a particolari e non ripetibili circostanze. A maggior ragione è complicato per un politico a cui tutti attribuiscono doti tattiche fuori del comune, insieme a una notevole spregiudicatezza, ma il cui consenso oscilla da tempo tra il 2 e il 3,5 per cento. Eppure, nonostante tutto, la carta Macron è ancora la migliore, se non l'unica, che il centrista di Rignano sull'Arno riesce a giocare. Per cui in novembre - tra ben nove mesi - il convegno della Leopolda sarà dedicato a "Renew Europe", l'iniziativa macroniana che nel Parlamento europeo sta aggregando forze liberal-progressiste di vari paesi sotto una sorta di ideale egemonia francese. L'animatore è Sandro Gozi, amico sia di Renzi sia del presidente francese, eletto all'assemblea di Strasburgo nelle liste francesi. Il suo obiettivo è sconfiggere il "doppio populismo" (5S da un lato, Salvini/Meloni dall'altro), che a suo avviso annichilisce il dibattito pubblico in Italia, così da aprire spazi inediti a una forza centrista ma non appannata.
L'operazione ha un senso ma bisogna trovare i voti, altrimenti è solo un tema per convegni. Non solo: finora non è chiaro se Renzi vuole camminare da solo o intende essere il federatore degli altri gruppi liberal-democratici (Calenda, Emma Bonino, Della Vedova, eccetera). Un'area che si avvicina al 10-12 per cento virtuale, ma a patto di darle una struttura. In realtà quello che serve sarebbe una legge elettorale, magari con una soglia di sbarramento alta: almeno del 5 per cento. Invece la riforma è più che difficile che mai all'ombra di Draghi. Il conflitto tra filo-maggioritari e filo-proporzionali rischia di essere pericoloso in quanto destabilizzante per il governo di tregua. Ma nell'inerzia rischiano di morire le ambizioni dei nuovi centristi.
A usarla con effetti dirompenti è stato, come tutti sanno, Matteo Renzi, in qualità di capo del partito più grosso tra i piccoli. Ha demolito Conte come aveva promesso e si è attribuito il merito di aver aperto la strada a Draghi. Tutto sommato, è vero: tranne per qualche esagerazione. Tuttavia adesso Renzi conta meno di prima. Ha perso la rendita di posizione che gli permetteva di bombardare il quartier generale a piacimento, ossia di provocare il crollo del governo. Inoltre Draghi impersona al meglio l'europeismo e c'è minor bisogno delle forze di testimonianza. Ne deriva che anche a Renzi, come agli altri segmenti della galassia centrista, tocca mettersi al lavoro per modellare il futuro. Ossia per allargare il proprio spazio politico, rendendo più moderno ed efficace il messaggio.
L'idea renziana consiste nell'appoggiarsi a un modello vincente, per la precisione quello del francese Macron con la sua carica riformatrice di stampo liberal-democratico. Peraltro non è una novità: già in passato il capo di Italia Viva aveva guardato a Parigi, ma non è facile trapiantare a Roma un esperimento che ha avuto successo in Francia grazie a particolari e non ripetibili circostanze. A maggior ragione è complicato per un politico a cui tutti attribuiscono doti tattiche fuori del comune, insieme a una notevole spregiudicatezza, ma il cui consenso oscilla da tempo tra il 2 e il 3,5 per cento. Eppure, nonostante tutto, la carta Macron è ancora la migliore, se non l'unica, che il centrista di Rignano sull'Arno riesce a giocare. Per cui in novembre - tra ben nove mesi - il convegno della Leopolda sarà dedicato a "Renew Europe", l'iniziativa macroniana che nel Parlamento europeo sta aggregando forze liberal-progressiste di vari paesi sotto una sorta di ideale egemonia francese. L'animatore è Sandro Gozi, amico sia di Renzi sia del presidente francese, eletto all'assemblea di Strasburgo nelle liste francesi. Il suo obiettivo è sconfiggere il "doppio populismo" (5S da un lato, Salvini/Meloni dall'altro), che a suo avviso annichilisce il dibattito pubblico in Italia, così da aprire spazi inediti a una forza centrista ma non appannata.
L'operazione ha un senso ma bisogna trovare i voti, altrimenti è solo un tema per convegni. Non solo: finora non è chiaro se Renzi vuole camminare da solo o intende essere il federatore degli altri gruppi liberal-democratici (Calenda, Emma Bonino, Della Vedova, eccetera). Un'area che si avvicina al 10-12 per cento virtuale, ma a patto di darle una struttura. In realtà quello che serve sarebbe una legge elettorale, magari con una soglia di sbarramento alta: almeno del 5 per cento. Invece la riforma è più che difficile che mai all'ombra di Draghi. Il conflitto tra filo-maggioritari e filo-proporzionali rischia di essere pericoloso in quanto destabilizzante per il governo di tregua. Ma nell'inerzia rischiano di morire le ambizioni dei nuovi centristi.