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La difesa comune europea e il messaggio a Biden di Draghi

L’ambizione del premier italiano è quella di consentire alla Ue di diventare un partner militare degli Stati Uniti
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La parola chiave è "autonomia strategica". Significa che l'Europa deve essere in grado di compiere missioni militari anche importanti senza dover dipendere dal supporto strategico della Nato o degli Stati Uniti. Finora questo era un obiettivo condiviso dalla Francia e dalla Germania, sia pure con sfumature diverse. Ieri Mario Draghi al Consiglio europeo ha formalmente schierato anche l'Italia su questa linea, pur avvertendo che l'evoluzione dell'Europa della difesa deve avvenire rafforzando anche la partnership atlantica. In altri termini, il presidente del Consiglio sfida i partner europei a risolvere l'apparente contraddizione del chiedere al contempo più Nato e più Ue. E lo fa proprio in virtù del rapporto fiduciario che sa di poter avere con la nuova amministrazione democratica a Washington.

È una partita difficile e complessa, quella aperta ieri dal premier italiano, ma ha l'obiettivo ambizioso di sbloccare la …
La parola chiave è "autonomia strategica". Significa che l'Europa deve essere in grado di compiere missioni militari anche importanti senza dover dipendere dal supporto strategico della Nato o degli Stati Uniti. Finora questo era un obiettivo condiviso dalla Francia e dalla Germania, sia pure con sfumature diverse. Ieri Mario Draghi al Consiglio europeo ha formalmente schierato anche l'Italia su questa linea, pur avvertendo che l'evoluzione dell'Europa della difesa deve avvenire rafforzando anche la partnership atlantica. In altri termini, il presidente del Consiglio sfida i partner europei a risolvere l'apparente contraddizione del chiedere al contempo più Nato e più Ue. E lo fa proprio in virtù del rapporto fiduciario che sa di poter avere con la nuova amministrazione democratica a Washington.

È una partita difficile e complessa, quella aperta ieri dal premier italiano, ma ha l'obiettivo ambizioso di sbloccare la principale pietra di inciampo sul cammino della costruzione europea: la nascita di una difesa comune. Un sogno antico, che era naufragato nel 1954 con la bocciatura della Comunità europea di Difesa da parte del parlamento francese e la mancata ratifica da parte di quello italiano.

L'idea di una "autonomia strategica della Ue" è da sempre un pallino della Francia, che però tende a vedere il progetto come una forma di sganciamento militare dell'Europa dagli Stati Uniti. Col tempo, e soprattutto con l'arrivo di Trump alla Casa Bianca, con la Brexit e con il proliferare di crisi nel cortile di casa dell'Ue, spesso alimentate dalla Turchia, anche la Germania ha preso atto della necessità di avere una difesa europea pienamente operativa e autonoma. Ma questa tesi è sempre stata apertamente osteggiata da diversi Paesi dell'Est europeo e dalla Gran Bretagna, fino a che Londra ha fatto parte della Ue. Preoccupati dall'invadenza del vicino russo, la Polonia e i baltici non vogliono indebolire la garanzia della Nato. Quanto a Londra, non voleva che la Difesa comune venisse a rafforzare l'integrazione politica della Ue.

L'Italia per anni ha fatto un po' il pesce in barile, giocando sull'ambiguità delle posizioni e nascondendosi dietro i veti altrui. I motivi erano numerosi. Primo: la nostra non completa integrazione nel sistema industriale di difesa europeo (per esempio, non siamo nel consorzio Airbus). Secondo: la parziale conflittualità della nostra agenda politica con quella della Francia in Mediterraneo. Terzo: l'incapacità di resistere alla tentazione ricorrente di stabilire rapporti privilegiati con Mosca e magari anche con Pechino. Quarto: il timore di incrinare i buoni rapporti con gli Usa, che hanno sempre guardato al progetto di "autonomia strategica" con una certa diffidenza.

Il governo Conte 2 aveva già cominciato un parziale riavvicinamento all'idea franco-tedesca, ma ancora il governo Conte 1 aveva rifiutato di aderire alla European Intervention Initiative, sottoscritta da 9 governi europei nel 2017, e non nascondeva sia la diffidenza verso la Ue sia le proprie simpatie per la Russia (della Lega) e per la Cina (del M5S).

Ora la svolta di Draghi nasce da una constatazione e da un'ambizione. La constatazione è che, per la prima volta, l'amministrazione Biden sembra veramente disposta ad accettare e sostenere l'autonomia strategica dell'Europa. Draghi, che può contare su un rapporto personale con il presidente americano, lo ha detto chiaramente al vertice di ieri. L'ambizione del premier italiano è che l'Italia, grazie anche all'intesa con Washington, possa contribuire a meglio definire il volto ancora sfumato della futura autonomia strategica europea, sgomberando il campo da possibili equivoci di "decoupling" con gli Usa. In questo senso, l'interpretazione italiana è molto più vicina a quella tedesca che a quella francese. "L'Europa deve essere più che un alleato nella Nato", dice Draghi, nel senso che l'autonomia deve consentire alla Ue di diventare un partner militare degli Stati Uniti, rafforzando così anche l'Alleanza.

Se questo è il modo per risolvere l'apparente ossimoro tra "più Ue" e "più Nato", occorre qualcuno che sia garante del processo agli occhi degli Stati Uniti. Angela Merkel lo sarebbe di sicuro, ma lascia la cancelleria a settembre e non si sa chi la rimpiazzerà. Macron dovrà affrontare le presidenziali nel 2022 e comunque il suo europeismo va temperato con un po' di atlantismo, dopo che ha dichiarato la Nato "in stato di morte cerebrale".

Portando l'Italia a meglio integrare l'asse franco-tedesco anche in tema di Difesa, come aveva promesso nel discorso in Parlamento, Draghi ritaglia per se stesso e per il nostro Paese un ruolo chiave nella difficile mediazione con l'altra sponda dell'Atlantico e tra gli stessi europei, che in parte sono ancora diffidenti. Se riuscirà nel suo intento, farà un grande regalo in primo luogo all'Europa.