Legge elettorale, il Pd e la nostalgia del Mattarellum
di Stefano Folli , di Stefano FolliAl momento il maggioritario consegnerebbe l'Italia al blocco Lega-FdI-FI e soprattutto al Nord non lascerebbe scampo ai dem e ai loro alleati. Si tratta di recuperare prima il terreno perso
Di tutto ha bisogno l'Italia sofferente per il Covid e piegata dal collasso di intere categorie economiche, tranne che di un'altra sterile discussione sulla legge elettorale. Per meglio dire, la riforma in sé sarebbe necessaria e urgente, ma le idee non sono chiare oggi come non lo erano in passato, salvo rare eccezioni. Il problema è che Enrico Letta deve ancora spiegare dove vuole andare e con quali compagni di viaggio. Nel discorso di domenica 14 marzo qualcosa ha detto, ma non abbastanza. Parlare un po' a sorpresa di Ius soli o di voto ai sedicenni significa rivolgere lo sguardo verso sinistra, con la volontà di recuperare consensi e simpatie, ma poi la questione di fondo resta il rapporto con i Cinque Stelle.
E qui c'è ancora tanto da capire. L'unità d'azione dell'era Zingaretti sembra sfumare in un rapporto più pragmatico, ma il dilemma è evidente: Letta vuole un confronto competitivo con i "grill…
E qui c'è ancora tanto da capire. L'unità d'azione dell'era Zingaretti sembra sfumare in un rapporto più pragmatico, ma il dilemma è evidente: Letta vuole un confronto competitivo con i "grill…
Di tutto ha bisogno l'Italia sofferente per il Covid e piegata dal collasso di intere categorie economiche, tranne che di un'altra sterile discussione sulla legge elettorale. Per meglio dire, la riforma in sé sarebbe necessaria e urgente, ma le idee non sono chiare oggi come non lo erano in passato, salvo rare eccezioni. Il problema è che Enrico Letta deve ancora spiegare dove vuole andare e con quali compagni di viaggio. Nel discorso di domenica 14 marzo qualcosa ha detto, ma non abbastanza. Parlare un po' a sorpresa di Ius soli o di voto ai sedicenni significa rivolgere lo sguardo verso sinistra, con la volontà di recuperare consensi e simpatie, ma poi la questione di fondo resta il rapporto con i Cinque Stelle.
E qui c'è ancora tanto da capire. L'unità d'azione dell'era Zingaretti sembra sfumare in un rapporto più pragmatico, ma il dilemma è evidente: Letta vuole un confronto competitivo con i "grillo-contiani" - sul genere "vinca il migliore" - o alla fine preferirà stipulare una serie di intese pre-elettorali, così da presentarsi davanti agli elettori come coalizione? E quanto pesa la nostalgia dell'Ulivo, peraltro non riproponibile?
Il neo segretario ha confidato al parigino Le Monde la sua priorità: sottrarre il Pd al destino fatale dei socialisti francesi, dove "l'ala destra se n'è andata con Macron e l'ala sinistra con Mélenchon". Questa dissoluzione non è avvenuta in Italia soprattutto perché non abbiamo un Macron domestico - era il sogno di Renzi, ma troppa acqua è passata sotto i ponti - e, quanto a Mélenchon, le formazioni all'estrema sinistra sono deboli e sparpagliate.
Tuttavia i rischi che il Pd non sopravviva ai tempi nuovi sono tutt'altro che superati. I Cinque Stelle, con i loro limiti e la modestia dei dirigenti, sono un concorrente temibile, forse oggi più di ieri. E gli ultimi sondaggi non a caso indicano che, sebbene entrambi in crisi, il M5S ha più voti del Pd (insieme raccolgono poco più dei voti che il solo movimento ebbe nel 2018).
Ne deriva che Letta non può consegnarsi a un patto che certifichi una forma di subordinazione del Pd rispetto a qualsiasi partner. Non a caso il neo segretario ha insistito che la leadership dell'alleanza non può essere ceduta. Ottimo proposito, ma allora c'è parecchia strada da fare prima di definire la riforma elettorale. Al momento, il Pd non sembra in grado di esercitare un primato: non nel campo del centrosinistra e tantomeno nel paese, dove la destra resta in vantaggio. E quale riforma, poi? Romano Prodi, maestro di Letta, ha scritto sul Messaggero che bisogna accantonare l'idea di "mediare a ogni costo". A suo avviso gli obiettivi della fase attuale "possono essere raggiunti solo attraverso un sistema maggioritario". E infatti il segretario, come ha detto lui stesso, pensa al Mattarellum. Che fu certo un eccellente modello elettorale, ma in un'Italia diversa da quella di oggi.
Al momento il maggioritario consegnerebbe l'Italia al blocco Lega-FdI-FI e soprattutto al Nord non lascerebbe scampo al Pd e ai suoi alleati. Si tratta quindi di recuperare prima il terreno perso, uscire senza danni dalle amministrative d'autunno, ridimensionare i Cinque Stelle più di quanto non sia riuscito finora. Se tale compito dovesse rivelarsi troppo arduo, il Mattarellum non sarebbe la scelta più azzeccata. Meglio allora il proporzionale, che piace poco a Letta e a tutti gli "ulivisti", ma che limiterebbe i danni e permetterebbe una contesa all'ultimo voto con i 5S.
E qui c'è ancora tanto da capire. L'unità d'azione dell'era Zingaretti sembra sfumare in un rapporto più pragmatico, ma il dilemma è evidente: Letta vuole un confronto competitivo con i "grillo-contiani" - sul genere "vinca il migliore" - o alla fine preferirà stipulare una serie di intese pre-elettorali, così da presentarsi davanti agli elettori come coalizione? E quanto pesa la nostalgia dell'Ulivo, peraltro non riproponibile?
Il neo segretario ha confidato al parigino Le Monde la sua priorità: sottrarre il Pd al destino fatale dei socialisti francesi, dove "l'ala destra se n'è andata con Macron e l'ala sinistra con Mélenchon". Questa dissoluzione non è avvenuta in Italia soprattutto perché non abbiamo un Macron domestico - era il sogno di Renzi, ma troppa acqua è passata sotto i ponti - e, quanto a Mélenchon, le formazioni all'estrema sinistra sono deboli e sparpagliate.
Tuttavia i rischi che il Pd non sopravviva ai tempi nuovi sono tutt'altro che superati. I Cinque Stelle, con i loro limiti e la modestia dei dirigenti, sono un concorrente temibile, forse oggi più di ieri. E gli ultimi sondaggi non a caso indicano che, sebbene entrambi in crisi, il M5S ha più voti del Pd (insieme raccolgono poco più dei voti che il solo movimento ebbe nel 2018).
Ne deriva che Letta non può consegnarsi a un patto che certifichi una forma di subordinazione del Pd rispetto a qualsiasi partner. Non a caso il neo segretario ha insistito che la leadership dell'alleanza non può essere ceduta. Ottimo proposito, ma allora c'è parecchia strada da fare prima di definire la riforma elettorale. Al momento, il Pd non sembra in grado di esercitare un primato: non nel campo del centrosinistra e tantomeno nel paese, dove la destra resta in vantaggio. E quale riforma, poi? Romano Prodi, maestro di Letta, ha scritto sul Messaggero che bisogna accantonare l'idea di "mediare a ogni costo". A suo avviso gli obiettivi della fase attuale "possono essere raggiunti solo attraverso un sistema maggioritario". E infatti il segretario, come ha detto lui stesso, pensa al Mattarellum. Che fu certo un eccellente modello elettorale, ma in un'Italia diversa da quella di oggi.
Al momento il maggioritario consegnerebbe l'Italia al blocco Lega-FdI-FI e soprattutto al Nord non lascerebbe scampo al Pd e ai suoi alleati. Si tratta quindi di recuperare prima il terreno perso, uscire senza danni dalle amministrative d'autunno, ridimensionare i Cinque Stelle più di quanto non sia riuscito finora. Se tale compito dovesse rivelarsi troppo arduo, il Mattarellum non sarebbe la scelta più azzeccata. Meglio allora il proporzionale, che piace poco a Letta e a tutti gli "ulivisti", ma che limiterebbe i danni e permetterebbe una contesa all'ultimo voto con i 5S.