C'è un solo leader del Partito democratico, tra i pochi in attività e i molti esuli, che da neosegretario potrebbe lavorare alla svolta necessaria ma senza strappi e traumi: si chiama Enrico Letta. Per questo sono andati a cercarlo in tanti in questi giorni, il dimissionario Nicola Zingaretti in testa, e poi il commissario a Bruxelles Paolo Gentiloni, forse il compagno di partito con il quale Letta ha più a lungo parlato al telefono, e senz'altro, tra i più decisi a convincerlo, Dario Franceschini, che con l'ex presidente del Consiglio condivide una militanza cominciata con i calzoni corti tra i giovani democristiani, anche se uno dei loro ultimi incontri nel gennaio 2014, poco prima che Letta fosse cacciato da Palazzo Chigi per mano del suo stesso partito, finì con una rissa proprio nello studio dell'allora presidente del Consiglio: mancò poco che una risma di carta lanciata da un furioso Letta colpisse Franceschini, che nel f…
C'è un solo leader del Partito democratico, tra i pochi in attività e i molti esuli, che da neosegretario potrebbe lavorare alla svolta necessaria ma senza strappi e traumi: si chiama Enrico Letta. Per questo sono andati a cercarlo in tanti in questi giorni, il dimissionario Nicola Zingaretti in testa, e poi il commissario a Bruxelles Paolo Gentiloni, forse il compagno di partito con il quale Letta ha più a lungo parlato al telefono, e senz'altro, tra i più decisi a convincerlo, Dario Franceschini, che con l'ex presidente del Consiglio condivide una militanza cominciata con i calzoni corti tra i giovani democristiani, anche se uno dei loro ultimi incontri nel gennaio 2014, poco prima che Letta fosse cacciato da Palazzo Chigi per mano del suo stesso partito, finì con una rissa proprio nello studio dell'allora presidente del Consiglio: mancò poco che una risma di carta lanciata da un furioso Letta colpisse Franceschini, che nel frattempo aveva sposato i piani di Renzi. Altri tempi. Altro giro.
Al di là dell'esperienza e dell'autorevolezza, Letta ha un vantaggio siderale rispetto a qualsiasi altro aspirante alla carica di segretario. Garantisce chi, come Zingaretti, confida in una successione che non butti a mare l'investimento politico della stagione precedente: l'intesa con il M5S a guida Conte. Rassicura chi, come Gentiloni, spera in Letta soprattutto perché lo considera il segretario ideale per svegliare il Pd dal suo sonnambulismo di governo, che ha reso i dem quasi ospiti in un esecutivo del quale, in teoria, con Draghi premier dovrebbero essere il motore programmatico.
L'assenza di iniziativa del Pd, a tratti persino l'ostilità di alcuni suoi settori verso il nuovo governo, forse inconsciamente ancora considerato l'usurpatore del precedente e il prodotto del machiavellismo renziano, rischia di essere l'innesco di un circolo vizioso: l'alleanza con il M5S ha senso solo se il Pd è il traino riformista e ideologico dell'intesa, ma se il contributo dem all'azione di governo è impalpabile, manca la base stessa sulla quale costruire l'egemonia. Il vuoto rischia di essere riempito dal grillismo riverniciato di Conte, con effetti anche sui rapporti di forza elettorali e quindi sulla composizione chimica della coalizione giallorossa: più populismo e meno sinistra riformista.
Letta può invece provare a tenere insieme la costruzione di un nuovo campo progressista da una parte e un impulso convinto all'agenda Draghi dall'altra, due spinte in contraddizione solo se viste con la lente ideologica di certi talebani sedicenti liberali, gli stessi che considerano appestato il Pd per i suoi rapporti con il M5S mentre sognano fusioni con Forza Italia da anni soggiogata alla primazia sovranista di Salvini e Meloni. Letta può riuscire nell'impresa per formazione culturale, lui allievo prediletto di Beniamino Andreatta, il vero ideologo dell'ulivismo se inteso come necessità di costruzione di una casa comune dei progressisti, più ampia e accogliente delle vecchie parrocchie ideologiche, e anche per curriculum professionale, perché le sue competenze economiche sono la base ideale per dialogare senza complessi e senza riserve con un governo presieduto da una personalità come Draghi.
Certo, risollevare il Pd è un'impresa veramente difficile. Stiamo parlando di un partito che, di fatto, non è mai nato e che ha equivocato fin dall'inizio sulla sua natura post ideologica: doveva essere la chiave per attrarre voti da ogni parte ed è diventata la via migliore per scontentare tutti, per primi molti dei propri elettori storici o potenziali. Letta sa di non avere molte armi per contrastare lo strapotere delle correnti. Di più, è consapevole che corre il rischio di fare loro da paravento, scongiurando il default del partito e garantendo alle fazioni di continuare il business politico: l'occupazione di potere senza più rappresentanza di interessi, quantomeno non quelli degni di un grande partito della famiglia socialista europea.
Ma l'unica arma a disposizione di Letta, se accetterà, è proprio quella del governo e dell'azione parlamentare sulle riforme istituzionali: è solo lasciando un segno concreto in questi ultimi due anni di legislatura che il Pd può rimettersi in marcia.
Al di là dell'esperienza e dell'autorevolezza, Letta ha un vantaggio siderale rispetto a qualsiasi altro aspirante alla carica di segretario. Garantisce chi, come Zingaretti, confida in una successione che non butti a mare l'investimento politico della stagione precedente: l'intesa con il M5S a guida Conte. Rassicura chi, come Gentiloni, spera in Letta soprattutto perché lo considera il segretario ideale per svegliare il Pd dal suo sonnambulismo di governo, che ha reso i dem quasi ospiti in un esecutivo del quale, in teoria, con Draghi premier dovrebbero essere il motore programmatico.
L'assenza di iniziativa del Pd, a tratti persino l'ostilità di alcuni suoi settori verso il nuovo governo, forse inconsciamente ancora considerato l'usurpatore del precedente e il prodotto del machiavellismo renziano, rischia di essere l'innesco di un circolo vizioso: l'alleanza con il M5S ha senso solo se il Pd è il traino riformista e ideologico dell'intesa, ma se il contributo dem all'azione di governo è impalpabile, manca la base stessa sulla quale costruire l'egemonia. Il vuoto rischia di essere riempito dal grillismo riverniciato di Conte, con effetti anche sui rapporti di forza elettorali e quindi sulla composizione chimica della coalizione giallorossa: più populismo e meno sinistra riformista.
Letta può invece provare a tenere insieme la costruzione di un nuovo campo progressista da una parte e un impulso convinto all'agenda Draghi dall'altra, due spinte in contraddizione solo se viste con la lente ideologica di certi talebani sedicenti liberali, gli stessi che considerano appestato il Pd per i suoi rapporti con il M5S mentre sognano fusioni con Forza Italia da anni soggiogata alla primazia sovranista di Salvini e Meloni. Letta può riuscire nell'impresa per formazione culturale, lui allievo prediletto di Beniamino Andreatta, il vero ideologo dell'ulivismo se inteso come necessità di costruzione di una casa comune dei progressisti, più ampia e accogliente delle vecchie parrocchie ideologiche, e anche per curriculum professionale, perché le sue competenze economiche sono la base ideale per dialogare senza complessi e senza riserve con un governo presieduto da una personalità come Draghi.
Certo, risollevare il Pd è un'impresa veramente difficile. Stiamo parlando di un partito che, di fatto, non è mai nato e che ha equivocato fin dall'inizio sulla sua natura post ideologica: doveva essere la chiave per attrarre voti da ogni parte ed è diventata la via migliore per scontentare tutti, per primi molti dei propri elettori storici o potenziali. Letta sa di non avere molte armi per contrastare lo strapotere delle correnti. Di più, è consapevole che corre il rischio di fare loro da paravento, scongiurando il default del partito e garantendo alle fazioni di continuare il business politico: l'occupazione di potere senza più rappresentanza di interessi, quantomeno non quelli degni di un grande partito della famiglia socialista europea.
Ma l'unica arma a disposizione di Letta, se accetterà, è proprio quella del governo e dell'azione parlamentare sulle riforme istituzionali: è solo lasciando un segno concreto in questi ultimi due anni di legislatura che il Pd può rimettersi in marcia.