Nello zaino di Letta
di Marco Bentivogli , di Marco BentivogliLe attese dei riformisti
Enrico Letta è stato eletto da un partito che ha cambiato 8 segretari (e reggenti) in 13 anni (e nessuno ha finito il proprio mandato). Il guaio è essere al contempo instabili e incontendibili, cose che nel Pd rischiano di essere tutt’altro che ossimori. Come quelle squadre che cambiano continuamente allenatore e solo l’allenatore. Si cambiano i segretari ma il governo del partito e la scelta dei segretari stessi è nelle mani di eterni capibastone e dei loro accordi. Letta non ha il problema della dicotomia, partiti leaderisti o orizzontali alla Rousseau. Ha da affrontare, subito, la palude dell’oligarchia dei caporali, del potere che non mostra la faccia e che si scanna e si accorda proprio per i posti di governo da dove dare altri posti alle proprie guarnigioni, aggregate solo su quello e con il paravento di qualche contenuto mostrina. Un ceto politico interno che snobba proprio gli incarichi di partito, e fa onore a Letta averlo rimarcato come…
Enrico Letta è stato eletto da un partito che ha cambiato 8 segretari (e reggenti) in 13 anni (e nessuno ha finito il proprio mandato). Il guaio è essere al contempo instabili e incontendibili, cose che nel Pd rischiano di essere tutt’altro che ossimori. Come quelle squadre che cambiano continuamente allenatore e solo l’allenatore. Si cambiano i segretari ma il governo del partito e la scelta dei segretari stessi è nelle mani di eterni capibastone e dei loro accordi. Letta non ha il problema della dicotomia, partiti leaderisti o orizzontali alla Rousseau. Ha da affrontare, subito, la palude dell’oligarchia dei caporali, del potere che non mostra la faccia e che si scanna e si accorda proprio per i posti di governo da dove dare altri posti alle proprie guarnigioni, aggregate solo su quello e con il paravento di qualche contenuto mostrina. Un ceto politico interno che snobba proprio gli incarichi di partito, e fa onore a Letta averlo rimarcato come ruolo essenziale. La distruzione del merito ad opera dei “praticoni” della politica ha ucciso anche ogni passione. L’elezione di Enrico Letta deve essere una scelta di campo. Non può rappresentare una foglia di fico di fronte a un partito che al massimo dà una mano di bianco ai propri uffici. Prima di ripartire dai circoli, Letta guardi il dato di partecipazione al voto dell’ultimo Congresso di ogni circolo e lo confronti con i dati di 14 anni fa. Quando nacque l’Ulivo partì una discussione nel Paese capace di coinvolgere tantissimi, oggi serve ancora mettere insieme quelli che si impegnano con quelli che in questi anni si sono rassegnati. La svolta vera non sono le conferenze tematiche in cui ognuno ripete le cose alle stesse persone ma piuttosto riportare centinaia di migliaia di persone a discutere di prospettive dell’Italia. Di lavoro, di povertà, di innovazione, di ambiente, di scuola, di parità di genere e di come un partito può tornare ad essere ricostruttore di comunità, strumento di protagonismo popolare diffuso. Va superato, invece, il revival ideologico che ultimamente fa da copertura al vuoto valoriale e strategico, che mette in luce un sonnambulismo da cui ci si sveglia con lo scolapasta in testa gridando stupidaggini contro i “neo-liberali”. Poi ci si stupisce che gli elettori del Pd (come dice sapientemente Giorgio Tonini) siano prevalentemente ceti medi urbani che vivono di spesa pubblica.
Un partito progressista non può usare, come nel recente passato il revival quando parla di “lavoro” e persino di digitale. Proprio i 500.000 che han perso il lavoro di cui si parla nella relazione sono quelli esclusi dalle protezioni messe in campo da chi ha un’idea del lavoro del ‘900 e che crede che mandare prima una persona in pensione faccia assumere, per incanto, un giovane. Come dicevano Di Maio e Salvini. Sul patto generazionale, l’identikit dei nuovi poveri sono i giovani a bassa scolarità. Un vero patto intergenerazionale non si fa confermando le politiche degli ultimi anni. Abbiamo il coraggio di spostare le risorse verso i giovani o continuiamo con la demagogia del tutto a tutti? Il gap tra giovani e over 65 su reddito e addirittura su tassi di occupazione aumenta. Questo non è un Paese per anziani. È un Paese per anziani benestanti e in buona salute. E se parliamo di salute, parliamo ai cittadini dimenticati dalla sanità territoriale o a quelle corporazioni di medici di base che han raddoppiato i 6,16 euro per ogni somministrazione in molte regioni o che in una regione hanno chiesto due giorni di ferie per gli insegnanti dopo la somministrazione del vaccino?
Il riformismo fa fare scelte anche impopolari. Dare ragione a tutti vuol dire schierarsi con chi urla e che generalmente è più garantito e tutelato. La verità è sovversiva perché chi la dice rinuncia ad accodarsi. Non stupiamoci della natalità zero. È chiaro che se non cambia la legge elettorale servono alleanze anche tra soggetti diversi. Ma ci si allea su progetti a partire da un’identità chiara. Un’identità chiara, quella sì non si costruisce con gli ossimori: “populismo buono, democratico”. È come “riformismo statalista o liberista”. Essere il motore del governo Draghi vuol dire avere chiaro il perimetro dell’intervento pubblico (come detto al Senato) e non statalizzare le imprese zombie spesso distrutte dalla politica stessa (vedi Ilva e Alitalia). La parola riformista non rappresenta soltanto un metodo, contiene non solo valori di progresso e radicalità delle scelte ma rappresenta una postura politica che Letta ha l’opportunità di incarnare o lo farà qualcun altro fuori dal Pd. Bisogna mettere insieme i riformisti del Paese. Tutti. Non servono partiti personali ma neanche partiti mono-identitari in cui l’unica identità è non avere nessuna identità. Bisogna saper far convivere e cooperare culture politiche diverse come avviene nelle più grandi forze democratiche dell’occidente.
Enrico Letta è una persona seria. Ognuno quando si rimette in cammino, deve prima di tutto rifare lo zaino e sa che deve togliere qualcosa, svuotarlo di rancori che sono pesi inutili e riempirlo di mappe nuove e qualche pasto in più per accogliere chi si deve unire in un grande cammino collettivo. La comunità politica ha bisogno di trovare una direzione di sfida e di senso, ma per farlo, ha soprattutto bisogno di arricchirsi di energie e volti nuovi che diano credibilità a qualsiasi progetto.
Un partito progressista non può usare, come nel recente passato il revival quando parla di “lavoro” e persino di digitale. Proprio i 500.000 che han perso il lavoro di cui si parla nella relazione sono quelli esclusi dalle protezioni messe in campo da chi ha un’idea del lavoro del ‘900 e che crede che mandare prima una persona in pensione faccia assumere, per incanto, un giovane. Come dicevano Di Maio e Salvini. Sul patto generazionale, l’identikit dei nuovi poveri sono i giovani a bassa scolarità. Un vero patto intergenerazionale non si fa confermando le politiche degli ultimi anni. Abbiamo il coraggio di spostare le risorse verso i giovani o continuiamo con la demagogia del tutto a tutti? Il gap tra giovani e over 65 su reddito e addirittura su tassi di occupazione aumenta. Questo non è un Paese per anziani. È un Paese per anziani benestanti e in buona salute. E se parliamo di salute, parliamo ai cittadini dimenticati dalla sanità territoriale o a quelle corporazioni di medici di base che han raddoppiato i 6,16 euro per ogni somministrazione in molte regioni o che in una regione hanno chiesto due giorni di ferie per gli insegnanti dopo la somministrazione del vaccino?
Il riformismo fa fare scelte anche impopolari. Dare ragione a tutti vuol dire schierarsi con chi urla e che generalmente è più garantito e tutelato. La verità è sovversiva perché chi la dice rinuncia ad accodarsi. Non stupiamoci della natalità zero. È chiaro che se non cambia la legge elettorale servono alleanze anche tra soggetti diversi. Ma ci si allea su progetti a partire da un’identità chiara. Un’identità chiara, quella sì non si costruisce con gli ossimori: “populismo buono, democratico”. È come “riformismo statalista o liberista”. Essere il motore del governo Draghi vuol dire avere chiaro il perimetro dell’intervento pubblico (come detto al Senato) e non statalizzare le imprese zombie spesso distrutte dalla politica stessa (vedi Ilva e Alitalia). La parola riformista non rappresenta soltanto un metodo, contiene non solo valori di progresso e radicalità delle scelte ma rappresenta una postura politica che Letta ha l’opportunità di incarnare o lo farà qualcun altro fuori dal Pd. Bisogna mettere insieme i riformisti del Paese. Tutti. Non servono partiti personali ma neanche partiti mono-identitari in cui l’unica identità è non avere nessuna identità. Bisogna saper far convivere e cooperare culture politiche diverse come avviene nelle più grandi forze democratiche dell’occidente.
Enrico Letta è una persona seria. Ognuno quando si rimette in cammino, deve prima di tutto rifare lo zaino e sa che deve togliere qualcosa, svuotarlo di rancori che sono pesi inutili e riempirlo di mappe nuove e qualche pasto in più per accogliere chi si deve unire in un grande cammino collettivo. La comunità politica ha bisogno di trovare una direzione di sfida e di senso, ma per farlo, ha soprattutto bisogno di arricchirsi di energie e volti nuovi che diano credibilità a qualsiasi progetto.