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Papa Francesco in Iraq (ansa)

Iraq, la forza umile di Papa Francesco

Grazie al pontefice, da un ateo, per le sue parole
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Le sue parole sono state altrettanti antidoti. È sempre male odiare, uccidere o fare la guerra in nome di Dio, ha detto il Papa. La speranza, ha aggiunto, non potrà essere mai spenta dal sangue sparso da coloro che si sono fatti gioco del nome di Dio. La fraternità, ha detto ancora, è più duratura del fratricidio, la speranza è più forte dell'odio, la pace è più potente della guerra.

In qualsiasi altro luogo, quelle parole sarebbero state scontate e svuotate di significato da duemila anni di rituali. Ma sono state pronunciate in Iraq, e dietro ciascuna di quelle parole si udivano i singhiozzi assordanti delle vittime di Saddam, della guerra tra Iraq e Iran, della prima guerra contro l'Iraq, delle nuvole chimiche sprigionate sui villaggi curdi, della seconda guerra contro l'Iraq, degli anni di attentati incessanti contro le scuole e i mercati, e soprattutto dei giustiziati dall'Isis, quel mostruoso "st…
Le sue parole sono state altrettanti antidoti. È sempre male odiare, uccidere o fare la guerra in nome di Dio, ha detto il Papa. La speranza, ha aggiunto, non potrà essere mai spenta dal sangue sparso da coloro che si sono fatti gioco del nome di Dio. La fraternità, ha detto ancora, è più duratura del fratricidio, la speranza è più forte dell'odio, la pace è più potente della guerra.

In qualsiasi altro luogo, quelle parole sarebbero state scontate e svuotate di significato da duemila anni di rituali. Ma sono state pronunciate in Iraq, e dietro ciascuna di quelle parole si udivano i singhiozzi assordanti delle vittime di Saddam, della guerra tra Iraq e Iran, della prima guerra contro l'Iraq, delle nuvole chimiche sprigionate sui villaggi curdi, della seconda guerra contro l'Iraq, degli anni di attentati incessanti contro le scuole e i mercati, e soprattutto dei giustiziati dall'Isis, quel mostruoso "stato islamico" che ha decapitato, squartato, arso vive le sue vittime e reinventato il mercato degli schiavi.

Laggiù, in quella che è stata la culla della civiltà, ma che dopo tanti decenni ha vissuto tutto quello che di più atroce può immaginare e commettere l'uomo, quelle parole hanno avuto senso. In mezzo alle lacrime e alle macerie sono riecheggiate come altrettanti appelli ad amarsi gli uni gli altri, a proteggere i più deboli, a ripudiare l'odio, a perdonare, a un cessate-il-fuoco per vivere insieme nella fraternità dei figli di Dio.

In quella terra intrisa di sangue, le parole di un Papa tanto umile quanto colui di cui ha preso il nome hanno assunto la forza dei comandamenti. Come non capire che Francesco ha rivolto quelle parole - all'improvviso così colme di significato, di impellenza, di ineluttabilità - al mondo, a tutti quanti, e non soltanto all'Iraq?

La distanza aumenta. L'Occidente ferito respinge sempre più l'Oriente dilaniato che, a sua volta, vuole affermarsi contro coloro che con il predominio l'hanno tanto umiliato. Nulla è più indifferibile che scongiurare uno scontro di civiltà. Francesco, grazie. È un ateo che la ringrazia. Grazie, Santo Padre, per essersi dimostrato così magnificamente all'altezza del suo dovere pastorale e per aver detto a tutti gli uomini, nei cinque continenti, all'Islam come alla cristianità, che nulla offende maggiormente Dio come invocarne il nome per seminare odio e spargere sangue.

Grazie per l'intenso faccia a faccia che ha avuto con il grande ayatollah al-Sistani, il più illustre dei dignitari sciiti. Lei vestito di bianco, lui di nero. Il mondo vi ha visti conversare, attenti e deferenti, e la forza di quell'istante non ha e non avrà eguali, proprio come non ha uguali Mosul, capitale irachena dell'Isis, ridotta ora a nient'altro che un ammasso di rovine. Nel cuore della città vecchia sventrata, una pedana semplice e bassa, ricoperta di stoffa rossa, risplendeva come la speranza. Una speranza più forte di qualsiasi altra cosa, ha detto, e la tenerezza del suo sorriso ha avuto la potenza del perdono.

No, non capisco perché i giorni della sua visita in Iraq non abbiamo occupato un posto maggiore nei siti dei grandi giornali e sugli schermi televisivi, perché bisognava proprio essere sordi e ciechi per non sentire e non vedere che quelle sue parole valevano cento contingenti di caschi blu e mille risoluzioni delle Nazioni Unite. Sono soltanto parole, ma perché deve essere un ateo a ricordare che le parole di Cristo convertirono Roma e restano ancora oggi armi senza pari?

(Traduzione di Anna Bissanti)