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Il presidente americano Joe Biden con la First Lady Jill (ansa)

Usa-Cina, dieci democrazie hi-tech

La proposta del presidente degli Stati Uniti Joe Biden per un patto anti-Pechino
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Joe Biden vuole un G10 delle "democrazie hi-tech" per organizzare un cordone di sicurezza contro la Cina, e contenere il suo espansionismo nelle tecnologie strategiche. Le prove di disgelo con Xi Jinping sulla lotta all'emergenza climatica e al Covid, si accompagnano a un irrigidimento in altri settori. India, Australia e Corea del Sud sono le prime democrazie invitate al nuovo G10, però Biden ha in mente un'operazione più audace cooptando anche Israele, un paese all'avanguardia tecnologica ma che ha sempre curato i rapporti con Pechino.

La nuova idea di Biden è questa: allargare il G7 a paesi democratici e tecnologicamente avanzati per concordare una serie di misure che blocchino l'avanzata cinese in cinque settori-chiave: intelligenza artificiale, informatica quantica, telecom 5G, biotecnologie, sistemi di sorveglianza. Tra le azioni da concordare: limiti all'export di know how occidentale, forme di embargo selettive, e l'impos…
Joe Biden vuole un G10 delle "democrazie hi-tech" per organizzare un cordone di sicurezza contro la Cina, e contenere il suo espansionismo nelle tecnologie strategiche. Le prove di disgelo con Xi Jinping sulla lotta all'emergenza climatica e al Covid, si accompagnano a un irrigidimento in altri settori. India, Australia e Corea del Sud sono le prime democrazie invitate al nuovo G10, però Biden ha in mente un'operazione più audace cooptando anche Israele, un paese all'avanguardia tecnologica ma che ha sempre curato i rapporti con Pechino.

La nuova idea di Biden è questa: allargare il G7 a paesi democratici e tecnologicamente avanzati per concordare una serie di misure che blocchino l'avanzata cinese in cinque settori-chiave: intelligenza artificiale, informatica quantica, telecom 5G, biotecnologie, sistemi di sorveglianza. Tra le azioni da concordare: limiti all'export di know how occidentale, forme di embargo selettive, e l'imposizione di standard non-cinesi in tutti questi settori. La squadra Biden ormai parla di Democracy 10 e anche The Tech 10.

L'offensiva di Biden contro la Cina è già cominciata in casa propria, su un terreno strategico: la catena di forniture di componenti essenziali per molte industrie, dai semiconduttori elettronici ai minerali rari, ai prodotti farmaceutici. Un ordine esecutivo (decreto presidenziale) avvia un riesame di tutte le dipendenze dall'estero, per affrancare l'America da legami pericolosi con la Cina, che quest'ultima può usare per intimidire o ricattare. Biden è aperto all'idea di includere in quest'operazione anche i paesi alleati, allargando a loro il perimetro di sicurezza che va difeso.

Nell'immediato uno dei settori industriali a rischio è quello automobilistico, perché la penuria di microchip o semiconduttori elettronici ha già costretto alcune case a tagliare la produzione di vetture. La penuria di microchip è legata a molti fattori, dalla guerra tecnologica fra Stati Uniti e Cina fino al boom di consumi di prodotti elettronici durante i lockdown.

L'Amministrazione Biden vive oggi in questo settore un'emergenza analoga a quella che all'inizio del 2020 colpì il settore sanitario, quando si scoprì che l'America dipendeva dalla Cina per mascherine, tute protettive, apparecchi respiratori, principi attivi per la produzione di farmaci e perfino medicinali salva-vita. Il tema al centro dell'ordine esecutivo è quello della "resilienza delle catene produttive".

La Casa Bianca vuole avere un quadro preciso delle fragilità del sistema produttivo, a cominciare dai semiconduttori usati per auto, computer e telefonini; le batterie per auto elettriche; i farmaci; infine le terre rare o minerali strategici, usati dall'industria tecnologica e da quella militare. Quest'ultimo è un mercato dominato proprio dalla Cina, e può pregiudicare il futuro dell'auto elettrica qualora Pechino dovesse decidere restrizioni all'export. Non è uno scenario inedito, già nel 2010 il governo cinese decise di far valere il suo predominio e sottopose diverse nazioni straniere a un semi-embargo sulle vendite di terre rare. Il pretesto cinese può essere di tipo ambientalista (l'estrazione di quei minerali ha un impatto distruttivo sull'ambiente) ma la vera finalità può essere di azzoppare la concorrenza o di infliggere rappresaglie contro l'Occidente. C'è un'altra sfida che Biden propone all'Europa.

Un obiettivo dell'Amministrazione democratica è di mettere a punto una serie di misure che rafforzino l'autonomia dalla Cina usando prestiti agevolati, formazione professionale, clausole preferenziali nelle commesse pubbliche. È quella che un tempo si chiamava politica industriale. È sempre stata all'ordine del giorno in Estremo Oriente, anche quando veniva abbandonata a Washington e a Bruxelles.

Lo scenario di un G10 delle democrazie tecnologiche per contenere la Cina si aggiunge ai primi segnali che Biden manda sul terreno del commercio estero. Nulla che assomigli a un disarmo. Ha appena passato gli esami per la conferma al Senato colei che Biden ha scelto come la sua responsabile delle trattative sul commercio estero. È Katherine Tai, di origini familiari taiwanesi, e ha confermato di essere un falco nei confronti della Cina: ha promesso una linea dura contro la concorrenza sleale, e ha sdoganato i dazi di Trump definendoli "uno strumento legittimo".

Siamo ormai lontani anni-luce dal liberismo dei democratici ai tempi di Bill Clinton e del primo Barack Obama. La Tai sposa la nuova linea revisionista espressa dal titolo di un saggio recente: Le guerre commerciali sono guerre di classe. Nell'audizione al Senato la Tai ha riconosciuto che in passato i trattati di libero scambio sono stati firmati a beneficio di alcuni potentati economici, e a danno dei lavoratori americani.