✕
(ansa)

Dove l'Europa non arriva

Ascolta l'audio

Vaccini, Draghi e Macron contro Big Pharma
3 minuti di lettura
Per la seconda volta in pochi anni Mario Draghi ha spiegato all'Europa che cosa significhi l'espressione inglese "whatever it takes". Lo fece nel 2012, da presidente della Bce, varando una serie di "misure non convenzionali" per frenare la speculazione contro l'euro. Lo ha rifatto adesso, da premier italiano, bloccando per la prima volta l'esportazione di vaccini al di fuori della Ue.

Oggi come allora, la mossa di Draghi sembra diretta contro un nemico esterno: nel 2012 la speculazione finanziaria, ora le case farmaceutiche inadempienti nelle consegne. In realtà, in entrambi i casi, il destinatario del messaggio è l'Europa, colpevole di eccessiva titubanza nel tutelare i propri interessi e soprattutto la propria sovranità.
Il messaggio di Draghi è chiaro: la sovranità di un popolo, in questo caso del popolo europeo, non va difesa solo nei confronti delle altre potenze geopolitiche, ma anche e soprattutto dei g…
Per la seconda volta in pochi anni Mario Draghi ha spiegato all'Europa che cosa significhi l'espressione inglese "whatever it takes". Lo fece nel 2012, da presidente della Bce, varando una serie di "misure non convenzionali" per frenare la speculazione contro l'euro. Lo ha rifatto adesso, da premier italiano, bloccando per la prima volta l'esportazione di vaccini al di fuori della Ue.

Oggi come allora, la mossa di Draghi sembra diretta contro un nemico esterno: nel 2012 la speculazione finanziaria, ora le case farmaceutiche inadempienti nelle consegne. In realtà, in entrambi i casi, il destinatario del messaggio è l'Europa, colpevole di eccessiva titubanza nel tutelare i propri interessi e soprattutto la propria sovranità.
Il messaggio di Draghi è chiaro: la sovranità di un popolo, in questo caso del popolo europeo, non va difesa solo nei confronti delle altre potenze geopolitiche, ma anche e soprattutto dei grandi potentati economici e finanziari multinazionali, di cui Big Pharma è un campione non meno spregiudicato di quanto lo sia Big Tech. Proprio questo era stato il messaggio che il premier italiano aveva tramesso al suo primo vertice europeo la settimana scorsa. Suona ironico, ma dovrebbe indurci a qualche riflessione, che questa lezione ai politici europei arrivi da un uomo che da sempre viene additato come grande tecnocrate dell'establishment finanziario internazionale.

Che la mossa dell'Italia sia in realtà stata compiuta a vantaggio di tutta la Ue lo dimostra sia il consenso ricevuto dalla Commissione europea, sia il fatto che il nostro Paese probabilmente non trarrà alcun beneficio diretto dal blocco delle 750 mila dosi di AstraZeneca vendute all'Australia. Quei flaconi, infatti, restano di proprietà della società anglo-svedese che potrà destinarli dove vorrà, purché all'interno dei confini europei. Magari a beneficiarne saranno quei Paesi che hanno già in parte rotto la solidarietà europea, come l'Ungheria, l'Austria o la Danimarca.

Quel che conta, nel gesto di Draghi, è la difesa della nostra sovranità, cioè del primato della politica decisa a Bruxelles sulla deregulation dei mercati. Questa, infatti, è la scommessa nell'emergenza Covid, come dimostra sia la critica immediatamente arrivata dalla Gran Bretagna di Boris Johnson, che ormai antagonizza la Ue ad ogni occasione, sia l'attacco venuto da Giorgia Meloni, leader degli euroscettici e sovranisti europei, secondo cui "in tutto il mondo si producono vaccini e si vaccina la gente, in Europa no". Affermazione falsa e fuorviante. Ma ci fa capire quale sia la posta in gioco nella guerra dei vaccini.

Naturalmente, se l'Europa ha avuto bisogno per la seconda volta in pochi anni della sveglia di super-Mario, vuol dire che anche in questa battaglia ha commesso errori che stenta a correggere. Nel 2012 si trattò dell'egoismo tedesco, che rischiava di strangolare l'euro sull'altare del rigore ideologico. Oggi l'attribuzione delle responsabilità è più complessa. Non c'è dubbio, tuttavia, che la Commissione si sia fidata eccessivamente della buona fede di imprese non europee quando le ha finanziate con mega contratti privi delle necessarie garanzie per prenotare miliardi di dosi che ora stentano ad arrivare.

Più che un errore si è forse trattato di una ingenuità, ma il ritardo che ne consegue ci costa enormi danni all'economia e centinaia di morti ogni giorno. E qui, ancora una volta, si affronta la questione della sovranità europea. Perché Bruxelles è stata costretta a prenotare le dosi da produttori americani (Pfizer, Moderna, Johnson&Johnson) o anglo-svedesi come AstraZeneca? Dove era l'industria farmaceutica europea, che vanta giganti mondiali, al momento del bisogno? Perché le è stato consentito di trascurare il mercato dei vaccini, prima del Covid considerato poco redditizio, senza che una politica industriale e della ricerca europea correggesse questa stortura? E perché ora i Big Pharma dell'Ue sono ridotti a produrre su licenza i vaccini delle compagnie americane?

Oggi si arriva al paradosso che l'Europa esporta vaccini in tutto il mondo. Dal 30 gennaio ha spedito milioni di dosi in oltre trenta Paesi, tra cui gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, ma non sono vaccini europei. Se i titolari dei brevetti fossero europei, potremmo star certi di essere il mercato privilegiato dei produttori, e magari a bloccare l'export delle dosi oggi sarebbero gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Anche questa mancanza di una logica europea nella politica industriale e di ricerca è un problema di sovranità su cui dovremmo riflettere.

Intanto, però, ancora una volta Mario Draghi ha avuto il merito di riconoscere per primo che l'Europa si trova sotto attacco in una guerra di cui, per pavidità o pigrizia mentale, fatica a prendere atto. E di spiegare che, quando si è in guerra, si mettono i guanti bianchi nel cassetto e si fa "tutto il necessario" per vincerla. Questo ci spiega perché il suo arrivo a Palazzo Chigi non suona la sveglia solo per i partiti politici italiani, ma per la classe politica europea nel suo insieme.