Covid e istituzioni, l'importanza di decidere
di Guido Alfani , di Guido AlfaniLa conflittualità tra Stato e Regioni costituisce uno dei principali ostacoli a un efficace contrasto alla pandemia in Italia
Un anno fa, quando l'Italia si trovava a prendere decisioni senza precedenti per contrastare la pandemia di Covid 19, giunse inaspettata una buona notizia: Standard Ethics, una società di rating indipendente focalizzata sullo sviluppo sostenibile e sulla responsabilità sociale dei governi, annunciò di aver migliorato il proprio outlook per il nostro Paese. La motivazione addotta era che, nonostante una cronica difficoltà a introdurre riforme e l'elevata instabilità politica degli anni precedenti, nel fronteggiare la crisi l'Italia aveva ritrovato una sostanziale unità d'intenti e un forte senso di solidarietà. Standard Ethics evidenziava l'importanza sistemica della capacità di affrontare assieme almeno le sfide più importanti. In altre parole, nelle giuste condizioni una grave crisi può far emergere comportamenti virtuosi, che poi persistono negli anni successivi. Se invece la gestione della cri…
Un anno fa, quando l'Italia si trovava a prendere decisioni senza precedenti per contrastare la pandemia di Covid 19, giunse inaspettata una buona notizia: Standard Ethics, una società di rating indipendente focalizzata sullo sviluppo sostenibile e sulla responsabilità sociale dei governi, annunciò di aver migliorato il proprio outlook per il nostro Paese. La motivazione addotta era che, nonostante una cronica difficoltà a introdurre riforme e l'elevata instabilità politica degli anni precedenti, nel fronteggiare la crisi l'Italia aveva ritrovato una sostanziale unità d'intenti e un forte senso di solidarietà. Standard Ethics evidenziava l'importanza sistemica della capacità di affrontare assieme almeno le sfide più importanti. In altre parole, nelle giuste condizioni una grave crisi può far emergere comportamenti virtuosi, che poi persistono negli anni successivi. Se invece la gestione della crisi è confusa e inefficace può accadere l'opposto: secondo studi recenti l'Influenza Spagnola del 1918-19 causò un danno duraturo al capitale sociale, e in particolare alla fiducia e alla disponibilità a collaborare, in quei Paesi, quali purtroppo l'Italia, dove la popolazione aveva assistito al collasso delle istituzioni sanitarie e a una diffusione incontrollata dell'infezione.
Uno dei fattori che complicarono il contenimento della Spagnola fu senz'altro lo stato di guerra in cui essa ebbe inizio. Al contrario, durante la pandemia di Covid 19 e nonostante alcuni pericolosi tentennamenti iniziali, anche l'Europa nel suo insieme ha saputo trovare un'unità d'intenti. Il Recovery Plan potrebbe segnare un punto di svolta epocale non solo per l'auspicata capacità di colmare rapidamente i danni economici della crisi, ma anche per l'ambizione d'avviare il continente su un diverso e migliore percorso di crescita.
Questo obiettivo, però, potrà essere pienamente raggiunto solo se gli Stati membri dell'Unione, e i suoi singoli cittadini, coltiveranno un approccio più collaborativo, approccio che per il momento abbiamo appena intravisto. È anche in questa prospettiva che le tentazioni di alcuni Stati di abbandonare il coordinamento europeo e andare per la propria strada nella campagna anti Covid destano preoccupazione.
Anche nel nostro Paese l'unità d'intenti è tutto meno che assicurata. Come scrissi in autunno su Repubblica, la conflittualità tra Stato e Regioni costituisce uno dei principali ostacoli a un efficace contrasto alla pandemia in Italia. L'insediamento del governo Draghi, in cui sono rappresentati i partiti da cui provengono sostanzialmente tutti i governatori regionali, ha offerto qualche speranza di archiviare almeno per un po' tale conflittualità. Purtroppo, sta diventando evidente che così non è. Diciamolo con chiarezza: nel corso di una pandemia occorre sapere con esattezza chi prende le decisioni, decisioni che poi non possono essere regolarmente contestate perché altrimenti si genera un dannoso stato di confusione e sospetto reciproco.
La storia della sanità pubblica suggerisce che, in circostanze quali le attuali, le decisioni chiave vanno prese a livello nazionale, se non sovra-nazionale. D'altra parte, le regioni medesime paiono affrontare problemi di coordinamento, visto che non hanno saputo concordare neppure una regola uniforme nella somministrazione dei vaccini: come dimostrato dai molti docenti, residenti in una regione ma occupati in un'altra, rimasti inopinatamente esclusi dalla campagna vaccinale. Il senso di sfiducia nelle istituzioni che questa situazione rischia di generare è qualcosa che il nostro Paese non può permettersi, perché rischia di avere conseguenze negative ben oltre la fine della crisi.
guido.alfani@unibocconi.it
Uno dei fattori che complicarono il contenimento della Spagnola fu senz'altro lo stato di guerra in cui essa ebbe inizio. Al contrario, durante la pandemia di Covid 19 e nonostante alcuni pericolosi tentennamenti iniziali, anche l'Europa nel suo insieme ha saputo trovare un'unità d'intenti. Il Recovery Plan potrebbe segnare un punto di svolta epocale non solo per l'auspicata capacità di colmare rapidamente i danni economici della crisi, ma anche per l'ambizione d'avviare il continente su un diverso e migliore percorso di crescita.
Questo obiettivo, però, potrà essere pienamente raggiunto solo se gli Stati membri dell'Unione, e i suoi singoli cittadini, coltiveranno un approccio più collaborativo, approccio che per il momento abbiamo appena intravisto. È anche in questa prospettiva che le tentazioni di alcuni Stati di abbandonare il coordinamento europeo e andare per la propria strada nella campagna anti Covid destano preoccupazione.
Anche nel nostro Paese l'unità d'intenti è tutto meno che assicurata. Come scrissi in autunno su Repubblica, la conflittualità tra Stato e Regioni costituisce uno dei principali ostacoli a un efficace contrasto alla pandemia in Italia. L'insediamento del governo Draghi, in cui sono rappresentati i partiti da cui provengono sostanzialmente tutti i governatori regionali, ha offerto qualche speranza di archiviare almeno per un po' tale conflittualità. Purtroppo, sta diventando evidente che così non è. Diciamolo con chiarezza: nel corso di una pandemia occorre sapere con esattezza chi prende le decisioni, decisioni che poi non possono essere regolarmente contestate perché altrimenti si genera un dannoso stato di confusione e sospetto reciproco.
La storia della sanità pubblica suggerisce che, in circostanze quali le attuali, le decisioni chiave vanno prese a livello nazionale, se non sovra-nazionale. D'altra parte, le regioni medesime paiono affrontare problemi di coordinamento, visto che non hanno saputo concordare neppure una regola uniforme nella somministrazione dei vaccini: come dimostrato dai molti docenti, residenti in una regione ma occupati in un'altra, rimasti inopinatamente esclusi dalla campagna vaccinale. Il senso di sfiducia nelle istituzioni che questa situazione rischia di generare è qualcosa che il nostro Paese non può permettersi, perché rischia di avere conseguenze negative ben oltre la fine della crisi.
guido.alfani@unibocconi.it