Le dimissioni di Zingaretti e le conseguenze sul governo: ora si sposta il baricentro
di Claudio Tito , di Claudio TitoLa scelta del segretario del Pd non produrrà effetti solo nel suo partito. Determinerà reazioni immediate e di medio-lungo periodo. Le prime si riveleranno proprio sull'esecutivo
Le dimissioni di Nicola Zingaretti non sono solo l'ultimo banchetto messo a disposizione di quella specie di demone invisibile e perenne che periodicamente divora la sinistra italiana e i suoi leader. Rappresentano infatti un vero e proprio big bang. Le cui onde d'urto sicuramente travolgeranno quel che resta del centrosinistra e il progetto per costruirne uno nuovo. E in più sono potenzialmente in grado di modificare la natura e l'asse del neonato governo Draghi. Il punto è questo. La scelta - nervosa o ragionata che sia - del segretario democratico non produrrà effetti solo nel suo partito. Determinerà reazioni immediate e di medio-lungo periodo. Le prime si riveleranno proprio sull'esecutivo.
Non è in discussione l'agenda di Palazzo Chigi. È evidente che la gerarchia programmatica resterà immutata: è quella esposta prima dal capo dello Stato e poi dal presidente del Consiglio in Parlamento. L'emergenza…
Non è in discussione l'agenda di Palazzo Chigi. È evidente che la gerarchia programmatica resterà immutata: è quella esposta prima dal capo dello Stato e poi dal presidente del Consiglio in Parlamento. L'emergenza…
Le dimissioni di Nicola Zingaretti non sono solo l'ultimo banchetto messo a disposizione di quella specie di demone invisibile e perenne che periodicamente divora la sinistra italiana e i suoi leader. Rappresentano infatti un vero e proprio big bang. Le cui onde d'urto sicuramente travolgeranno quel che resta del centrosinistra e il progetto per costruirne uno nuovo. E in più sono potenzialmente in grado di modificare la natura e l'asse del neonato governo Draghi. Il punto è questo. La scelta - nervosa o ragionata che sia - del segretario democratico non produrrà effetti solo nel suo partito. Determinerà reazioni immediate e di medio-lungo periodo. Le prime si riveleranno proprio sull'esecutivo.
Non è in discussione l'agenda di Palazzo Chigi. È evidente che la gerarchia programmatica resterà immutata: è quella esposta prima dal capo dello Stato e poi dal presidente del Consiglio in Parlamento. L'emergenza pandemica e la conseguente crisi economica, l'elaborazione di un nuovo Recovery plan e la predisposizione di misure che non trasformino la crisi sociale in conflitto sociale. Da oggi, però, la disputa si concentrerà su chi trarrà benefici dall'azione dell'ex presidente della Bce. Chi se ne intesterà i meriti. Chi ne rivendicherà i successi. Chi eserciterà su di esso un peso che sarà sempre più direttamente proporzionale alla semplice possibilità di essere presente.
Il paradosso di questa fase e di queste dimissioni è tutto qui. La parte in teoria predominante della maggioranza è composta dall'alleanza giallorossa: l'M5S e il Pd. Ma non ci sono, risultano assenti. Entrambi si ritrovano incredibilmente afoni e acefali. I grillini sono alle prese con una scissione strisciante e soprattutto con una fondamentale ridefinizione della loro essenza. Giuseppe Conte è il loro leader futuribile, non attuale. Non sono in grado, al momento, di estrarre da questo gabinetto la linfa di cui avrebbero bisogno. Né tanto meno di orientarlo. Sono un partito in cerca d'autore, figuriamoci se possono incidere su un premier scelto proprio per la crisi del sistema dei partiti.
Adesso anche il Pd, il partito delle Istituzioni e della responsabilità, si ritrova nella stessa identica condizione. Era un punto di riferimento, ora è un puntino in fondo all'orizzonte. Lo spazio lasciato vuoto verrà occupato - se non è già stato occupato - dalla Lega di Salvini. Davvero un paradosso. La forza politica idealmente più in crisi diventa, grazie agli errori degli avversari, quella con l'utile più alto. Mentre il sovranismo arretra ovunque, mentre Biden archivia Trump negli Usa, mentre l'Unione europea mette all'angolo l'antieuropeismo e mentre quindi il Carroccio affronta la sua possibile implosione, a Salvini viene offerto sul piatto d'argento il copione migliore e la via d'uscita più sicura: quello di presentarsi all'opinione pubblica come l'azionista di riferimento di Draghi. Di riferimento non per le politiche praticate dall'esecutivo ma banalmente perché è l'unico socio capace di mostrarsi in pubblico. Il tutto avviene nelle prime settimane del governo e durante la terza ondata pandemica, ossia l'unica questione cui davvero gli italiani prestano - giustamente - attenzione. Una situazione che lo stesso presidente del Consiglio probabilmente non gradirà e che espone la scelta di Zingaretti al giudizio del senso di responsabilità.
Poi, appunto, ci sono gli effetti di lungo periodo. Il Pd da tempo ha messo in evidenza i suoi limiti. La sua matrice si è andata via via opacizzando. E alcune delle accuse mosse dall'ex segretario sono un dato obiettivo e solo una parziale giustificazione. I Democratici si sono trasformati in un coacervo di correnti in larga parte impegnate a gestire il potere. Le regole di convivenza che disciplinano comunità-partito si sono imbarbarite. Le campane, però, suonano per tutti. Il Pd e il centrosinistra, attuale e futuro, si scoprono improvvisamente nudi. La distanza che spesso si registra nei partiti tra democrazia e monocrazia, tra potere e politica, esplode se non è colmata - come sta accadendo nel Pd - dalle idee e dalla leadership.
In questa fase, ossia in un passaggio tanto delicato per il Paese, il rischio non è dunque solo consegnare l'ennesima golden share alla destra di Salvini e Meloni e di concedere la rivincita ai sovranisti antieuropeisti, ma anche quello di terremotare sine die il campo del fronte progressista. La prospettiva di una nuova diaspora è davanti agli occhi di tutti. L'ipotesi che nel mare indistinto della crisi i Democratici debbano fare i conti con una moltitudine confusionaria e incomprensibile di candidati alla segreteria equivale a imboccare il viale del definitivo tramonto. A Largo del Nazareno sembrano dilettarsi con una sorta di gioco da tavolo sulle guerre di Vandea senza accorgersi di ritrovarsi a muovere i dadi di una molto più banale guerra dei Roses.
Indubbiamente nella sinistra di questo Paese esiste una maledizione che evidentemente nessuno riesce a rimuovere. Come Crono divorava i suoi figli, così vengono eliminati i suoi segretari e interpreti. Eppure il pericolo più grave è che insieme ad essi vengano masticate anche le ragioni del centrosinistra. Ma forse è ragionevole chiedersi se qualcuno conosca quali esse siano nel XXI secolo.
Non è in discussione l'agenda di Palazzo Chigi. È evidente che la gerarchia programmatica resterà immutata: è quella esposta prima dal capo dello Stato e poi dal presidente del Consiglio in Parlamento. L'emergenza pandemica e la conseguente crisi economica, l'elaborazione di un nuovo Recovery plan e la predisposizione di misure che non trasformino la crisi sociale in conflitto sociale. Da oggi, però, la disputa si concentrerà su chi trarrà benefici dall'azione dell'ex presidente della Bce. Chi se ne intesterà i meriti. Chi ne rivendicherà i successi. Chi eserciterà su di esso un peso che sarà sempre più direttamente proporzionale alla semplice possibilità di essere presente.
Il paradosso di questa fase e di queste dimissioni è tutto qui. La parte in teoria predominante della maggioranza è composta dall'alleanza giallorossa: l'M5S e il Pd. Ma non ci sono, risultano assenti. Entrambi si ritrovano incredibilmente afoni e acefali. I grillini sono alle prese con una scissione strisciante e soprattutto con una fondamentale ridefinizione della loro essenza. Giuseppe Conte è il loro leader futuribile, non attuale. Non sono in grado, al momento, di estrarre da questo gabinetto la linfa di cui avrebbero bisogno. Né tanto meno di orientarlo. Sono un partito in cerca d'autore, figuriamoci se possono incidere su un premier scelto proprio per la crisi del sistema dei partiti.
Adesso anche il Pd, il partito delle Istituzioni e della responsabilità, si ritrova nella stessa identica condizione. Era un punto di riferimento, ora è un puntino in fondo all'orizzonte. Lo spazio lasciato vuoto verrà occupato - se non è già stato occupato - dalla Lega di Salvini. Davvero un paradosso. La forza politica idealmente più in crisi diventa, grazie agli errori degli avversari, quella con l'utile più alto. Mentre il sovranismo arretra ovunque, mentre Biden archivia Trump negli Usa, mentre l'Unione europea mette all'angolo l'antieuropeismo e mentre quindi il Carroccio affronta la sua possibile implosione, a Salvini viene offerto sul piatto d'argento il copione migliore e la via d'uscita più sicura: quello di presentarsi all'opinione pubblica come l'azionista di riferimento di Draghi. Di riferimento non per le politiche praticate dall'esecutivo ma banalmente perché è l'unico socio capace di mostrarsi in pubblico. Il tutto avviene nelle prime settimane del governo e durante la terza ondata pandemica, ossia l'unica questione cui davvero gli italiani prestano - giustamente - attenzione. Una situazione che lo stesso presidente del Consiglio probabilmente non gradirà e che espone la scelta di Zingaretti al giudizio del senso di responsabilità.
Poi, appunto, ci sono gli effetti di lungo periodo. Il Pd da tempo ha messo in evidenza i suoi limiti. La sua matrice si è andata via via opacizzando. E alcune delle accuse mosse dall'ex segretario sono un dato obiettivo e solo una parziale giustificazione. I Democratici si sono trasformati in un coacervo di correnti in larga parte impegnate a gestire il potere. Le regole di convivenza che disciplinano comunità-partito si sono imbarbarite. Le campane, però, suonano per tutti. Il Pd e il centrosinistra, attuale e futuro, si scoprono improvvisamente nudi. La distanza che spesso si registra nei partiti tra democrazia e monocrazia, tra potere e politica, esplode se non è colmata - come sta accadendo nel Pd - dalle idee e dalla leadership.
In questa fase, ossia in un passaggio tanto delicato per il Paese, il rischio non è dunque solo consegnare l'ennesima golden share alla destra di Salvini e Meloni e di concedere la rivincita ai sovranisti antieuropeisti, ma anche quello di terremotare sine die il campo del fronte progressista. La prospettiva di una nuova diaspora è davanti agli occhi di tutti. L'ipotesi che nel mare indistinto della crisi i Democratici debbano fare i conti con una moltitudine confusionaria e incomprensibile di candidati alla segreteria equivale a imboccare il viale del definitivo tramonto. A Largo del Nazareno sembrano dilettarsi con una sorta di gioco da tavolo sulle guerre di Vandea senza accorgersi di ritrovarsi a muovere i dadi di una molto più banale guerra dei Roses.
Indubbiamente nella sinistra di questo Paese esiste una maledizione che evidentemente nessuno riesce a rimuovere. Come Crono divorava i suoi figli, così vengono eliminati i suoi segretari e interpreti. Eppure il pericolo più grave è che insieme ad essi vengano masticate anche le ragioni del centrosinistra. Ma forse è ragionevole chiedersi se qualcuno conosca quali esse siano nel XXI secolo.