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Milano, poveri in fila davanti alla onlus Pane quotidiano (fotogramma)

Coronavirus, donne e giovani sono i nuovi poveri del grande Nord

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Dobbiamo uscire da questa crisi con dosi massicce di investimenti sociali ed economici che puntino a creare occupazione e coesione
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Cinque milioni e 600 mila poveri assoluti. Un livello mai raggiunto. Un milione in più del 2019. Nonostante la cassa integrazione. Nonostante il blocco dei licenziamenti. Nonostante il reddito di cittadinanza e il reddito di emergenza. Non dovremmo anche interrogarci sui correttivi da apportare agli strumenti di contrasto alla povertà? Si tratta di una "povertà pandemica", diretto effetto della pandemia.

Tre aspetti differenziano questa crescita da quella del 2012. Primo, il balzo è stato fulmineo, immediato, a differenza del 2012. Allora passarono quattro anni dopo l'entrata in recessione. È l'effetto di uno shock esogeno, la pandemia.

Secondo, l'aumento ha riguardato più il Nord che il Sud. Il Nord, più colpito dalla pandemia, più colpito dalle sue conseguenze, vede crescere di 700 mila unità i poveri su 1 milione in totale. La forbice tra Nord e Sud si è ridotta, ma al ribasso, perch&eacut…
Cinque milioni e 600 mila poveri assoluti. Un livello mai raggiunto. Un milione in più del 2019. Nonostante la cassa integrazione. Nonostante il blocco dei licenziamenti. Nonostante il reddito di cittadinanza e il reddito di emergenza. Non dovremmo anche interrogarci sui correttivi da apportare agli strumenti di contrasto alla povertà? Si tratta di una "povertà pandemica", diretto effetto della pandemia.

Tre aspetti differenziano questa crescita da quella del 2012. Primo, il balzo è stato fulmineo, immediato, a differenza del 2012. Allora passarono quattro anni dopo l'entrata in recessione. È l'effetto di uno shock esogeno, la pandemia.

Secondo, l'aumento ha riguardato più il Nord che il Sud. Il Nord, più colpito dalla pandemia, più colpito dalle sue conseguenze, vede crescere di 700 mila unità i poveri su 1 milione in totale. La forbice tra Nord e Sud si è ridotta, ma al ribasso, perché il Nord è peggiorato più del Sud. Nel 2012 era successo il contrario, era stato il Sud a peggiorare di più.

Terzo. Cresce la povertà delle famiglie con working poor, quelle che non riescono a spendere quanto basta per poter acquistare quel set di beni e servizi essenziali per garantirsi una vita dignitosa, nonostante la persona di riferimento sia occupata e in particolare operaia o lavoratrice in proprio. L'aumento di povertà non è indifferente, 30% in più per le famiglie operaie, 46% in più per quelle con a capo lavoratori in proprio. Anche nel 2012 fu così. Ma con minore intensità. E maggiore fu la crescita della povertà delle famiglie con persona di riferimento non occupata, stabile nel 2020.

Ciò trova una spiegazione anche nel calo dell'occupazione femminile, maggiore di quella maschile. Il venir meno del "secondo" reddito in famiglia può aver reso più vulnerabili le famiglie operaie e di lavoratori in proprio e contribuito alla caduta in povertà di famiglie che si basavano su due redditi.

Il maggiore balzo di povertà riguarda la fascia di età adulta da 35 a 64anni (+29,4%) seguita dai giovani da 18 a 34 anni (+21,3%) e dai minori (+18,4%).

Ma passiamo ai due elementi che accomunano questo aumento di povertà a quello del 2012. Primo. L'aumento non tocca la popolazione anziana, né i ritirati dal lavoro. La disponibilità della pensione rimane e garantisce il mantenimento della situazione precedente. Anzi in questi anni è stata anche una risorsa per altri familiari conviventi e non in difficoltà. La povertà degli anziani che era predominante negli anni '80 è ormai stabile e a livelli più bassi rispetto agli altri segmenti di popolazione.

Secondo, l'aumento della povertà colpisce drammaticamente i minori che arrivano a una cifra record, 1 milione 345 mila, e i giovani che toccano il massimo, 1 milione 100 mila.

I bambini, anche se peggiorano meno degli adulti, sono quelli che pagano il prezzo più alto, il 13,6% è povero, seguiti dai giovani con l'11,4%. A questi si affiancano le famiglie straniere, le grandi dimenticate di questa crisi, che hanno subito un forte calo di occupazione e detengono il record di incidenza di povertà con il 25,7%, quattro volte quella delle famiglie solo di italiani.

I dati colpiscono. Sono terribili. Ne dobbiamo uscire con dosi massicce di investimenti sociali ed economici che puntino a creare occupazione e coesione sociale.

In più riflettiamo. Il Mezzogiorno, che continua ad avere i più alti livelli di povertà, si è giovato maggiormente delle misure di sostegno al reddito. Anche a fronte di una situazione patrimoniale dei cittadini mediamente più svantaggiata. E più vicina ai parametri richiesti per ottenere i benefici. In una situazione di emergenza come questa anche il Nord avrebbe dovuto usufruirne di più. Non è che alcune regole di accesso non lo hanno permesso? E sono quindi da modificare?

Linda Laura Sabbadini è direttora centrale Istat. Le opinioni qui espresse sono esclusiva responsabilità dell'autrice e non impegnano l'Istat