Il ritorno di Conte e il bivio del Pd
di Stefano Folli , di Stefano FolliCome modernizzare il Paese è in questo momento il tema cruciale per la sinistra
All'ombra di Draghi, tutti s'aspettano che i partiti facciano tesoro del momento propizio e s'impegnino a rigenerare se stessi. Potrebbero invece occupare il loro tempo a frenare il "governo del presidente", ma sarebbe una pessima idea: vorrebbe dire auto-delegittimarsi e al tempo stesso mettersi contro sia il garante dell'Italia in Europa e nell'America di Biden (il presidente del Consiglio, ovviamente) sia il capo dello Stato, protettore del suo esecutivo fino al termine del settennato, nel gennaio 2022. In poche parole, ai partiti conviene sostenere lealmente in Parlamento la compagine tecnico-politica e dedicarsi a se stessi.
Ora, è evidente che il Pd di Zingaretti è il più esposto. Ci sono, certo, i disastrati Cinquestelle, mentre sull'altro versante non mancano le incognite sulla tenuta a lungo termine di Salvini (tuttavia i sondaggi non stanno penalizzando la Lega e questo è essenziale per capire dove va il Carrocci…
Ora, è evidente che il Pd di Zingaretti è il più esposto. Ci sono, certo, i disastrati Cinquestelle, mentre sull'altro versante non mancano le incognite sulla tenuta a lungo termine di Salvini (tuttavia i sondaggi non stanno penalizzando la Lega e questo è essenziale per capire dove va il Carrocci…
All'ombra di Draghi, tutti s'aspettano che i partiti facciano tesoro del momento propizio e s'impegnino a rigenerare se stessi. Potrebbero invece occupare il loro tempo a frenare il "governo del presidente", ma sarebbe una pessima idea: vorrebbe dire auto-delegittimarsi e al tempo stesso mettersi contro sia il garante dell'Italia in Europa e nell'America di Biden (il presidente del Consiglio, ovviamente) sia il capo dello Stato, protettore del suo esecutivo fino al termine del settennato, nel gennaio 2022. In poche parole, ai partiti conviene sostenere lealmente in Parlamento la compagine tecnico-politica e dedicarsi a se stessi.
Ora, è evidente che il Pd di Zingaretti è il più esposto. Ci sono, certo, i disastrati Cinquestelle, mentre sull'altro versante non mancano le incognite sulla tenuta a lungo termine di Salvini (tuttavia i sondaggi non stanno penalizzando la Lega e questo è essenziale per capire dove va il Carroccio). Dunque, il Pd. Deluso dalla crisi del Conte 2; sconfitto nel tentativo di salvaguardare a ogni costo la strategia dell'accordo con il M5S; percepito come evanescente da parte dell'opinione pubblica, anche quella che lo vota; bisognoso di chiarire le scelte, non tutte fortunate, di questi ultimi due anni.
Da sinistra un intellettuale eretico come l'anziano "operaista" Mario Tronti, ha detto al Riformista con parole molto chiare che l'alleanza con i 5S oggi non ha senso: lo scenario è complesso e pone interrogativi inediti al partito che vuole rappresentare l'ala progressista del Paese. Tronti sembra aver colto meglio di altri la fase del tutto originale rappresentata dal governo Draghi, voluto da Mattarella nel segno di un'autentica e non retorica emergenza nazionale. È in atto un cambio di sistema, per cui il Pd deve liberarsi "dall'ossessione per i 5S" e deve invece avere il coraggio di catturare, essendone capace, "le truppe residue di questa armata Brancaleone" per poi andare avanti "lungo un'autonoma strada. C'è un mondo fuori, da scoprire, attraversare, organizzare".
Questa analisi critica nei confronti del vertice del Pd è diversa da quella che viene da destra, diciamo così, cioè da Renzi e dai "renziani", considerati gli avversari di sempre della linea Zingaretti-Bettini. Tuttavia nelle conclusioni pratiche le due posizioni non differiscono troppo: entrambe sembrano indicare l'esaurirsi di una strategia. Infatti il vecchio asse Pd-5S non è mai stato così debole come oggi. C'era una volta un personaggio di riferimento, una sorta di pontiere, Giuseppe Conte. Oggi, reduce da una conferenza all'università di Firenze, si accinge a usare il movimento "grillino" come piedistallo del suo futuro politico. Di conseguenza il Pd avrà evidenti difficoltà a modulare ancora sull'ex premier le proprie iniziative: il rischio, o forse la certezza, è di portare acqua al mulino dei 5S, aiutandoli addirittura a uscire dalla crisi che li sta devastando, o almeno a limitare i danni.
Poi ci sono le amministrative nelle grandi città. Probabilmente saranno rinviate di qualche mese, ma ciò non toglie che l'intesa Pd-5S non ha prodotto finora alcuna ipotesi credibile. A Roma al momento è Virginia Raggi il candidato in campo (per Grillo): inverosimile credere che il Pd possa accettarla. Infine c'è qualcosa che si chiama visione generale. Con Draghi a Palazzo Chigi, il tema di come modernizzare il Paese s'impone. È un grande tema riformista cui si contrappone il populismo che ha caratterizzato, in modi diversi, sia il Conte 1 sia il Conte 2. Si capisce che la sinistra è di fronte a un bivio cruciale.
Ora, è evidente che il Pd di Zingaretti è il più esposto. Ci sono, certo, i disastrati Cinquestelle, mentre sull'altro versante non mancano le incognite sulla tenuta a lungo termine di Salvini (tuttavia i sondaggi non stanno penalizzando la Lega e questo è essenziale per capire dove va il Carroccio). Dunque, il Pd. Deluso dalla crisi del Conte 2; sconfitto nel tentativo di salvaguardare a ogni costo la strategia dell'accordo con il M5S; percepito come evanescente da parte dell'opinione pubblica, anche quella che lo vota; bisognoso di chiarire le scelte, non tutte fortunate, di questi ultimi due anni.
Da sinistra un intellettuale eretico come l'anziano "operaista" Mario Tronti, ha detto al Riformista con parole molto chiare che l'alleanza con i 5S oggi non ha senso: lo scenario è complesso e pone interrogativi inediti al partito che vuole rappresentare l'ala progressista del Paese. Tronti sembra aver colto meglio di altri la fase del tutto originale rappresentata dal governo Draghi, voluto da Mattarella nel segno di un'autentica e non retorica emergenza nazionale. È in atto un cambio di sistema, per cui il Pd deve liberarsi "dall'ossessione per i 5S" e deve invece avere il coraggio di catturare, essendone capace, "le truppe residue di questa armata Brancaleone" per poi andare avanti "lungo un'autonoma strada. C'è un mondo fuori, da scoprire, attraversare, organizzare".
Questa analisi critica nei confronti del vertice del Pd è diversa da quella che viene da destra, diciamo così, cioè da Renzi e dai "renziani", considerati gli avversari di sempre della linea Zingaretti-Bettini. Tuttavia nelle conclusioni pratiche le due posizioni non differiscono troppo: entrambe sembrano indicare l'esaurirsi di una strategia. Infatti il vecchio asse Pd-5S non è mai stato così debole come oggi. C'era una volta un personaggio di riferimento, una sorta di pontiere, Giuseppe Conte. Oggi, reduce da una conferenza all'università di Firenze, si accinge a usare il movimento "grillino" come piedistallo del suo futuro politico. Di conseguenza il Pd avrà evidenti difficoltà a modulare ancora sull'ex premier le proprie iniziative: il rischio, o forse la certezza, è di portare acqua al mulino dei 5S, aiutandoli addirittura a uscire dalla crisi che li sta devastando, o almeno a limitare i danni.
Poi ci sono le amministrative nelle grandi città. Probabilmente saranno rinviate di qualche mese, ma ciò non toglie che l'intesa Pd-5S non ha prodotto finora alcuna ipotesi credibile. A Roma al momento è Virginia Raggi il candidato in campo (per Grillo): inverosimile credere che il Pd possa accettarla. Infine c'è qualcosa che si chiama visione generale. Con Draghi a Palazzo Chigi, il tema di come modernizzare il Paese s'impone. È un grande tema riformista cui si contrappone il populismo che ha caratterizzato, in modi diversi, sia il Conte 1 sia il Conte 2. Si capisce che la sinistra è di fronte a un bivio cruciale.