Non è certo una novità, eppure mai come in questi giorni la faticosa, pasticciata trattativa sui sottosegretari offre l'immagine di un sistema politico debole e ripiegato su se stesso, anzi sulla propria crisi infinita. La prima impressione è probabilmente la più vera. Il presidente del Consiglio si è preoccupato di scegliere i ministri, soprattutto quelli più legati alle priorità del governo (Recovery plan, riforme), e per il resto ha tutelato insieme a Mattarella l'equilibrio generale della coalizione d'emergenza. Sui sottosegretari invece Draghi non ha tempo da perdere, visto che la più drammatica urgenza, la pandemia, gli impone di colmare i ritardi e le inadempienze del precedente governo. È qui che il sistema mostra di avere la sabbia negli ingranaggi. Per cui nell'Italia di oggi avviare un'efficace campagna per la vaccinazione di massa, nonché risolvere il rebus sull'Italia chiusa o ap…
Non è certo una novità, eppure mai come in questi giorni la faticosa, pasticciata trattativa sui sottosegretari offre l'immagine di un sistema politico debole e ripiegato su se stesso, anzi sulla propria crisi infinita. La prima impressione è probabilmente la più vera. Il presidente del Consiglio si è preoccupato di scegliere i ministri, soprattutto quelli più legati alle priorità del governo (Recovery plan, riforme), e per il resto ha tutelato insieme a Mattarella l'equilibrio generale della coalizione d'emergenza. Sui sottosegretari invece Draghi non ha tempo da perdere, visto che la più drammatica urgenza, la pandemia, gli impone di colmare i ritardi e le inadempienze del precedente governo. È qui che il sistema mostra di avere la sabbia negli ingranaggi. Per cui nell'Italia di oggi avviare un'efficace campagna per la vaccinazione di massa, nonché risolvere il rebus sull'Italia chiusa o aperta, è più complicato che riscrivere il Recovery e mettere in cantiere le prime riforme.
In sostanza si misura il rischio di una sconnessione fra il premier, uomo abituato a prendere decisioni che siano subito eseguite, e la cornice politica entro cui quelle decisioni vanno collocate, anche per non interrompere il confronto con il Parlamento. Senza dubbio Draghi, di cui è evidente il temperamento politico, sa come si gestisce una mediazione: il pericolo, tuttavia, è che alcuni partiti siano troppo indeboliti per reggerla e preferiscano prima o poi sottrarsi al dialogo. Si vedrà. La questione irrisolta rimane comunque il rapporto fra un presidente del Consiglio molto forte, che tuttavia rifiuta il ruolo di "commissario" della politica, e un assetto partitico anchilosato: forse troppo per rinnovarsi senza creare scossoni e vuoti di potere.
Questa asimmetria è visibile soprattutto nel centrosinistra e ovviamente nelle lacerazioni che attraversano i Cinque Stelle. La destra sembra al momento meglio attrezzata per sostenere Draghi e magari per nascondere l'insoddisfazione sotto un sorriso di circostanza. Invece a sinistra il quadro è frastagliato. Per certi aspetti il partito più in crisi, in attesa del famoso congresso del chiarimento, è proprio il Pd. Quando Bonaccini, considerato il rivale di Zingaretti, dice che sul tema delle riaperture (ristoranti, attività economiche eccetera) Salvini non ha tutti i torti, egli lancia qualcosa di più di una sfida per gli assetti interni. Il presidente dell'Emilia-Romagna si sta inoltrando lungo una strada semi-inesplorata nel tentativo di riprendere il contatto con la società, con il mondo produttivo stremato da un anno di virus. In fondo, da un punto di vista diverso, anche un osservatore ormai distaccato come Achille Occhetto, il cui passato nessuno può ignorare, dice che il Pd deve smettere di essere "un partito ministeriale" e anzi è chiamato a cercare "un rapporto con la società per ricostruire la sinistra nel paese".
È ciò che rende l'attuale passaggio politico diverso da tutti gli altri. L'avvento di Draghi, per il modo in cui è avvenuto, nonché per il quadro internazionale nel quale si colloca - tra l'insediamento di Biden in America e l'Europa del Recovery plan che si prepara a congedarsi da Angela Merkel - segna uno spartiacque. Difficile credere che dopo un anno o due di governo Draghi si torni all'antico come se nulla fosse. I vecchi equilibri sono crollati, i nuovi non si conoscono a sufficienza. Il che riguarda prima di tutto il Pd, la forza che si è considerata per lunghi anni l'asse di un sistema in via di trasformazione.
In sostanza si misura il rischio di una sconnessione fra il premier, uomo abituato a prendere decisioni che siano subito eseguite, e la cornice politica entro cui quelle decisioni vanno collocate, anche per non interrompere il confronto con il Parlamento. Senza dubbio Draghi, di cui è evidente il temperamento politico, sa come si gestisce una mediazione: il pericolo, tuttavia, è che alcuni partiti siano troppo indeboliti per reggerla e preferiscano prima o poi sottrarsi al dialogo. Si vedrà. La questione irrisolta rimane comunque il rapporto fra un presidente del Consiglio molto forte, che tuttavia rifiuta il ruolo di "commissario" della politica, e un assetto partitico anchilosato: forse troppo per rinnovarsi senza creare scossoni e vuoti di potere.
Questa asimmetria è visibile soprattutto nel centrosinistra e ovviamente nelle lacerazioni che attraversano i Cinque Stelle. La destra sembra al momento meglio attrezzata per sostenere Draghi e magari per nascondere l'insoddisfazione sotto un sorriso di circostanza. Invece a sinistra il quadro è frastagliato. Per certi aspetti il partito più in crisi, in attesa del famoso congresso del chiarimento, è proprio il Pd. Quando Bonaccini, considerato il rivale di Zingaretti, dice che sul tema delle riaperture (ristoranti, attività economiche eccetera) Salvini non ha tutti i torti, egli lancia qualcosa di più di una sfida per gli assetti interni. Il presidente dell'Emilia-Romagna si sta inoltrando lungo una strada semi-inesplorata nel tentativo di riprendere il contatto con la società, con il mondo produttivo stremato da un anno di virus. In fondo, da un punto di vista diverso, anche un osservatore ormai distaccato come Achille Occhetto, il cui passato nessuno può ignorare, dice che il Pd deve smettere di essere "un partito ministeriale" e anzi è chiamato a cercare "un rapporto con la società per ricostruire la sinistra nel paese".
È ciò che rende l'attuale passaggio politico diverso da tutti gli altri. L'avvento di Draghi, per il modo in cui è avvenuto, nonché per il quadro internazionale nel quale si colloca - tra l'insediamento di Biden in America e l'Europa del Recovery plan che si prepara a congedarsi da Angela Merkel - segna uno spartiacque. Difficile credere che dopo un anno o due di governo Draghi si torni all'antico come se nulla fosse. I vecchi equilibri sono crollati, i nuovi non si conoscono a sufficienza. Il che riguarda prima di tutto il Pd, la forza che si è considerata per lunghi anni l'asse di un sistema in via di trasformazione.