Recovery e pubblica amministrazione, la montagna della burocrazia
di Sergio Rizzo , di Sergio RizzoSe il nostro settore pubblico è così inefficiente le organizzazioni sindacali non possono chiamarsi fuori
Nel Paese della burocrazia non t'aspetti un presidente del Consiglio che affronta i sindacati del pubblico impiego per andare dritto al nocciolo del problema. Nessuno prima di lui. Ma il nuovo inquilino di Palazzo Chigi Mario Draghi non poteva certo smentire sé stesso.
Correva l'anno 2011 quando l'allora presidente in pectore della Banca centrale europea firmava con il suo predecessore Jean-Claude Trichet la lettera a un governo italiano soffocato dallo spread. Lettera nella quale "incoraggiava" Silvio Berlusconi "a prendere immediatamente misure" per riformare una pubblica amministrazione obesa e ingolfata. Per paradosso il ministro competente era allora lo stesso di oggi, e avrebbe lasciato di lì a poco con l'arrivo di Mario Monti.
Dieci anni dopo quell'"incoraggiamento" ha prodotto zero risultati. La situazione è semmai peggiorata, e drammaticamente durante la pandemia con interi pezzi dello Stato paralizzati …
Correva l'anno 2011 quando l'allora presidente in pectore della Banca centrale europea firmava con il suo predecessore Jean-Claude Trichet la lettera a un governo italiano soffocato dallo spread. Lettera nella quale "incoraggiava" Silvio Berlusconi "a prendere immediatamente misure" per riformare una pubblica amministrazione obesa e ingolfata. Per paradosso il ministro competente era allora lo stesso di oggi, e avrebbe lasciato di lì a poco con l'arrivo di Mario Monti.
Dieci anni dopo quell'"incoraggiamento" ha prodotto zero risultati. La situazione è semmai peggiorata, e drammaticamente durante la pandemia con interi pezzi dello Stato paralizzati …
Nel Paese della burocrazia non t'aspetti un presidente del Consiglio che affronta i sindacati del pubblico impiego per andare dritto al nocciolo del problema. Nessuno prima di lui. Ma il nuovo inquilino di Palazzo Chigi Mario Draghi non poteva certo smentire sé stesso.
Correva l'anno 2011 quando l'allora presidente in pectore della Banca centrale europea firmava con il suo predecessore Jean-Claude Trichet la lettera a un governo italiano soffocato dallo spread. Lettera nella quale "incoraggiava" Silvio Berlusconi "a prendere immediatamente misure" per riformare una pubblica amministrazione obesa e ingolfata. Per paradosso il ministro competente era allora lo stesso di oggi, e avrebbe lasciato di lì a poco con l'arrivo di Mario Monti.
Dieci anni dopo quell'"incoraggiamento" ha prodotto zero risultati. La situazione è semmai peggiorata, e drammaticamente durante la pandemia con interi pezzi dello Stato paralizzati (la giustizia), mentre l'efficienza degli uffici spesso crollava verticalmente. Senza peraltro che i redditi dei dipendenti pubblici, a differenza dei lavoratori privati, ne abbiano minimamente risentito visto che nel settore pubblico non esiste la cassa integrazione.
Quindi Draghi ha deciso di prendere direttamente il toro per le corna. Se il nostro settore pubblico è così inefficiente le organizzazioni sindacali non possono chiamarsi fuori. Hanno rosicchiato fette di potere sempre più grosse, fino a snaturare del tutto, in molti casi, il proprio ruolo. In alcune strutture pubbliche i sindacati sono arrivati, nei fatti, a decidere gli incarichi dirigenziali. Succede regolarmente all'Inps. Nelle imprese pubbliche il gradimento sindacale è stato a lungo talvolta essenziale per i manager chiamati a gestirle, come Poste italiane. Basta dire che la più grande società pubblica italiana, con 130 mila dipendenti, è stata presieduta per sei anni dal segretario del sindacato postelegrafonici.
Nel lavoro pubblico il salario variabile è una favola. E vige ancora, a dispetto dei roboanti annunci di riforme fatti negli ultimi anni, il principio dell'inamovibilità. Senza considerare le incrostazioni che si sono prodotte. Va ricordata la sorpresa di Romano Prodi quando nel 2006 si mise in testa di aprire il dossier dell'inefficienza della burocrazia, e scoprì una cosa di cui ignorava l'esistenza. Cioè l'indennità di presenza: una fettina dello stipendio corrisposta al dipendente pubblico per il solo fatto di presentarsi al lavoro.
Questo per dire che non sarà facile nemmeno per Draghi dare un seguito al suo stesso "incoraggiamento" di dieci anni fa. Davanti a sé ha una montagna di scorie da smaltire cortesemente lasciatagli dai suoi predecessori. E poco tempo: il buon uso dei fondi del Recovery plan dipende, e non poco, dall'efficienza della pubblica amministrazione. Ma per sperare in qualche risultato concreto, anziché rifugiarsi nelle solite chiacchiere inconcludenti di altri prima di lui, non poteva che partire da qua. Guardando bene negli occhi i sindacati.
Anche se questo non basterà. Molte altre cose sono da rivedere. Regole astruse, procedure borboniche, banche dati che non comunicano, tecnologie obsolete affidate a personale impreparato. E dirigenti, troppi rispetto agli altri Paesi sviluppati, non sempre all'altezza. Pure lì occorrerebbe mettere mano in fretta.
Per non parlare del gradino superiore, quello dei poliburocrati che affollano gli uffici di diretta collaborazione. Sono loro, consiglieri e avvocati di Stato, magistrati e funzionari parlamentari fuori ruolo, che comandano nei ministeri e scrivono leggi e decreti: gran parte dei quali, come si è visto durante la pandemia, incomprensibili e inattuati perché privi dei provvedimenti attuativi che loro stessi dovrebbero scrivere. Altri, a cominciare dal decreto semplificazioni, pieni di norme sbagliate e inefficaci.
Il germe della follia burocratica è proprio qui dentro. Il fatto è che gli attuali poliburocrati del governo Draghi sono quasi tutti gli stessi di prima. Ossia i medesimi autori di quelle poco edificanti esibizioni giuridiche. E questo, spiace dirlo, non è un bel segnale.
Correva l'anno 2011 quando l'allora presidente in pectore della Banca centrale europea firmava con il suo predecessore Jean-Claude Trichet la lettera a un governo italiano soffocato dallo spread. Lettera nella quale "incoraggiava" Silvio Berlusconi "a prendere immediatamente misure" per riformare una pubblica amministrazione obesa e ingolfata. Per paradosso il ministro competente era allora lo stesso di oggi, e avrebbe lasciato di lì a poco con l'arrivo di Mario Monti.
Dieci anni dopo quell'"incoraggiamento" ha prodotto zero risultati. La situazione è semmai peggiorata, e drammaticamente durante la pandemia con interi pezzi dello Stato paralizzati (la giustizia), mentre l'efficienza degli uffici spesso crollava verticalmente. Senza peraltro che i redditi dei dipendenti pubblici, a differenza dei lavoratori privati, ne abbiano minimamente risentito visto che nel settore pubblico non esiste la cassa integrazione.
Quindi Draghi ha deciso di prendere direttamente il toro per le corna. Se il nostro settore pubblico è così inefficiente le organizzazioni sindacali non possono chiamarsi fuori. Hanno rosicchiato fette di potere sempre più grosse, fino a snaturare del tutto, in molti casi, il proprio ruolo. In alcune strutture pubbliche i sindacati sono arrivati, nei fatti, a decidere gli incarichi dirigenziali. Succede regolarmente all'Inps. Nelle imprese pubbliche il gradimento sindacale è stato a lungo talvolta essenziale per i manager chiamati a gestirle, come Poste italiane. Basta dire che la più grande società pubblica italiana, con 130 mila dipendenti, è stata presieduta per sei anni dal segretario del sindacato postelegrafonici.
Nel lavoro pubblico il salario variabile è una favola. E vige ancora, a dispetto dei roboanti annunci di riforme fatti negli ultimi anni, il principio dell'inamovibilità. Senza considerare le incrostazioni che si sono prodotte. Va ricordata la sorpresa di Romano Prodi quando nel 2006 si mise in testa di aprire il dossier dell'inefficienza della burocrazia, e scoprì una cosa di cui ignorava l'esistenza. Cioè l'indennità di presenza: una fettina dello stipendio corrisposta al dipendente pubblico per il solo fatto di presentarsi al lavoro.
Questo per dire che non sarà facile nemmeno per Draghi dare un seguito al suo stesso "incoraggiamento" di dieci anni fa. Davanti a sé ha una montagna di scorie da smaltire cortesemente lasciatagli dai suoi predecessori. E poco tempo: il buon uso dei fondi del Recovery plan dipende, e non poco, dall'efficienza della pubblica amministrazione. Ma per sperare in qualche risultato concreto, anziché rifugiarsi nelle solite chiacchiere inconcludenti di altri prima di lui, non poteva che partire da qua. Guardando bene negli occhi i sindacati.
Anche se questo non basterà. Molte altre cose sono da rivedere. Regole astruse, procedure borboniche, banche dati che non comunicano, tecnologie obsolete affidate a personale impreparato. E dirigenti, troppi rispetto agli altri Paesi sviluppati, non sempre all'altezza. Pure lì occorrerebbe mettere mano in fretta.
Per non parlare del gradino superiore, quello dei poliburocrati che affollano gli uffici di diretta collaborazione. Sono loro, consiglieri e avvocati di Stato, magistrati e funzionari parlamentari fuori ruolo, che comandano nei ministeri e scrivono leggi e decreti: gran parte dei quali, come si è visto durante la pandemia, incomprensibili e inattuati perché privi dei provvedimenti attuativi che loro stessi dovrebbero scrivere. Altri, a cominciare dal decreto semplificazioni, pieni di norme sbagliate e inefficaci.
Il germe della follia burocratica è proprio qui dentro. Il fatto è che gli attuali poliburocrati del governo Draghi sono quasi tutti gli stessi di prima. Ossia i medesimi autori di quelle poco edificanti esibizioni giuridiche. E questo, spiace dirlo, non è un bel segnale.