Sono loro due, Mario Macron o Emmanuel Draghi (come si preferisce, come vorranno), a dover fare fronte comune subito e a dotarsi di un programma perché, ora che è vinta, la battaglia ha inizio.
La battaglia dell'unità europea è stata vinta proprio dove era cominciata nel 1957, a Roma, dove la Lega di Matteo Salvini è entrata a far parte di un governo il cui presidente, Mario Draghi, auspica di camminare verso un'Unione "sempre più stretta", dotata di un "budget pubblico comune".
Cappio al collo e saio indosso, Matteo Salvini si è convertito all'ambizione federalista dopo che anche il Rassemblement National di Marine Le Pen ha smesso di affermare di voler uscire da quella "prigione dei popoli" che l'Unione europea era ai suoi occhi. Nell'Europa dei Ventisette non rimane dunque nessuna grande formazione che contrasti la marcia verso l'unità europea. E non è tutto.
Gli St…
La battaglia dell'unità europea è stata vinta proprio dove era cominciata nel 1957, a Roma, dove la Lega di Matteo Salvini è entrata a far parte di un governo il cui presidente, Mario Draghi, auspica di camminare verso un'Unione "sempre più stretta", dotata di un "budget pubblico comune".
Cappio al collo e saio indosso, Matteo Salvini si è convertito all'ambizione federalista dopo che anche il Rassemblement National di Marine Le Pen ha smesso di affermare di voler uscire da quella "prigione dei popoli" che l'Unione europea era ai suoi occhi. Nell'Europa dei Ventisette non rimane dunque nessuna grande formazione che contrasti la marcia verso l'unità europea. E non è tutto.
Gli St…
Sono loro due, Mario Macron o Emmanuel Draghi (come si preferisce, come vorranno), a dover fare fronte comune subito e a dotarsi di un programma perché, ora che è vinta, la battaglia ha inizio.
La battaglia dell'unità europea è stata vinta proprio dove era cominciata nel 1957, a Roma, dove la Lega di Matteo Salvini è entrata a far parte di un governo il cui presidente, Mario Draghi, auspica di camminare verso un'Unione "sempre più stretta", dotata di un "budget pubblico comune".
Cappio al collo e saio indosso, Matteo Salvini si è convertito all'ambizione federalista dopo che anche il Rassemblement National di Marine Le Pen ha smesso di affermare di voler uscire da quella "prigione dei popoli" che l'Unione europea era ai suoi occhi. Nell'Europa dei Ventisette non rimane dunque nessuna grande formazione che contrasti la marcia verso l'unità europea. E non è tutto.
Gli Stati Uniti, nel frattempo, hanno appena accettato un invito dell'Unione a sedersi a un tavolo per riprendere i negoziati con l'Iran sul nucleare. È un po' come se, così facendo, si anticipasse quella che un domani potrebbe essere una nuova alleanza delle democrazie, nella quale l'Unione sarebbe al timone per tutto ciò che riguarda Africa e Medio Oriente, mentre gli Stati Uniti confermerebbero il loro primato in Asia.
Giovedì scorso l'Unione, ed è stata la prima volta, si è affermata come protagonista sulla scena internazionale, poco dopo che Emmanuel Macron e Angela Merkel si sono impegnati per portare a buon fine i progetti dei carri armati e degli aerei da combattimento europei. Benché Joe Biden abbia ribadito l'impegno degli Stati Uniti a difendere il Vecchio continente, l'idea di una Difesa comune europea continua a fare passi avanti. Il criterio dell'"autonomia strategica" diventa imprescindibile. In Europa, nessun Paese, nessun partito rifiuterà i benefici del piano comune di rilancio e l'Unione ha preso le redini della lotta alla pandemia - più o meno, ma sicuramente meglio rispetto al passato - , anche se i trattati non le conferiscono una competenza specifica in ambito sanitario.
Sì, tutto sembra avvalorare il fatto che oggi la battaglia è vinta... Perché, allora, affermare che sarebbe appena all'inizio?
Attorno a noi tutto procede molto rapidamente.
La Cina è impaziente di incrementare i progressi ottenuti nel Mar cinese meridionale e a Hong Kong. La Cina consolida il suo rapporto di forza mentre gli Stati Uniti si preparano a immettere nella loro economia 1900 miliardi di dollari e noi europei, invece, speriamo di non rendere disponibile neppure un centesimo del nostro piano di rilancio prima di parecchi mesi, benché si sappia, comunque, che sarebbe necessario raddoppiarlo. Prima che le conseguenze del rilancio comune si facciano sentire, potrebbe scoppiare una crisi sociale e politica, e pur avendo compiuto rapidi passi avanti, di fatto stiamo camminando più lentamente di quanto sarebbe opportuno.
Per poterci lanciare e addirittura librarci in alto, dovremmo accelerare, incoraggiare i più timorosi e, soprattutto, non stare ad aspettare che la Germania nel settembre prossimo abbia scelto una nuova maggioranza e un nuovo cancelliere.
Per tutto questo, è indispensabile che i due dirigenti dell'Unione che condividono maggiore audacia e ambizioni europee esortino senza più indugi alla mobilitazione generale. Insieme, Mario Draghi e Emmanuel Macron devono lavorare a una proposta concreta per l'Europa che, nella scia del New Deal, abbini investimenti collettivi ingenti e nuove tutele sociali - quelle che, nella fattispecie, esige l'avanzare della precarietà del lavoro.
È proprio questo ciò che Joe Biden si appresta a sperimentare negli Stati Uniti. È questo ciò a cui Mario Macron e Emmanuel Draghi devono spronare insieme, ma sta all'Italia compiere il primo passo, perché sarebbe controproducente se la Francia sembrasse prendere le distanze dalla Germania e contrapporle un fronte italo-francese.
Spetta all'ex banchiere centrale dell'Unione, all'uomo che nel 2008 ha salvato l'euro, mettere sul tavolo i criteri di base e le linee guida di un nuovo piano per l'Europa che la Francia potrebbe poi contribuire ad arricchire. Così facendo, il piano sarebbe già pronto per il periodo postelettorale tedesco. Quanto alla Germania, a quel punto avrà già avuto il tempo di abituarsi a esso, e gli altri stati membri dell'Unione quello di aderirvi.
Traduzione di Anna Bissanti
La battaglia dell'unità europea è stata vinta proprio dove era cominciata nel 1957, a Roma, dove la Lega di Matteo Salvini è entrata a far parte di un governo il cui presidente, Mario Draghi, auspica di camminare verso un'Unione "sempre più stretta", dotata di un "budget pubblico comune".
Cappio al collo e saio indosso, Matteo Salvini si è convertito all'ambizione federalista dopo che anche il Rassemblement National di Marine Le Pen ha smesso di affermare di voler uscire da quella "prigione dei popoli" che l'Unione europea era ai suoi occhi. Nell'Europa dei Ventisette non rimane dunque nessuna grande formazione che contrasti la marcia verso l'unità europea. E non è tutto.
Gli Stati Uniti, nel frattempo, hanno appena accettato un invito dell'Unione a sedersi a un tavolo per riprendere i negoziati con l'Iran sul nucleare. È un po' come se, così facendo, si anticipasse quella che un domani potrebbe essere una nuova alleanza delle democrazie, nella quale l'Unione sarebbe al timone per tutto ciò che riguarda Africa e Medio Oriente, mentre gli Stati Uniti confermerebbero il loro primato in Asia.
Giovedì scorso l'Unione, ed è stata la prima volta, si è affermata come protagonista sulla scena internazionale, poco dopo che Emmanuel Macron e Angela Merkel si sono impegnati per portare a buon fine i progetti dei carri armati e degli aerei da combattimento europei. Benché Joe Biden abbia ribadito l'impegno degli Stati Uniti a difendere il Vecchio continente, l'idea di una Difesa comune europea continua a fare passi avanti. Il criterio dell'"autonomia strategica" diventa imprescindibile. In Europa, nessun Paese, nessun partito rifiuterà i benefici del piano comune di rilancio e l'Unione ha preso le redini della lotta alla pandemia - più o meno, ma sicuramente meglio rispetto al passato - , anche se i trattati non le conferiscono una competenza specifica in ambito sanitario.
Sì, tutto sembra avvalorare il fatto che oggi la battaglia è vinta... Perché, allora, affermare che sarebbe appena all'inizio?
Attorno a noi tutto procede molto rapidamente.
La Cina è impaziente di incrementare i progressi ottenuti nel Mar cinese meridionale e a Hong Kong. La Cina consolida il suo rapporto di forza mentre gli Stati Uniti si preparano a immettere nella loro economia 1900 miliardi di dollari e noi europei, invece, speriamo di non rendere disponibile neppure un centesimo del nostro piano di rilancio prima di parecchi mesi, benché si sappia, comunque, che sarebbe necessario raddoppiarlo. Prima che le conseguenze del rilancio comune si facciano sentire, potrebbe scoppiare una crisi sociale e politica, e pur avendo compiuto rapidi passi avanti, di fatto stiamo camminando più lentamente di quanto sarebbe opportuno.
Per poterci lanciare e addirittura librarci in alto, dovremmo accelerare, incoraggiare i più timorosi e, soprattutto, non stare ad aspettare che la Germania nel settembre prossimo abbia scelto una nuova maggioranza e un nuovo cancelliere.
Per tutto questo, è indispensabile che i due dirigenti dell'Unione che condividono maggiore audacia e ambizioni europee esortino senza più indugi alla mobilitazione generale. Insieme, Mario Draghi e Emmanuel Macron devono lavorare a una proposta concreta per l'Europa che, nella scia del New Deal, abbini investimenti collettivi ingenti e nuove tutele sociali - quelle che, nella fattispecie, esige l'avanzare della precarietà del lavoro.
È proprio questo ciò che Joe Biden si appresta a sperimentare negli Stati Uniti. È questo ciò a cui Mario Macron e Emmanuel Draghi devono spronare insieme, ma sta all'Italia compiere il primo passo, perché sarebbe controproducente se la Francia sembrasse prendere le distanze dalla Germania e contrapporle un fronte italo-francese.
Spetta all'ex banchiere centrale dell'Unione, all'uomo che nel 2008 ha salvato l'euro, mettere sul tavolo i criteri di base e le linee guida di un nuovo piano per l'Europa che la Francia potrebbe poi contribuire ad arricchire. Così facendo, il piano sarebbe già pronto per il periodo postelettorale tedesco. Quanto alla Germania, a quel punto avrà già avuto il tempo di abituarsi a esso, e gli altri stati membri dell'Unione quello di aderirvi.
Traduzione di Anna Bissanti