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(reuters)

Con Al Sistani la speranza di una svolta

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Papa Francesco incontra il grande ayatollah Sistani. Visita privata, secondo il protocollo: in realtà uno dei momenti più significativi del viaggio iracheno. Sistani, capo della hawza di Najaf, il più importante seminario teologico dello sciismo iracheno, è figura decisiva nei fragili equlibri del Paese. Dall’invasione americana del 2003 alla guerra civiledopo la caduta di Saddam Hussein, dall’appello alla lotta contro l’Isis ai contrasti sul ruolo delle milizie sciite, non vi è frangente critico nel quale egli non abbia svolto un ruolo chiave. Nonostante la sua riluttanza verso la politica.
 
Sistani, infatti, è il rappresentante più autorevole della corrente tradizionalista sciita, quella che ritiene ogni potere privo di legittimazione, dal momento che, secondo la credenza religiosa, questa è esclusiva prerogativa del Mahdi, il 12/mo imam della shia, la guida della comunità di fede che la teologia…
Papa Francesco incontra il grande ayatollah Sistani. Visita privata, secondo il protocollo: in realtà uno dei momenti più significativi del viaggio iracheno. Sistani, capo della hawza di Najaf, il più importante seminario teologico dello sciismo iracheno, è figura decisiva nei fragili equlibri del Paese. Dall’invasione americana del 2003 alla guerra civiledopo la caduta di Saddam Hussein, dall’appello alla lotta contro l’Isis ai contrasti sul ruolo delle milizie sciite, non vi è frangente critico nel quale egli non abbia svolto un ruolo chiave. Nonostante la sua riluttanza verso la politica.
 
Sistani, infatti, è il rappresentante più autorevole della corrente tradizionalista sciita, quella che ritiene ogni potere privo di legittimazione, dal momento che, secondo la credenza religiosa, questa è esclusiva prerogativa del Mahdi, il 12/mo imam della shia, la guida della comunità di fede che la teologia alide ritiene temporaneamente occultato: tornerà, messianicamente, alla fine dei tempi per instaurare il Regno della Giustizia. Sino a quel momento il rapporto dei credenti con la politica risponde a mere necessità funzionali. Ciò non significa che essi siano indifferenti a chi governa ma che non si batteranno per un ordine conforme alla Legge divina, compito che spetta al Mahdi. L’occultazione che dura da oltre un millennio, non solo produce la relativizzazione del presente ma fa della shia una comunità dell’Attesa.
 
Teologia che sarà messa a dura prova da Khomeini che, proprio a Najaf, dove trova rifugio negli anni Sessanta dopo essere stato espulso dall’Iran per la sua opposizione allo Shah, opera una vera e propria cesura con la tradizione. Per Khomeini non è possibile che Dio voglia che i fedeli in attesa siano governati dai suoi “nemici”: sino al ritorno dell’Imam nascosto è il clero sciita esercita il potere. Ricomponendo la relativa autonomia della politica dalla religione, intrinseca al quietismo attendista, sulle ali della dottrina del velayat-e-faqih, il governo del giusperito o del dotto.
 
Le vibranti tesi di Khomeini faranno tremare i vecchi muri del seminario di Najaf, che si dividerà tra quanti, la maggioranza, resteranno fedeli alla tradizione e quanti, un’intensa minoranza, scorgeranno nell’attivismo politico la vera natura di una religione nata, dal grande scisma dell’islam, come “rifiuto dell’ingiustizia”. Originario di Mashad in Iran ma sin dagli anni Cinquanta trapiantato in Iraq, Sistani si schiererà con quanti, come il grande ayatollah Hakim, contrastano le tesi di Khomeini. Divenuto nel tempo seguitissima marja al taqlid, fonte di imitazione, ruolo di assoluto rilievo nella ristretta gerarchia orizzontale dell’alto clero sciita, Sistani privilegerà l’asse politico e teologico Bagdad-Najaf anziché quello Teheran-Qom. Ostacolando l’ambizione egemonica iraniana, mirata a ricomporre unitariamente, sotto le insegne della tradizione rivisitata in chiave khomeinista, il grande spazio georeligioso e geopolitico sciita plasmato dalla comunanza di fede, dalle città sante meta di pellegrinaggio, dai riferimenti spirituali transnazionali costituiti dagli stessi grandi ayatollah. Ambizione contro cui l’anziano leader della hawza di Najaf muove le sue pedine, in una complessa partita con la guida suprema iraniana, il quasi coetaneo e concittadino Khamenei, anch’egli originario di Mashad, espressione di quel clero rivoluzionario che pare guardare ferventemente al Dio del Politico più che al Dio della Devozione.
 
Nella logica della coalizione delle minoranze, i cristiani in Iraq hanno storicamente avuto buoni rapporti con i sunniti: almeno sino all’avvento dell’Isis. Ora è con i dominanti sciiti che devono trovare intese. Incontrandolo a Najaf, Bergoglio auspica che Sistani riesca a garantire la ricostruzione di un tessuto plurale.