In anticipo sul nostro stupore. Date per disperse, corteggiate e dileggiate nella consueta inesorabile sequenza, travolte dalla pandemia, rese arcaico folklore dal moderno governo dei savi, così per brevità, ecco che invece tornano. Signore e signori: le Sardine. A chiederci conto del nostro amore per la sinistra di popolo. Non quella che fa vergogna, delle poltrone e delle correnti. Non quella degli opinionisti, dei disillusi, di “culi pesi e tastiere pesanti”, no. Non quella degli intellettuali e dei benpensanti, non quella delle penne fini. La sinistra di chi si sporca le mani, come loro. La sinistra “degli apolidi” che da Nord a Sud cercano casa e non la trovano. Moltitudini, effettivamente. Brava gente che manda avanti l’Italia e non si stanca. Oddio un po’ sì, si stanca, ma sempre da capo incredibilmente spera: che qualcuno apra porte e finestre, che faccia entrare aria in quel mondo di potentati e di baronìe che so…
In anticipo sul nostro stupore. Date per disperse, corteggiate e dileggiate nella consueta inesorabile sequenza, travolte dalla pandemia, rese arcaico folklore dal moderno governo dei savi, così per brevità, ecco che invece tornano. Signore e signori: le Sardine. A chiederci conto del nostro amore per la sinistra di popolo. Non quella che fa vergogna, delle poltrone e delle correnti. Non quella degli opinionisti, dei disillusi, di “culi pesi e tastiere pesanti”, no. Non quella degli intellettuali e dei benpensanti, non quella delle penne fini. La sinistra di chi si sporca le mani, come loro. La sinistra “degli apolidi” che da Nord a Sud cercano casa e non la trovano. Moltitudini, effettivamente. Brava gente che manda avanti l’Italia e non si stanca. Oddio un po’ sì, si stanca, ma sempre da capo incredibilmente spera: che qualcuno apra porte e finestre, che faccia entrare aria in quel mondo di potentati e di baronìe che sono diventati i circoli (ma ci sono ancora? Chi aveva le chiavi, qualcuno ha un doppione?) un tempo si chiamavano sezioni.
Ed ecco che a una cert’ora di un giorno qualunque, come ultimamente accade, colpo di scena: sacchi a pelo e magliette rosse calano al Nazareno sei delle seimila (sardine, sempre) a dire che il progetto “Piazza grande” di Nicola Zingaretti non era affatto male, anche Valentina Cuppi la presidente del partito viene da lì, del resto è sindaco di Marzabotto provincia di Bologna, la roccaforte delle Sardine è Bologna, si sa. Vi ricordate il concertone del 19 gennaio 2020? Era un anno fa, sembrano dieci. La Sardine furono decisive per la vittoria di Bonaccini su Borgonzoni, in Emilia. Qui la storia un pochino si complica, bisogna stare attenti: perché allora, un anno fa, le Sardine e le piazze emiliane stracolme che erano capaci di convocare indicavano Stefano Bonaccini come unico argine possibile all’impensabile avvento della Lega, candidata di Salvini Lucia Borgonzoni («Se perdo vado a fare opposizione in consiglio regionale», diceva in quei giorni). Oggi Lucia Borgonzoni non è affatto in consiglio, a Bologna, a fare opposizione: è sottosegretaria alla Cultura in un governo dove Lega e Pd siedono insieme. Insidie della realpolitik. Bonaccini — si dice per conto di Renzi, ma poi vai a sapere — è il contendente in pectore di Zingaretti alla segreteria, ed è a Zingaretti che invece le Sardine si rivolgono con fervore: torniamo allo spirito di Piazza Grande, gli chiedono. Sottigliezze, torniamo alla cronaca.
A mezzogiorno di ieri sei sardine, tamponate assicurano, si presentano davanti alla sede nazionale del Pd pronte a dormirci dentro coi sacchi a pelo e maglie rosse con su scritto «Continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai», verso di quella canzone di De André che viene a chiederci del nostro amore (e che tuttavia dice anche, subito dopo: «Non sono riuscito a cambiarti», accidenti). Sono Mattia Santori e Jasmine Corallo, noti ai talk show, Lorenzo Donnoli, Adriano Dossi, Micol Urtesi, Anna Claudia Petrillo. Andrea Garreffa, ideologo della prima onda, assente per infortunio ma presente in spirito. Hanno deciso di partire il giorno prima, dopo una breve riunione fra i dieci costantemente ancora attivi. Un gesto di coraggio. Nessuno, dicono, hanno avvertito. Zingaretti non sapeva. Del resto neppure lui ha avvisato del post dimissivo. Vengono ricevuti e parlano per ore (quattro) con Valentina Cuppi, la presidente. Poi escono, dichiarano alla stampa. «Il concetto — dice Sartori — è relativamente semplice». Ce la possiamo tutti fare. «Migliaia di persone aspettano da anni di partecipare. Non siamo riusciti in 15 anni, questa ricostruzione ci sarà a prescindere dal Pd, che deve capire se vuole stare dentro o vuole arroccarsi». Vuole stare dentro, assicura Cuppi. Anche Zingaretti, dicono, è lieto. «Bisogna ripartire dalla base» — frase grimaldello: nessuno direbbe mai macché, meglio dai vertici. Ora però un piccolo excursus storico.
OccupyPd, così si è chiamato il flash mob, ha precedenti. Nasce con Pippo Civati nel 2011, Renzi era alla seconda Leopolda, c’era il governo Monti. Bersani voleva andare a votare, ma lo convinsero che Monti era meglio. Analogie col presente a iosa. Cresce, Occupy Pd, nel 2013: dopo il tradimento di 101 che affossarono la candidatura di Prodi al Quirinale. Pippo Civati e Laura Puppato, entrambi dirigenti del partito, insieme a Elly Schlein lanciarono un’Opa ostile “dall’interno”. Per sei mesi Civati chiese chi fossero i 101. Schlein regalò a Prodi la maglietta “Siamo più di 101”, sorrisi larghi di entrambi. Era una dissidenza interna al partito. Poi è andata come è andata. Civati ha fondato Possibile, è uscito. Schlein pure, ed è oggi vicepresidente della regione Emilia. Puppato non è stata rieletta. Bersani si dimise dalla segreteria, proprio come Zingaretti, Epifani fu reggente. La “reggenza”. Tre, sono stati, nella storia recente: Orfini Epifani e Martina. Oggi s’avanza Roberta Pinotti, per interposto Franceschini. Aprire porte e finestre, far circolare l’aria — chiedono sei delle seimila sardine, nessuna delle quali tuttavia interna al partito. «C’è un tappo che va fatto saltare», dicono da fuori. Auguri. Orlando, Guerini e Franceschini, capicorrente, sono saldi al governo. Renzi, ex segretario e presidente del Consiglio, ha fondato un altro partito ma governa intanto i gruppi parlamentari di quello vecchio. È un pochino complicata, la partita, ma coraggio: «Se il Pd non va al popolo il popolo deve andare al Pd», dice convinta una sardina. Non siate scettici. Qualcuno ogni tanto una cosa di sinistra la deve pur dire, pazienza se non è nemmeno iscritto. La base, sfinita, vi guarda.
Ed ecco che a una cert’ora di un giorno qualunque, come ultimamente accade, colpo di scena: sacchi a pelo e magliette rosse calano al Nazareno sei delle seimila (sardine, sempre) a dire che il progetto “Piazza grande” di Nicola Zingaretti non era affatto male, anche Valentina Cuppi la presidente del partito viene da lì, del resto è sindaco di Marzabotto provincia di Bologna, la roccaforte delle Sardine è Bologna, si sa. Vi ricordate il concertone del 19 gennaio 2020? Era un anno fa, sembrano dieci. La Sardine furono decisive per la vittoria di Bonaccini su Borgonzoni, in Emilia. Qui la storia un pochino si complica, bisogna stare attenti: perché allora, un anno fa, le Sardine e le piazze emiliane stracolme che erano capaci di convocare indicavano Stefano Bonaccini come unico argine possibile all’impensabile avvento della Lega, candidata di Salvini Lucia Borgonzoni («Se perdo vado a fare opposizione in consiglio regionale», diceva in quei giorni). Oggi Lucia Borgonzoni non è affatto in consiglio, a Bologna, a fare opposizione: è sottosegretaria alla Cultura in un governo dove Lega e Pd siedono insieme. Insidie della realpolitik. Bonaccini — si dice per conto di Renzi, ma poi vai a sapere — è il contendente in pectore di Zingaretti alla segreteria, ed è a Zingaretti che invece le Sardine si rivolgono con fervore: torniamo allo spirito di Piazza Grande, gli chiedono. Sottigliezze, torniamo alla cronaca.
A mezzogiorno di ieri sei sardine, tamponate assicurano, si presentano davanti alla sede nazionale del Pd pronte a dormirci dentro coi sacchi a pelo e maglie rosse con su scritto «Continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai», verso di quella canzone di De André che viene a chiederci del nostro amore (e che tuttavia dice anche, subito dopo: «Non sono riuscito a cambiarti», accidenti). Sono Mattia Santori e Jasmine Corallo, noti ai talk show, Lorenzo Donnoli, Adriano Dossi, Micol Urtesi, Anna Claudia Petrillo. Andrea Garreffa, ideologo della prima onda, assente per infortunio ma presente in spirito. Hanno deciso di partire il giorno prima, dopo una breve riunione fra i dieci costantemente ancora attivi. Un gesto di coraggio. Nessuno, dicono, hanno avvertito. Zingaretti non sapeva. Del resto neppure lui ha avvisato del post dimissivo. Vengono ricevuti e parlano per ore (quattro) con Valentina Cuppi, la presidente. Poi escono, dichiarano alla stampa. «Il concetto — dice Sartori — è relativamente semplice». Ce la possiamo tutti fare. «Migliaia di persone aspettano da anni di partecipare. Non siamo riusciti in 15 anni, questa ricostruzione ci sarà a prescindere dal Pd, che deve capire se vuole stare dentro o vuole arroccarsi». Vuole stare dentro, assicura Cuppi. Anche Zingaretti, dicono, è lieto. «Bisogna ripartire dalla base» — frase grimaldello: nessuno direbbe mai macché, meglio dai vertici. Ora però un piccolo excursus storico.
OccupyPd, così si è chiamato il flash mob, ha precedenti. Nasce con Pippo Civati nel 2011, Renzi era alla seconda Leopolda, c’era il governo Monti. Bersani voleva andare a votare, ma lo convinsero che Monti era meglio. Analogie col presente a iosa. Cresce, Occupy Pd, nel 2013: dopo il tradimento di 101 che affossarono la candidatura di Prodi al Quirinale. Pippo Civati e Laura Puppato, entrambi dirigenti del partito, insieme a Elly Schlein lanciarono un’Opa ostile “dall’interno”. Per sei mesi Civati chiese chi fossero i 101. Schlein regalò a Prodi la maglietta “Siamo più di 101”, sorrisi larghi di entrambi. Era una dissidenza interna al partito. Poi è andata come è andata. Civati ha fondato Possibile, è uscito. Schlein pure, ed è oggi vicepresidente della regione Emilia. Puppato non è stata rieletta. Bersani si dimise dalla segreteria, proprio come Zingaretti, Epifani fu reggente. La “reggenza”. Tre, sono stati, nella storia recente: Orfini Epifani e Martina. Oggi s’avanza Roberta Pinotti, per interposto Franceschini. Aprire porte e finestre, far circolare l’aria — chiedono sei delle seimila sardine, nessuna delle quali tuttavia interna al partito. «C’è un tappo che va fatto saltare», dicono da fuori. Auguri. Orlando, Guerini e Franceschini, capicorrente, sono saldi al governo. Renzi, ex segretario e presidente del Consiglio, ha fondato un altro partito ma governa intanto i gruppi parlamentari di quello vecchio. È un pochino complicata, la partita, ma coraggio: «Se il Pd non va al popolo il popolo deve andare al Pd», dice convinta una sardina. Non siate scettici. Qualcuno ogni tanto una cosa di sinistra la deve pur dire, pazienza se non è nemmeno iscritto. La base, sfinita, vi guarda.