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(ansa)

Usa e Ue sfidano Putin

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Tre messaggi nelle sazioni di Biden a Mosca sul caso Navalnyj
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La decisione americana di sanzionare la Russia per il caso Navalnyj, in coordinamento con l'Unione europea, contiene tre messaggi ricchi di simbolismo politico, piuttosto che di reale efficacia economica.
Il primo è che la linea di Biden verso Mosca è ben diversa da quella dei suoi predecessori. Non soltanto rispetto all'approccio condiscendente, ai limiti della complicità (almeno nella fase iniziale), di Donald Trump. Ma divergente anche dall'indirizzo di Barack Obama, che aveva annunciato, all'inizio del suo mandato, un fiducioso "reset" dei rapporti con Putin, naufragato di fronte al gelido riscontro arrivato dal Cremlino.

Il team di politica estera di Biden - il segretario di Stato Antony Blinken, il consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan, e il capo della Cia William Burns - formatosi nell'era della guerra fredda e con forti radici nell'atlantismo, ha scelto un approccio che ricorda piuttosto la storica politica…
La decisione americana di sanzionare la Russia per il caso Navalnyj, in coordinamento con l'Unione europea, contiene tre messaggi ricchi di simbolismo politico, piuttosto che di reale efficacia economica.
Il primo è che la linea di Biden verso Mosca è ben diversa da quella dei suoi predecessori. Non soltanto rispetto all'approccio condiscendente, ai limiti della complicità (almeno nella fase iniziale), di Donald Trump. Ma divergente anche dall'indirizzo di Barack Obama, che aveva annunciato, all'inizio del suo mandato, un fiducioso "reset" dei rapporti con Putin, naufragato di fronte al gelido riscontro arrivato dal Cremlino.

Il team di politica estera di Biden - il segretario di Stato Antony Blinken, il consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan, e il capo della Cia William Burns - formatosi nell'era della guerra fredda e con forti radici nell'atlantismo, ha scelto un approccio che ricorda piuttosto la storica politica del "containment", definita nel "Long Telegram" inviato da Mosca a Truman nel 1946 da George Kennan. Il regime sovietico, sosteneva Kennan, è di per sé "espansionista" e la sua influenza va contenuta nelle aree strategiche.

Biden e il suo team hanno affinato la dottrina Kennan e le parole d'ordine verso la Russia di Putin, che mira a essere espansionista come l'Urss di Stalin, sono: "engagement" più "containment". Con la Russia si può trattare, ma deve essere chiaro che non si può essere condiscendenti quando viola certi principi. Biden ha rinnovato il New Start, l'unico trattato sulla limitazione degli armamenti nucleari che scadeva il 5 febbraio e che Trump non voleva prorogare. Ma ha fatto promettere armi all'Ucraina per difendersi dall'aggressione russa, ha dato sostegno alla richiesta della Georgia di entrare nella Nato. E soprattutto ha denunciato senza remissione le violazioni dei diritti civili nella Russia di Putin, di cui Navalnyj, avvelenato e poi incarcerato al suo ritorno in patria, è il simbolo più eclatante.

Il secondo messaggio, dopo il primo G7 e la conferenza sulla sicurezza di Monaco, è che gli Usa non vogliono più muoversi da soli, ma concertare la linea della politica estera con gli alleati europei (magari allargati secondo l'idea di un G10 delle democrazie). Difatti le sanzioni ricalcano quelle già prese dalla Ue, secondo quello che è stato definito il "Magnitsky Act" europeo, con riferimento alle norme sanzionatorie adottate del Congresso americano per rappresaglia all'uccisione in carcere dell'avvocato russo. A sua volta legato alle vicende giudiziarie di Mikhail Khodorkovskij, l'oligarca mandato in Siberia con pretestuose accuse di evasione fiscale e di fatto un potenziale rivale per Putin, come lo è oggi Navalnyj.

Per l'Europa questa è un'occasione di riscatto dopo l'umiliazione subita a Mosca, a febbraio, dal suo "ministro degli Esteri" Josep Borrell, maltrattato dal suo omologo russo Lavrov, che era arrivato al punto di dirgli in faccia che l'Europa non è "un interlocutore affidabile" per il Cremlino. Certo la concertazione sulle sanzioni non annullerà le divergenze di toni e di sostanza tra Washington e i singoli governi europei, a cominciare dalla Germania, che non vuole rinunciare al gasdotto Nord Stream 2, avversato dagli Stati Uniti. Ma, almeno, dopo i disastrosi quattro anni di Trump, certi segnali ridanno dignità e senso di appartenenza all'atlantismo e rilanciano valori comuni irrinunciabili per le democrazie.

Il terzo messaggio è che le sanzioni non sono generiche come accadeva in passato quando colpivano un po' alla cieca la cerchia degli amici di Putin, gli oligarchi della cleptocrazia orbitante intorno al Cremlino e i boiardi di Stato. Bensì sono mirate negli obiettivi e fondate su motivazioni ben chiare: il rispetto dei diritti civili e il totale asservimento del sistema giudiziario e carcerario russo agli scopi politici di Putin. I tribunali russi non hanno timore di apparire grotteschi quando si tratta di obbedire agli ordini. Durante le manifestazioni pro Navalnyj a San Pietroburgo è stato condannato Evgenij Agafonov, reo di aver "cantato slogan". Ma Agafonov è sordo e muto dalla nascita.

Ecco dunque le sanzioni contro il procuratore generale della Russia, il capo del Comitato investigativo che riporta direttamente a Putin, il capo della Guardia nazionale, ex guardia del corpo del presidente russo, e infine il capo del sistema carcerario.
Navalnyj, in modo diretto o indiretto, è stato una vittima di questi uomini e del sistema che incarnano. È stato avvelenato da sicari del regime, è stato condannato una volta tornato a casa in un processo farsa, è stato inghiottito dal sistema concentrazionario russo, che ricorda il famigerato Gulag sovietico. È bene che tutto l'Occidente si unisca per ricordare a Putin che l'Unione Sovietica è morta e non gli è consentito risuscitarla.