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(reuters)

Quelli dello zoo anagrafico

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Le gabbie d'età per il vaccino
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Abituati a una società dai confini anagrafici fluidificati, con adolescenti ormai verso i trenta e anziani in formissima che sembrano di mezza età, ci siamo di colpo ritrovati dentro gabbie anagrafiche. E poiché l'ambito traguardo premiante è la puntura del vaccino, tutti noi della "seconda metà della vita", per usare la famosa espressione di Jung, siamo costretti a ripensarci, e a ripensare il senso della nostra sicurezza, dentro il contenitore rigido delle decadi: i settantenni, gli ottantenni, i novantenni. Al punto che il settantottenne guarda con invidia l'ottantunenne perché lo precede nella strada verso l'immunità. Dopo la riformulazione spaziale (scandita dai colori delle nostre regioni), arriva la riformulazione temporale (scandita dagli accessi vaccinali). Il ripensamento categoriale, per cui o sei incluso o sei escluso, non riguarda solo la data di nascita, ma anche la professione (con lavori vaccino-mun…
Abituati a una società dai confini anagrafici fluidificati, con adolescenti ormai verso i trenta e anziani in formissima che sembrano di mezza età, ci siamo di colpo ritrovati dentro gabbie anagrafiche. E poiché l'ambito traguardo premiante è la puntura del vaccino, tutti noi della "seconda metà della vita", per usare la famosa espressione di Jung, siamo costretti a ripensarci, e a ripensare il senso della nostra sicurezza, dentro il contenitore rigido delle decadi: i settantenni, gli ottantenni, i novantenni. Al punto che il settantottenne guarda con invidia l'ottantunenne perché lo precede nella strada verso l'immunità. Dopo la riformulazione spaziale (scandita dai colori delle nostre regioni), arriva la riformulazione temporale (scandita dagli accessi vaccinali). Il ripensamento categoriale, per cui o sei incluso o sei escluso, non riguarda solo la data di nascita, ma anche la professione (con lavori vaccino-muniti e lavori vaccino-privi) e la condizione clinica, che per esempio prevede popolazioni cosiddette vulnerabili come i pazienti oncologici, immunodepressi o con disabilità fisiche o mentali (e i loro caregiver).

Come tutte le classificazioni, che per definizione devono trascurare la soggettività, questa nuova mappatura richiede una rilettura della società in categorie: giovane vs vecchio, forte vs fragile, da tutelare subito vs che può aspettare. È come se il colpo di vento di una necessaria semplificazione ci avesse spogliato degli abiti post-moderni della complessità e della singolarità, diciamo della relatività complessa, per consegnarci a ciò che abbiamo sempre avversato: il riduzionismo categoriale. L'inflessibilità dell'epidemiologo si impone sui distinguo dello psicologo, la tabella numerica vince sulla narrazione soggettiva. Discorsi sempre più frequenti, li ascolto da pazienti e non, riguardano il sentirsi più o meno a casa dentro la casella in cui ogni inevitabile campagna sanitaria deve collocarci. Ciascuno ripensa la propria vita in termini sia di esposizione sia di vulnerabilità al contagio. Il maestro elementare che gira in mezzo ai banchi si sente più esposto della professoressa universitaria che fa lezione dalla cattedra. Il commesso del supermercato che, pur con tutte le precauzioni, vive nel viavai dei clienti, si sente più esposto del pensionato che esce poco da casa. Pensionato che è sì meno esposto, ma per età ben più vulnerabile.

Chi proteggere prima? Ne deriva un dibattito interessante perché fa intrecciare diversi fili: l'egoismo (io ho più diritto degli altri), l'altruismo (tu devi venire prima di me), l'autoindulgenza (anche se non è il mio turno, ne ho davvero bisogno), la furbizia (sarei fuori fascia ma se riesco a imboscarmi magari me lo fanno), la disciplina (aspetto il mio turno), il senso di responsabilità civile (come devo comportarmi nell'attesa). In tal senso la frase di Draghi ("rispettare il proprio turno come ha fatto il Presidente") è pedagogica e quella di Figliuolo ("Basta buttare le dosi, vaccinare chi passa") è rinfrancante. Dopo quarantena, distanziamento fisico e mascherina, ecco un quarto oggetto concreto, il vaccino, che tocca però corde molto psichiche perché, come un test, ci stimola a fornire riposte a domande che non ci eravamo posti. Domande che ci riposizionano rispetto all'idea che abbiamo (avevamo?) di noi stessi attorno ad argomenti cruciali per definirci ai nostri occhi e a quelli degli altri: il senso di sicurezza, il bisogno di protezione, la ricerca di considerazione, la pretesa di privilegio, la rabbia di sentirsi trascurati. A queste domande si aggiungono paure e pensieri rivolti all'affidabilità del vaccino a cui siamo destinati, con brand percepiti di prima, seconda, terza classe. Se con le paure e le proteste no-vax ci trovavamo nelle regioni più primitive della vita inconscia, credo che i timori e le apprensioni dei tanti sì-vax-ma-presto-e-bene, ci aiutino a comporre geografie psicosociali molto istruttive per comprendere e ascoltare l'Italia di oggi.