Segretario del Partito democratico è uno dei mestieri più precari del Paese. Walter Veltroni, il primo a occupare la carica, a un certo punto disse di non poterne più delle correnti che lo logoravano e si dimise. Prese il suo posto Dario Franceschini in quanto vicesegretario e Matteo Renzi lo bollò subito “vice-disastro”. Poi arrivò Pier Luigi Bersani, fece in tempo a non vincere le elezioni del 2013 e lasciò pure lui bombardato da ogni angolo dopo i flop di Franco Marini e Romano Prodi, bruciati nella corsa al Quirinale dai franchi tiratori del partito. Arrivò appunto Renzi, si prese in pochi mesi segreteria e Palazzo Chigi poi, passato in tre anni dal 40 per cento al 18, spiegò il suo inarrestabile declino con la teoria del “fuoco amico”. Arrivato Nicola Zingaretti, Renzi passò subito dalla parte del fuoco, meno da quella dell’amico. Sullo sfondo le famigerate correnti, come quei boiardi in …
Segretario del Partito democratico è uno dei mestieri più precari del Paese. Walter Veltroni, il primo a occupare la carica, a un certo punto disse di non poterne più delle correnti che lo logoravano e si dimise. Prese il suo posto Dario Franceschini in quanto vicesegretario e Matteo Renzi lo bollò subito “vice-disastro”. Poi arrivò Pier Luigi Bersani, fece in tempo a non vincere le elezioni del 2013 e lasciò pure lui bombardato da ogni angolo dopo i flop di Franco Marini e Romano Prodi, bruciati nella corsa al Quirinale dai franchi tiratori del partito. Arrivò appunto Renzi, si prese in pochi mesi segreteria e Palazzo Chigi poi, passato in tre anni dal 40 per cento al 18, spiegò il suo inarrestabile declino con la teoria del “fuoco amico”. Arrivato Nicola Zingaretti, Renzi passò subito dalla parte del fuoco, meno da quella dell’amico. Sullo sfondo le famigerate correnti, come quei boiardi in attesa che esca di scena il ministro di turno, resistono granitiche ma accoglienti, sempre pronte a dare rifugio alle truppe in fuga del generale degradato. Si contano a decine i dirigenti e gli amministratori dem che sono stati fedelissimi di ciascuno dei leader elencati, nessuno escluso.
Il Pd, nato con l’ambizione di rendere stabile il bipolarismo italiano, è insomma un organismo di formidabile instabilità e, a questo punto, è difficile credere che il problema sia solo responsabilità del segretario di turno. Più passano gli anni e più si fa fatica a capire quale sia l’identità reale di questo partito, liquido e americano con Veltroni, laburista e frontista con Bersani, liberista e post ideologico con Renzi, ambientalista e contiano con Zingaretti. Troppe svolte e troppo repentine per pensare che dietro l’insegna del momento ci sia una visione condivisa e partecipata, dunque una concretezza di azione e di programma. L’unica costante è la straordinaria affidabilità istituzionale: il Pd ha trascorso al governo nove degli ultimi dieci anni. Una condizione di apparente successo che, però, stride con lo stato di salute del partito.
Da una parte il Pd è una sorta di riserva collettiva della Repubblica - il Conte bis e il governo Draghi sono nati anche e soprattutto grazie al decisivo ruolo perno dei Democratici – rappresentando la più rodata agenzia interinale di ministri. Ma dall’altra, nessuno si risenta per l’esempio basso, il Pd somiglia sempre più a quel decimo giocatore che si chiama all’ultimo minuto prima del calcetto del giovedì sera: senza di lui non si gioca, e non è poco, ma è difficile aspettarsi che lasci grandi tracce in campo. Non a caso la tendenza elettorale vede da anni il partito crescere o comunque tenere nelle aree dove prevale il voto d’opinione, più orientato ad apprezzare lo spirito istituzionale, e stentare dove prevale la sofferenza e non si mangia a pane e istituzioni.
Si intravvede l’ennesima inutile conta tra le correnti per interposto leader, il cui unico risultato - quale che sia l’esito - sarà quello di illudersi che il rito delle primarie, lo strumento più sopravvalutato di sempre nella politica italiana, rappresenti una ripartenza. Il congresso del Pd, se ancora è possibile, dovrebbe invece servire a rispondere a domande inevase dalla fondazione: a chi parla il Pd? Quali interessi aspira a rappresentare? Quali culture politiche fa proprie o intende rilanciare o fondare? Serve un profilo riformista compiuto e credibile, e radicale dove occorre. Il Pd è nato come “partito della crescita” in anni in cui la crescita era quasi scontata e non importava poi molto farne la radiografia. Per questo appena la crisi ha cominciato a mordere, proprio mentre il Pd veniva alla luce, ha perso subito la bussola.
Oggi la sfida è reinventare la crescita e costruirne basi più eque. Serve definire un ambientalismo sincero, concreto e orientato allo sviluppo. Un nuovo laburismo ancorato a una visione di politica industriale. Un solidarismo che non lasci più ai populisti la primazia, vera o presunta non importa, nella difesa di chi è rimasto indietro. Servono studio, fatica, proposte. Aprire alle energie esterne significa anche tornare a impegnare le intelligenze migliori in sforzi che non presuppongano come obiettivo il braccio di ferro nei gazebo. Il mondo è pieno di ragazze e ragazzi con ideali, appassionati a temi sociali e ambientali, vogliosi di dare un contributo per cambiare in meglio la società. Nessuno di loro vede oggi nel Pd una possibile casa. L’immagine di un diciottenne che bussa a una sezione dem, fisica o digitale, per prenderne la tessera è irrealistica. E perché dovrebbe, del resto? Gli si chiederebbe solo di scegliersi una corrente per partecipare alla faida del momento. Poco per sognare, a 18 anni. Poco, in fondo, anche a 30, 50 e 80 anni.
Il Pd, nato con l’ambizione di rendere stabile il bipolarismo italiano, è insomma un organismo di formidabile instabilità e, a questo punto, è difficile credere che il problema sia solo responsabilità del segretario di turno. Più passano gli anni e più si fa fatica a capire quale sia l’identità reale di questo partito, liquido e americano con Veltroni, laburista e frontista con Bersani, liberista e post ideologico con Renzi, ambientalista e contiano con Zingaretti. Troppe svolte e troppo repentine per pensare che dietro l’insegna del momento ci sia una visione condivisa e partecipata, dunque una concretezza di azione e di programma. L’unica costante è la straordinaria affidabilità istituzionale: il Pd ha trascorso al governo nove degli ultimi dieci anni. Una condizione di apparente successo che, però, stride con lo stato di salute del partito.
Da una parte il Pd è una sorta di riserva collettiva della Repubblica - il Conte bis e il governo Draghi sono nati anche e soprattutto grazie al decisivo ruolo perno dei Democratici – rappresentando la più rodata agenzia interinale di ministri. Ma dall’altra, nessuno si risenta per l’esempio basso, il Pd somiglia sempre più a quel decimo giocatore che si chiama all’ultimo minuto prima del calcetto del giovedì sera: senza di lui non si gioca, e non è poco, ma è difficile aspettarsi che lasci grandi tracce in campo. Non a caso la tendenza elettorale vede da anni il partito crescere o comunque tenere nelle aree dove prevale il voto d’opinione, più orientato ad apprezzare lo spirito istituzionale, e stentare dove prevale la sofferenza e non si mangia a pane e istituzioni.
Si intravvede l’ennesima inutile conta tra le correnti per interposto leader, il cui unico risultato - quale che sia l’esito - sarà quello di illudersi che il rito delle primarie, lo strumento più sopravvalutato di sempre nella politica italiana, rappresenti una ripartenza. Il congresso del Pd, se ancora è possibile, dovrebbe invece servire a rispondere a domande inevase dalla fondazione: a chi parla il Pd? Quali interessi aspira a rappresentare? Quali culture politiche fa proprie o intende rilanciare o fondare? Serve un profilo riformista compiuto e credibile, e radicale dove occorre. Il Pd è nato come “partito della crescita” in anni in cui la crescita era quasi scontata e non importava poi molto farne la radiografia. Per questo appena la crisi ha cominciato a mordere, proprio mentre il Pd veniva alla luce, ha perso subito la bussola.
Oggi la sfida è reinventare la crescita e costruirne basi più eque. Serve definire un ambientalismo sincero, concreto e orientato allo sviluppo. Un nuovo laburismo ancorato a una visione di politica industriale. Un solidarismo che non lasci più ai populisti la primazia, vera o presunta non importa, nella difesa di chi è rimasto indietro. Servono studio, fatica, proposte. Aprire alle energie esterne significa anche tornare a impegnare le intelligenze migliori in sforzi che non presuppongano come obiettivo il braccio di ferro nei gazebo. Il mondo è pieno di ragazze e ragazzi con ideali, appassionati a temi sociali e ambientali, vogliosi di dare un contributo per cambiare in meglio la società. Nessuno di loro vede oggi nel Pd una possibile casa. L’immagine di un diciottenne che bussa a una sezione dem, fisica o digitale, per prenderne la tessera è irrealistica. E perché dovrebbe, del resto? Gli si chiederebbe solo di scegliersi una corrente per partecipare alla faida del momento. Poco per sognare, a 18 anni. Poco, in fondo, anche a 30, 50 e 80 anni.