C’è un tema che affiora a tratti, come un fiume carsico, nelle discussioni sul governo Draghi: riguarda la tenuta della maggioranza di unità nazionale e di conseguenza la sua durata. Al momento prevale il desiderio di vedere il premier all’opera, essendo tutti consapevoli - anche i critici - che in lui si riassume oggi il meglio della classe dirigente: come dire che la carta più preziosa messa sul tavolo è quasi certamente anche l’ultima in grado di garantire una probabilità di ripresa e di salvezza del sistema. Ma le speculazioni sulla durata sono inevitabili.
La verità è che al momento nessuno può formulare una credibile previsione, nemmeno la più tipica e ricorrente: quella di un Draghi che si prepara tra un anno a prendere il posto di Mattarella al Quirinale, eletto con slancio dalla stessa maggioranza che sostiene il suo governo. Ci sono troppe variabili da considerare prima di quella data, per cui …
La verità è che al momento nessuno può formulare una credibile previsione, nemmeno la più tipica e ricorrente: quella di un Draghi che si prepara tra un anno a prendere il posto di Mattarella al Quirinale, eletto con slancio dalla stessa maggioranza che sostiene il suo governo. Ci sono troppe variabili da considerare prima di quella data, per cui …
C’è un tema che affiora a tratti, come un fiume carsico, nelle discussioni sul governo Draghi: riguarda la tenuta della maggioranza di unità nazionale e di conseguenza la sua durata. Al momento prevale il desiderio di vedere il premier all’opera, essendo tutti consapevoli - anche i critici - che in lui si riassume oggi il meglio della classe dirigente: come dire che la carta più preziosa messa sul tavolo è quasi certamente anche l’ultima in grado di garantire una probabilità di ripresa e di salvezza del sistema. Ma le speculazioni sulla durata sono inevitabili.
La verità è che al momento nessuno può formulare una credibile previsione, nemmeno la più tipica e ricorrente: quella di un Draghi che si prepara tra un anno a prendere il posto di Mattarella al Quirinale, eletto con slancio dalla stessa maggioranza che sostiene il suo governo. Ci sono troppe variabili da considerare prima di quella data, per cui è abbastanza inutile arzigogolare in anticipo. Meglio restare ai fatti. Draghi ha accettato per amor di patria - stato d’animo desueto - il fardello che il presidente della Repubblica gli ha messo sulle spalle. La fatica si è subito delineata come improba, ma per questa via il prescelto può completare il suo percorso personale: trasformarsi da illustre banchiere-economista in uno statista di livello mondiale. Infatti solo uno statista con caratteristiche davvero rare può venire a capo di una missione così complessa. Per la quale è senza dubbio auspicabile che il “governo del presidente” continui ad avere il sostegno discreto ma tenace del capo dello Stato. Si capisce perché: l’agenda di Draghi coincide con una missione non tecnica bensì pienamente politica.
“Recovery plan” (comprese le infrastrutture), vaccinazioni rapide di massa, riforme essenziali (giustizia civile, pubblica amministrazione, innovazione, fisco): l’orizzonte è chiaro, viceversa l’impegno a lungo termine di forze politiche con obiettivi diversi è tutto da dimostrare. Le parole del premier in Senato («conta il coraggio delle visioni, non contano i giorni. Il tempo del potere può essere sprecato anche nella sola preoccupazione di conservarlo») sono state variamente commentate, ma sembrano essere un invito al governo e alle forze politiche affinché questa storica opportunità non sia vanificata. Peraltro negli stessi giorni un commento del Financial Times era assai esplicito: “È vitale per l’Italia che Draghi conservi la guida del governo almeno per due anni, fino alle elezioni previste nel 2023, e non si sposti il prossimo anno nella carica prestigiosa ma meno rilevante di capo dello Stato”.
È il modo corretto di porre la questione della durata. Quello scenario può verificarsi solo se l’esecutivo raggiungerà al più presto un ritmo di lavoro capace di coinvolgere tutte le forze della coalizione, da Salvini al Pd ai 5S, in modo che tutti si sentano partecipi di un progetto comune e tutti abbiano un pezzo del programma da far proprio e da offrire ai rispettivi elettorati come un successo. Se sarà così, la maggioranza potrebbe arrivare al gennaio ‘22 non estenuata, ma pronta a compiere un altro tratto di strada insieme. In fondo il 2023 non è così lontano. Se invece prevarranno le lacerazioni, allora il governo non avrà futuro, ma anche l’ipotesi di Draghi al Quirinale sarebbe compromessa nella solita palude romana. E come dice il quotidiano finanziario inglese, il disastro sarebbe non solo dell’Italia, bensì dell’intera Europa. In altri termini, per la classe politica è una drammatica prova di maturità.
La verità è che al momento nessuno può formulare una credibile previsione, nemmeno la più tipica e ricorrente: quella di un Draghi che si prepara tra un anno a prendere il posto di Mattarella al Quirinale, eletto con slancio dalla stessa maggioranza che sostiene il suo governo. Ci sono troppe variabili da considerare prima di quella data, per cui è abbastanza inutile arzigogolare in anticipo. Meglio restare ai fatti. Draghi ha accettato per amor di patria - stato d’animo desueto - il fardello che il presidente della Repubblica gli ha messo sulle spalle. La fatica si è subito delineata come improba, ma per questa via il prescelto può completare il suo percorso personale: trasformarsi da illustre banchiere-economista in uno statista di livello mondiale. Infatti solo uno statista con caratteristiche davvero rare può venire a capo di una missione così complessa. Per la quale è senza dubbio auspicabile che il “governo del presidente” continui ad avere il sostegno discreto ma tenace del capo dello Stato. Si capisce perché: l’agenda di Draghi coincide con una missione non tecnica bensì pienamente politica.
“Recovery plan” (comprese le infrastrutture), vaccinazioni rapide di massa, riforme essenziali (giustizia civile, pubblica amministrazione, innovazione, fisco): l’orizzonte è chiaro, viceversa l’impegno a lungo termine di forze politiche con obiettivi diversi è tutto da dimostrare. Le parole del premier in Senato («conta il coraggio delle visioni, non contano i giorni. Il tempo del potere può essere sprecato anche nella sola preoccupazione di conservarlo») sono state variamente commentate, ma sembrano essere un invito al governo e alle forze politiche affinché questa storica opportunità non sia vanificata. Peraltro negli stessi giorni un commento del Financial Times era assai esplicito: “È vitale per l’Italia che Draghi conservi la guida del governo almeno per due anni, fino alle elezioni previste nel 2023, e non si sposti il prossimo anno nella carica prestigiosa ma meno rilevante di capo dello Stato”.
È il modo corretto di porre la questione della durata. Quello scenario può verificarsi solo se l’esecutivo raggiungerà al più presto un ritmo di lavoro capace di coinvolgere tutte le forze della coalizione, da Salvini al Pd ai 5S, in modo che tutti si sentano partecipi di un progetto comune e tutti abbiano un pezzo del programma da far proprio e da offrire ai rispettivi elettorati come un successo. Se sarà così, la maggioranza potrebbe arrivare al gennaio ‘22 non estenuata, ma pronta a compiere un altro tratto di strada insieme. In fondo il 2023 non è così lontano. Se invece prevarranno le lacerazioni, allora il governo non avrà futuro, ma anche l’ipotesi di Draghi al Quirinale sarebbe compromessa nella solita palude romana. E come dice il quotidiano finanziario inglese, il disastro sarebbe non solo dell’Italia, bensì dell’intera Europa. In altri termini, per la classe politica è una drammatica prova di maturità.