C'è un nesso fra la crisi del Pd e quella del Csm? C'è un rapporto fra l'espulsione di Palamara dalla magistratura e l'autoespulsione di Zingaretti dalla segreteria del suo partito? C'è insomma un unico antefatto, una causa generale? Sì che c'è, e c'è pure il suo nome: "corrente".
Per i vocabolari, si tratta d'un movimento o indirizzo culturale; ma le correnti politiche e giudiziarie hanno ben poco a che spartire con la filosofia o con l'arte, con la corrente neoplatonica del III secolo o con la corrente surrealista del secolo scorso. Sono piuttosto lobby, cricche, camarille. Al servizio dei propri affiliati, non di un ideale. Anche se contraffatte con nomi suadenti: la democrazia, le riforme, l'indipendenza, la giustizia. Ma in realtà impegnate in una guerra per bande, fra eserciti nemici che però indossano la medesima divisa. Il bottino? La prossima nomina in un ufficio giudizia…
Per i vocabolari, si tratta d'un movimento o indirizzo culturale; ma le correnti politiche e giudiziarie hanno ben poco a che spartire con la filosofia o con l'arte, con la corrente neoplatonica del III secolo o con la corrente surrealista del secolo scorso. Sono piuttosto lobby, cricche, camarille. Al servizio dei propri affiliati, non di un ideale. Anche se contraffatte con nomi suadenti: la democrazia, le riforme, l'indipendenza, la giustizia. Ma in realtà impegnate in una guerra per bande, fra eserciti nemici che però indossano la medesima divisa. Il bottino? La prossima nomina in un ufficio giudizia…
C'è un nesso fra la crisi del Pd e quella del Csm? C'è un rapporto fra l'espulsione di Palamara dalla magistratura e l'autoespulsione di Zingaretti dalla segreteria del suo partito? C'è insomma un unico antefatto, una causa generale? Sì che c'è, e c'è pure il suo nome: "corrente".
Per i vocabolari, si tratta d'un movimento o indirizzo culturale; ma le correnti politiche e giudiziarie hanno ben poco a che spartire con la filosofia o con l'arte, con la corrente neoplatonica del III secolo o con la corrente surrealista del secolo scorso. Sono piuttosto lobby, cricche, camarille. Al servizio dei propri affiliati, non di un ideale. Anche se contraffatte con nomi suadenti: la democrazia, le riforme, l'indipendenza, la giustizia. Ma in realtà impegnate in una guerra per bande, fra eserciti nemici che però indossano la medesima divisa. Il bottino? La prossima nomina in un ufficio giudiziario, se sei un magistrato. Oppure un seggio alle prossime elezioni, e magari uno sgabello da sottosegretario.
Questa malattia degenerativa è il veleno della democrazia, eppure si giustifica in suo nome, s'appella al pluralismo democratico. Invece ci ha recato in dono un'oligarchia di ferro: i signori delle tessere, il cui reciproco potere dipende dal pacchetto di voti che ha ciascuno. Ma la malattia non è figlia della Costituzione. Non c'erano correnti, difatti, in seno alle istituzioni edificate nell'immediato dopoguerra. S'affermano piuttosto nei tardi anni Cinquanta, sia nell'ordine giudiziario, sia in quello politico. Nel primo caso esordisce Terzo potere, che poi ottiene la leadership dell'Associazione nazionale magistrati. Nel secondo caso, debutta nella Dc Iniziativa democratica, guidata da Fanfani.
Tuttavia erano creature diverse rispetto a quelle che s'aggirano nel nostro paesaggio disastrato. Terzo potere diede voce ai pretori rispetto all'alta magistratura dei consiglieri di Cassazione. Quanto ai partiti, nella Democrazia cristiana le correnti erano espressione di ceti sociali, nel Partito comunista d'opposte vedute programmatiche. E per lo più non si distinguevano per il nome del loro Gran Capo, come succede adesso. La Dc generò i Dorotei, Forze nuove, Base, Alleanza popolare. Nel Pci albergavano a sinistra il Manifesto, a destra i Miglioristi.
Ma quali sono, adesso, le ragioni ideali che dividono le sette correnti del Partito democratico o le cinque correnti giudiziarie? Quali valori oppongono Orlando e Franceschini, Orfini e Guerini? Mistero della fede. Sappiamo soltanto che le correnti proliferano, ormai, come conigli. E che periodicamente ne viene decretato il funerale, però ogni volta la salma fugge dalla bara. Nel 2013, quando Renzi vinse le primarie del Pd, dichiarò che avrebbe sciolto le correnti, a cominciare dai renziani. Otto anni dopo quella corrente è divenuta un partito, mentre gli ex renziani formano l'ennesima corrente del suo ex partito. Ingaggiando una battaglia in maschera contro l'investitura di Enrico Letta alla sua guida, perché il voto da remoto non offre garanzie di sicurezza, perché non coinvolge la "ggente", ma in realtà perché temono di perdere posti e potere.
Questo fenomeno, e i suoi molti vestali, esprimono una caricatura della democrazia. D'altronde non è affatto democratica nemmeno la sua regola di funzionamento, naturalmente anch'essa occulta, inconfessata: la cooptazione. Che dal Rinascimento in poi è stata espulsa dalle tecniche d'investitura, sostituita dal modello elettorale. Ma che continua a governare il reclutamento su base correntizia, attraverso la scelta dei nuovi dirigenti per mano dei vecchi. Da qui il servilismo verso il capocorrente, la continuità dei gruppi di comando, il suk delle nomine negli uffici giudiziari, l'obbedienza anziché la competenza nella distribuzione dei ruoli di governo.
Per rompere questo circolo vizioso, non serve una Costituzione tutta nuova, bensì nuove norme d'attuazione dei principi costituzionali. Quanto alle correnti giudiziarie, attraverso un sorteggio pilotato fra i magistrati più laboriosi, per designare i 16 togati del Csm. Quanto alle correnti di partito, regolando per legge le primarie, e in generale la democrazia della loro vita interna. Ma regolando anche i quattrini, come no. Dopotutto, a ogni corrente interessa il proprio conto corrente.
Per i vocabolari, si tratta d'un movimento o indirizzo culturale; ma le correnti politiche e giudiziarie hanno ben poco a che spartire con la filosofia o con l'arte, con la corrente neoplatonica del III secolo o con la corrente surrealista del secolo scorso. Sono piuttosto lobby, cricche, camarille. Al servizio dei propri affiliati, non di un ideale. Anche se contraffatte con nomi suadenti: la democrazia, le riforme, l'indipendenza, la giustizia. Ma in realtà impegnate in una guerra per bande, fra eserciti nemici che però indossano la medesima divisa. Il bottino? La prossima nomina in un ufficio giudiziario, se sei un magistrato. Oppure un seggio alle prossime elezioni, e magari uno sgabello da sottosegretario.
Questa malattia degenerativa è il veleno della democrazia, eppure si giustifica in suo nome, s'appella al pluralismo democratico. Invece ci ha recato in dono un'oligarchia di ferro: i signori delle tessere, il cui reciproco potere dipende dal pacchetto di voti che ha ciascuno. Ma la malattia non è figlia della Costituzione. Non c'erano correnti, difatti, in seno alle istituzioni edificate nell'immediato dopoguerra. S'affermano piuttosto nei tardi anni Cinquanta, sia nell'ordine giudiziario, sia in quello politico. Nel primo caso esordisce Terzo potere, che poi ottiene la leadership dell'Associazione nazionale magistrati. Nel secondo caso, debutta nella Dc Iniziativa democratica, guidata da Fanfani.
Tuttavia erano creature diverse rispetto a quelle che s'aggirano nel nostro paesaggio disastrato. Terzo potere diede voce ai pretori rispetto all'alta magistratura dei consiglieri di Cassazione. Quanto ai partiti, nella Democrazia cristiana le correnti erano espressione di ceti sociali, nel Partito comunista d'opposte vedute programmatiche. E per lo più non si distinguevano per il nome del loro Gran Capo, come succede adesso. La Dc generò i Dorotei, Forze nuove, Base, Alleanza popolare. Nel Pci albergavano a sinistra il Manifesto, a destra i Miglioristi.
Ma quali sono, adesso, le ragioni ideali che dividono le sette correnti del Partito democratico o le cinque correnti giudiziarie? Quali valori oppongono Orlando e Franceschini, Orfini e Guerini? Mistero della fede. Sappiamo soltanto che le correnti proliferano, ormai, come conigli. E che periodicamente ne viene decretato il funerale, però ogni volta la salma fugge dalla bara. Nel 2013, quando Renzi vinse le primarie del Pd, dichiarò che avrebbe sciolto le correnti, a cominciare dai renziani. Otto anni dopo quella corrente è divenuta un partito, mentre gli ex renziani formano l'ennesima corrente del suo ex partito. Ingaggiando una battaglia in maschera contro l'investitura di Enrico Letta alla sua guida, perché il voto da remoto non offre garanzie di sicurezza, perché non coinvolge la "ggente", ma in realtà perché temono di perdere posti e potere.
Questo fenomeno, e i suoi molti vestali, esprimono una caricatura della democrazia. D'altronde non è affatto democratica nemmeno la sua regola di funzionamento, naturalmente anch'essa occulta, inconfessata: la cooptazione. Che dal Rinascimento in poi è stata espulsa dalle tecniche d'investitura, sostituita dal modello elettorale. Ma che continua a governare il reclutamento su base correntizia, attraverso la scelta dei nuovi dirigenti per mano dei vecchi. Da qui il servilismo verso il capocorrente, la continuità dei gruppi di comando, il suk delle nomine negli uffici giudiziari, l'obbedienza anziché la competenza nella distribuzione dei ruoli di governo.
Per rompere questo circolo vizioso, non serve una Costituzione tutta nuova, bensì nuove norme d'attuazione dei principi costituzionali. Quanto alle correnti giudiziarie, attraverso un sorteggio pilotato fra i magistrati più laboriosi, per designare i 16 togati del Csm. Quanto alle correnti di partito, regolando per legge le primarie, e in generale la democrazia della loro vita interna. Ma regolando anche i quattrini, come no. Dopotutto, a ogni corrente interessa il proprio conto corrente.