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8 marzo, per un welfare femminile

Serve un sistema che assicuri la conquista della libertà da compagni gelosi o violenti, elimini le asimmetrie nella divisione dei compiti familiari, incentivi le strutture sociali di supporto ai gravosi compiti delle donne che lavorano, si occupano della famiglia e allevano i figli

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Ci sono dati che la statistica elabora e sono impressionanti: un femminicidio ogni tre giorni dall'inizio dell'anno; una percentuale di donne che hanno perso il lavoro nel periodo della pandemia pari al 98% su un totale di 101 mila nuovi disoccupati; un aumento esponenziale dei casi di violenza nel periodo del lockdown, con il 73% di chiamate in più al numero antiviolenza; un aumento dell'11% delle denunzie per maltrattamenti.

Ma c'è un numero oscuro ancor più impressionante, fatto di donne che nascondono violenze quotidiane, che si ingegnano per affrontare spese domestiche in un rapporto coniugale alterato dalla dipendenza economica, che hanno dovuto cedere al marito o ai figli il computer di casa sacrificando per sé ogni possibilità di smart working. Tutto ciò sottende un dato comune: la perdurante difficoltà delle donne di raggiungere la piena parità di posizioni.

Nel femminicidio, il più grave dei fenomeni elencati, viene in evidenza la difficoltà della donna nel riconquistare la propria libertà decisionale quando avvia un percorso di separazione, cioè nel riconoscimento di un diritto. Negli episodi di violenza reiterata si aggiunge la difficoltà della donna di rendere effettive le tutele che la legge appresta attraverso specifiche norme anti-stalking. Nel campo del lavoro, le donne sono state definite "vittime sacrificali", perché impiegate nei settori più in crisi, con contratti che danno poca sicurezza e stabilità, nonostante che il blocco dei licenziamenti dovrebbe tutelarle.

Tre fenomeni accomunati dallo stesso problema: le leggi ci sono, ma la loro piena attuazione è stata impedita da carenze di mezzi. Le infrastrutture sociali, le istituzioni educative, le iniziative di specializzazione degli operatori che trattano i casi di violenza e di sfruttamento nel lavoro, i centri antiviolenza e le case rifugio per le vittime di più gravi forme di aggressione, cioè i presìdi di prevenzione più efficaci, non hanno ricevuto risorse economiche sufficienti.

Se dunque pensiamo che salvare la vita di una donna, evitarle il calvario di sofferenze reiterate negli anni, consentirle di ottenere un lavoro sicuro e dignitoso, rappresenti il minimo comun denominatore di una cultura rispettosa dei diritti delle donne, dobbiamo consolidare un vero e proprio sistema di welfare femminile. Un sistema che, ben prima della conquista del potere, assicuri la conquista della libertà di lasciare un marito o un compagno gelosi o violenti, elimini le asimmetrie nella divisione dei compiti familiari, incentivi le strutture sociali di supporto ai gravosi compiti delle donne che lavorano, si occupano della famiglia e allevano i figli.

Alcuni esempi virtuosi si ritrovano già qualche secolo addietro, impersonati da straordinarie donne imprenditrici. È il caso di Donna Franca Florio, nota per la sua attenzione al sociale. Fu lei a volere che nella Tonnara di Favignana fosse allestito un asilo in cui le donne lavoratrici potevano lasciare in custodia i figli. A distanza di circa 200 anni sono rare le iniziative imprenditoriali simili, né lo Stato riesce a garantire per le madri iscrizioni all'asilo dei figli più piccoli. Solo partendo da queste piattaforme "minime" ma importanti si può garantire alle donne un inizio di carriera che consenta di investire nel lavoro le energie necessarie a crescere, senza sottrarle ai figli e alla famiglia.

Ma queste piattaforme, come i tanti altri mezzi di supporto al merito spesso nascosto delle donne, sono costosi e le risorse insufficienti. Perché allora non inserire nel Recovery Plan un progetto di welfare femminile che parta dalla emersione dei problemi affrontati dalle donne nel corso della pandemia? Un progetto che alimenti la possibilità di superare situazioni di soggezione, di liberare le proprie energie, di sprigionare la propria forza di ideazione. Sarebbe un bel modo per festeggiare l'8 marzo non solo con le mimose e i discorsi, ma con un intervento che metta davvero donne e uomini sugli stessi blocchi di partenza.

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