Australia e Canada contro i colossi del web, ma a Facebook conviene riaprire la trattativa
di Andrea Iannuzzi , di Andrea IannuzziDopo il braccio di ferro che ha portato al blocco dei link sul social network, Mark Zuckerberg e il governo australiano sono tornati a parlare per raggiungere un compromesso sulla legge che impone alle piattaforme di pagare gli editori. La collaborazione è un interesse reciproco
La ripresa del negoziato commerciale tra Facebook e il governo australiano - interrotto unilateralmente dalla società californiana il 17 febbraio scorso con la decisione di bloccare i link a tutti i contenuti giornalistici per gli utenti di quel Paese - è una buona notizia. Lo è prima di tutto per i milioni di cittadini Down-under, che potranno presto tornare a leggere e condividere sulla propria bacheca le notizie, oscurate dal social network in risposta al disegno di legge che impone ai giganti digitali l’obbligo di remunerare gli editori. Ma lo è anche per chi in tutto il mondo ha a cuore il rapporto tra l’industria dei media e le piattaforme tecnologiche, cioè tra chi produce informazione e chi ne abilita la distribuzione attiva (i social, cioè Facebook) o passiva (i motori di ricerca, cioè Google).
È un bene che, dopo la prova muscolare, il dialogo tra Mark Zuckerberg e il ministro del Tesoro austral…
È un bene che, dopo la prova muscolare, il dialogo tra Mark Zuckerberg e il ministro del Tesoro austral…
La ripresa del negoziato commerciale tra Facebook e il governo australiano - interrotto unilateralmente dalla società californiana il 17 febbraio scorso con la decisione di bloccare i link a tutti i contenuti giornalistici per gli utenti di quel Paese - è una buona notizia. Lo è prima di tutto per i milioni di cittadini Down-under, che potranno presto tornare a leggere e condividere sulla propria bacheca le notizie, oscurate dal social network in risposta al disegno di legge che impone ai giganti digitali l’obbligo di remunerare gli editori. Ma lo è anche per chi in tutto il mondo ha a cuore il rapporto tra l’industria dei media e le piattaforme tecnologiche, cioè tra chi produce informazione e chi ne abilita la distribuzione attiva (i social, cioè Facebook) o passiva (i motori di ricerca, cioè Google).
È un bene che, dopo la prova muscolare, il dialogo tra Mark Zuckerberg e il ministro del Tesoro australiano Josh Frydenberg sia ricominciato. Secondo il New York Times nelle ore successive al blocco, sulla faccia australiana del pianeta Facebook, hanno potuto proliferare “gli alieni” nel vero senso della parola: tra le poche pagine raggiungibili c’erano infatti quelle dedicate agli Ufo, ai gruppi No Vax, alle teorie del complotto e del 5G. Per dirla con le parole di Sree Sreenivasan, docente di comunicazione e giornalismo, “in pochi giorni abbiamo visto quali danni può fare la rimozione delle notizie da Facebook: la disinformazione e la mistificazione, che erano già un problema sulla piattaforma, si sono affrettate a riempire il vuoto”.
Il muro contro muro non serve a nessuno. Facebook l’ha capito e teme che il fronte si allarghi: già il Canada ha deciso di seguire l’esempio australiano (i due governi si sono accordati per uno sforzo congiunto) e altri Paesi potrebbero accodarsi. L’interesse è reciproco: le aziende editoriali hanno bisogno di linfa per il proprio business ma anche del riconoscimento in linea di principio del valore del proprio prodotto; le piattaforme sono consapevoli che senza i contenuti giornalistici, la propria offerta di servizi risulterà monca o insoddisfacente. Solo attraverso la collaborazione fra i soggetti interessati si raggiunge l’obiettivo di offrire un servizio migliore, nella consapevolezza che cittadini ben informati saranno non solo utenti soddisfatti ma anche una garanzia per le istituzioni democratiche.
È presto per dire se la riapertura delle trattative rappresenti una vittoria per uno dei contendenti. Come contropartita, Facebook ha ottenuto dal governo una serie di emendamenti alla legge contestata, soprattutto per quanto riguarda lo spauracchio dell’arbitrato, l’istituzione giuridica che subentrerebbe nel caso non si raggiunga un accordo amichevole tra piattaforma e singoli editori, fissando il prezzo in maniera vincolante.
Contro questa clausola, che impedirebbe trattative e accordi commerciali separati, si è battuta la società di Menlo Park. E in parte sembra che abbia ottenuto quanto richiesto, almeno leggendo la dichiarazione di Campbell Brown, vicepresidente delle Global News Partnership: “Siamo giunti a un accordo che ci permetterà di sostenere gli editori che noi scegliamo, inclusi quelli minori e locali. Il governo ha chiarito che manterremo la facoltà di decidere quali notizie compaiono su Facebook, in modo da non essere automaticamente soggetti a una negoziazione forzata”. E se da un lato il principio è condivisibile, in nome della libertà d’impresa, dall’altro il rischio che i piccoli editori rimangano esclusi dalla torta è concreto. Serviranno dunque altri passaggi prima di giungere alla stesura finale della legge, che dovrà anche tenere conto della quantità di risorse economiche che Facebook ha già destinato all’industria dei media, finanziando partnership e progetti, sostenendo il giornalismo locale e avviando il servizio “Facebook News”, attraverso il quale paga alcuni editori selezionati (per ora negli Usa e nel Regno Unito) per condividerne le notizie.
Ma il precedente australiano, che ha un approccio legislativo più rigido rispetto alle iniziative analoghe avviate in Europa, un risultato importante lo ha ottenuto: l’affermazione del principio che Big Tech, sfruttando la propria struttura sovra-territoriale, non può arrogarsi diritti extra-territoriali. Rispettare le regole che vengono decise dalle istituzioni democraticamente elette negli Stati in cui operano, per le piattaforme non è una scelta: è un dovere.
È un bene che, dopo la prova muscolare, il dialogo tra Mark Zuckerberg e il ministro del Tesoro australiano Josh Frydenberg sia ricominciato. Secondo il New York Times nelle ore successive al blocco, sulla faccia australiana del pianeta Facebook, hanno potuto proliferare “gli alieni” nel vero senso della parola: tra le poche pagine raggiungibili c’erano infatti quelle dedicate agli Ufo, ai gruppi No Vax, alle teorie del complotto e del 5G. Per dirla con le parole di Sree Sreenivasan, docente di comunicazione e giornalismo, “in pochi giorni abbiamo visto quali danni può fare la rimozione delle notizie da Facebook: la disinformazione e la mistificazione, che erano già un problema sulla piattaforma, si sono affrettate a riempire il vuoto”.
Il muro contro muro non serve a nessuno. Facebook l’ha capito e teme che il fronte si allarghi: già il Canada ha deciso di seguire l’esempio australiano (i due governi si sono accordati per uno sforzo congiunto) e altri Paesi potrebbero accodarsi. L’interesse è reciproco: le aziende editoriali hanno bisogno di linfa per il proprio business ma anche del riconoscimento in linea di principio del valore del proprio prodotto; le piattaforme sono consapevoli che senza i contenuti giornalistici, la propria offerta di servizi risulterà monca o insoddisfacente. Solo attraverso la collaborazione fra i soggetti interessati si raggiunge l’obiettivo di offrire un servizio migliore, nella consapevolezza che cittadini ben informati saranno non solo utenti soddisfatti ma anche una garanzia per le istituzioni democratiche.
È presto per dire se la riapertura delle trattative rappresenti una vittoria per uno dei contendenti. Come contropartita, Facebook ha ottenuto dal governo una serie di emendamenti alla legge contestata, soprattutto per quanto riguarda lo spauracchio dell’arbitrato, l’istituzione giuridica che subentrerebbe nel caso non si raggiunga un accordo amichevole tra piattaforma e singoli editori, fissando il prezzo in maniera vincolante.
Contro questa clausola, che impedirebbe trattative e accordi commerciali separati, si è battuta la società di Menlo Park. E in parte sembra che abbia ottenuto quanto richiesto, almeno leggendo la dichiarazione di Campbell Brown, vicepresidente delle Global News Partnership: “Siamo giunti a un accordo che ci permetterà di sostenere gli editori che noi scegliamo, inclusi quelli minori e locali. Il governo ha chiarito che manterremo la facoltà di decidere quali notizie compaiono su Facebook, in modo da non essere automaticamente soggetti a una negoziazione forzata”. E se da un lato il principio è condivisibile, in nome della libertà d’impresa, dall’altro il rischio che i piccoli editori rimangano esclusi dalla torta è concreto. Serviranno dunque altri passaggi prima di giungere alla stesura finale della legge, che dovrà anche tenere conto della quantità di risorse economiche che Facebook ha già destinato all’industria dei media, finanziando partnership e progetti, sostenendo il giornalismo locale e avviando il servizio “Facebook News”, attraverso il quale paga alcuni editori selezionati (per ora negli Usa e nel Regno Unito) per condividerne le notizie.
Ma il precedente australiano, che ha un approccio legislativo più rigido rispetto alle iniziative analoghe avviate in Europa, un risultato importante lo ha ottenuto: l’affermazione del principio che Big Tech, sfruttando la propria struttura sovra-territoriale, non può arrogarsi diritti extra-territoriali. Rispettare le regole che vengono decise dalle istituzioni democraticamente elette negli Stati in cui operano, per le piattaforme non è una scelta: è un dovere.