Web tax, le mosse dell’Europa
di Tonia Mastrobuoni , di Tonia MastrobuoniDopo l’apertura degli Stati Uniti e grazie alle possibili intese finali già definite questo accordo epocale potrebbe chiudersi in pochi mesi
"Go big" è stato lo slogan con cui Janet Yellen ha esortato i suoi colleghi del G7 a varare generosi piani di stimolo. Ma è uno slogan che si potrebbe applicare anche a un altro dossier cruciale su cui il Segretario al Tesoro ha aperto già in quella sede. Gli Stati Uniti hanno deciso di "pensare in grande" anche qui, di tendere una mano all'Europa sulla "web tax". Se andasse in porto, segnerebbe una rivoluzione globale nella tassazione delle multinazionali, americane ma non solo. Al G20, l'ex presidente della Fed è andata oltre. E ha annunciato a sorpresa che Washington rinuncia a uno dei maggiori ostacoli per un accordo globale, il "safe harbor" che era stato chiesto da Donald Trump per mettere una pietra tombale sul negoziato.
La sorpresa è stata enorme: nella lettera spedita da Yellen agli omologhi per preannunciare i temi americani, raccontano fonti vicine al dossier, non c'era alcun accenno a …
La sorpresa è stata enorme: nella lettera spedita da Yellen agli omologhi per preannunciare i temi americani, raccontano fonti vicine al dossier, non c'era alcun accenno a …
"Go big" è stato lo slogan con cui Janet Yellen ha esortato i suoi colleghi del G7 a varare generosi piani di stimolo. Ma è uno slogan che si potrebbe applicare anche a un altro dossier cruciale su cui il Segretario al Tesoro ha aperto già in quella sede. Gli Stati Uniti hanno deciso di "pensare in grande" anche qui, di tendere una mano all'Europa sulla "web tax". Se andasse in porto, segnerebbe una rivoluzione globale nella tassazione delle multinazionali, americane ma non solo. Al G20, l'ex presidente della Fed è andata oltre. E ha annunciato a sorpresa che Washington rinuncia a uno dei maggiori ostacoli per un accordo globale, il "safe harbor" che era stato chiesto da Donald Trump per mettere una pietra tombale sul negoziato.
La sorpresa è stata enorme: nella lettera spedita da Yellen agli omologhi per preannunciare i temi americani, raccontano fonti vicine al dossier, non c'era alcun accenno a quella clamorosa apertura. È arrivata in diretta, durante il vertice. Adesso è ovvio che da Washington ci si attenda che le intese raggiunte a prescindere dall'uragano Trump vengano mantenute anche dagli europei. Soprattutto dalla Germania e dalla Francia. Ma le premesse ci sono tutte: le bozze delle possibili intese finali ci sono già e la novità americana consentirebbe davvero di chiudere questo epocale accordo anche in pochi mesi.
L'intesa su cui si sta lavorando da molti anni in sede Ocse ha ricevuto un'importante accelerazione a gennaio dell'anno scorso, quando Emmanuel Macron ha aperto sul cosiddetto "primo pilastro". È quello che consentirebbe di tassare i profitti digitali delle multinazionali al di fuori dei Paesi in cui hanno la loro sede legale. Finora gli americani frenavano non solo per difendere gli interessi delle loro Big Tech. Ma anche perché ritenevano che le multinazionali francesi come il polo del lusso Lmvh o i colossi dell'auto tedeschi non potessero rimanere fuori da regole condivise per una tassazione più equa. Il sì della Francia su questo è stato un passaggio importante, una mano tesa all'amministrazione Trump. Che dopo un'iniziale apertura ha ributtato la palla fuori campo insistendo sul "safe harbour", di fatto una clausola di opt out su alcune regole, se si fosse raggiunto un accordo. E ha rincarato la dose minacciando sanzioni contro i sette Paesi in Europa che hanno già introdotto autonomamente una web tax, Italia e Francia incluse.
La Germania è sempre stata cauta sulla web tax del "primo pilastro" proprio per difendere gli interessi delle sue big dell'auto. E si è nascosta a lungo dietro la necessità di un'intesa globale. Ma il pacchetto sulla "web tax" andrà approvato nel suo insieme, dopo l'enorme apertura di Yellen. Olaf Scholz, l'attuale ministro delle Finanze, ha sempre insistito molto sul "secondo pilastro" del negoziato Ocse, quello che introdurrebbe una tassa minima sulle aziende. La Germania è convinta che se si raggiungesse un'intesa globale su quell'aliquota minima al di sotto della quale nessun Paese potrebbe più tassare le imprese, la mezza dozzina di Paesi europei, tra cui il Lussemburgo, l'Olanda o l'Irlanda, che continuano ad attirarle con balzelli ridotti al lumicino sarebbero costrette a cedere. Al livello europeo, sarebbe molto più difficile raggiungere un obiettivo del genere. E se l'intento di firmare un'intesa sulla web tax entro il vertice conclusivo del G20 a presidenza italiana dovesse fallire, la Commissione dovrebbe formulare una sua proposta in merito. Ma avrebbe molte meno chance di successo, passando per le forche caudine del Consiglio Ue. E i tedeschi lo sanno.
La sorpresa è stata enorme: nella lettera spedita da Yellen agli omologhi per preannunciare i temi americani, raccontano fonti vicine al dossier, non c'era alcun accenno a quella clamorosa apertura. È arrivata in diretta, durante il vertice. Adesso è ovvio che da Washington ci si attenda che le intese raggiunte a prescindere dall'uragano Trump vengano mantenute anche dagli europei. Soprattutto dalla Germania e dalla Francia. Ma le premesse ci sono tutte: le bozze delle possibili intese finali ci sono già e la novità americana consentirebbe davvero di chiudere questo epocale accordo anche in pochi mesi.
L'intesa su cui si sta lavorando da molti anni in sede Ocse ha ricevuto un'importante accelerazione a gennaio dell'anno scorso, quando Emmanuel Macron ha aperto sul cosiddetto "primo pilastro". È quello che consentirebbe di tassare i profitti digitali delle multinazionali al di fuori dei Paesi in cui hanno la loro sede legale. Finora gli americani frenavano non solo per difendere gli interessi delle loro Big Tech. Ma anche perché ritenevano che le multinazionali francesi come il polo del lusso Lmvh o i colossi dell'auto tedeschi non potessero rimanere fuori da regole condivise per una tassazione più equa. Il sì della Francia su questo è stato un passaggio importante, una mano tesa all'amministrazione Trump. Che dopo un'iniziale apertura ha ributtato la palla fuori campo insistendo sul "safe harbour", di fatto una clausola di opt out su alcune regole, se si fosse raggiunto un accordo. E ha rincarato la dose minacciando sanzioni contro i sette Paesi in Europa che hanno già introdotto autonomamente una web tax, Italia e Francia incluse.
La Germania è sempre stata cauta sulla web tax del "primo pilastro" proprio per difendere gli interessi delle sue big dell'auto. E si è nascosta a lungo dietro la necessità di un'intesa globale. Ma il pacchetto sulla "web tax" andrà approvato nel suo insieme, dopo l'enorme apertura di Yellen. Olaf Scholz, l'attuale ministro delle Finanze, ha sempre insistito molto sul "secondo pilastro" del negoziato Ocse, quello che introdurrebbe una tassa minima sulle aziende. La Germania è convinta che se si raggiungesse un'intesa globale su quell'aliquota minima al di sotto della quale nessun Paese potrebbe più tassare le imprese, la mezza dozzina di Paesi europei, tra cui il Lussemburgo, l'Olanda o l'Irlanda, che continuano ad attirarle con balzelli ridotti al lumicino sarebbero costrette a cedere. Al livello europeo, sarebbe molto più difficile raggiungere un obiettivo del genere. E se l'intento di firmare un'intesa sulla web tax entro il vertice conclusivo del G20 a presidenza italiana dovesse fallire, la Commissione dovrebbe formulare una sua proposta in merito. Ma avrebbe molte meno chance di successo, passando per le forche caudine del Consiglio Ue. E i tedeschi lo sanno.